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lunedì 9 marzo 2026

Narrazione ed emozioni: un binomio inscindibile

In questi anni stiamo sperimentando nel nostro istituto scolastico, che comprende il nido, la scuola dell’infanzia e la primaria, il valore prezioso del raccontare storie, perché ciò permette ai bambini di acquisire e sviluppare la capacità di riconoscersi in esse, ma anche di elaborare e narrare a loro volta le proprie esperienze. Stiamo scoprendo, giorno dopo giorno, che la narrazione ha un immenso valore educativo perché contribuisce a organizzare l'esperienza, genera empatia e sviluppa l’intelligenza emotiva. Incrementa e rinforza, inoltre, le competenze linguistiche, arricchendo il patrimonio lessicale dei bambini e rendendo la costruzione delle frasi sempre più ricca e strutturata, ma ancor di più promuove e stimola la creatività di ciascuno, nutrendone l’immaginazione. Essa si concretizza in idee che vengono espresse da ciascun bambino nel cerchio magico e queste idee condivise danno poi vita a nuove storie. 
Gli albi illustrati, dei quali abbiamo scoperto la ricchezza attraverso percorsi di formazione intensi e ricchi di contenuti preziosi, guidati dai nostri immancabili formatori, Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, si sono rivelati una miniera preziosa alla quale attingere continuamente, per qualsiasi argomento e tematica da affrontare. Essi sono strumenti validi e potentissimi, che vanno molto al di là della lettura di una semplice storia. Hanno una forza comunicativa ineguagliabile, in quanto offrono immagini semplici, ma ricche di significato che si coglie a prima vista e poche parole che vanno dritte al cuore. La potenza delle immagini e la loro capacità di presentare, sinteticamente e con estrema semplicità, con pochi tratti grafici, tematiche e concetti complessi, permettono ai più piccoli e ai più grandi, adulti inclusi, di comprenderli e interiorizzarli. 
Quest’anno, in cui il tema trasversale e multidisciplinare scelto per tutti gli ordini di scuola, dal nido alla primaria, è “Un lungo viaggio sul pianeta Emozioni”, gli albi illustrati ci stanno conducendo verso mete meravigliose e inaspettate, attraverso strade e sentieri fatti di cerchi magici in cui non solo si ascoltano le storie, ma i bambini condividono tra loro esperienze vissute ed emozioni provate in varie circostanze. 
I più piccoli, dall’ultimo anno di nido all’ultimo della scuola dell’infanzia, con l’aiuto di educatrici e maestre nel loro ruolo di facilitatrici, attraverso le storie narrate e le immagini degli albi illustrati stanno imparando a dare il loro nome e riconoscere le emozioni, i più grandi di loro sono bravissimi nell’esprimere attraverso il disegno varie situazioni in cui hanno vissuto l’una o l’altra emozione. 
Il gruppo dei bambini di quattro anni sta facendo un’esperienza meravigliosa utilizzando l’albo “Il dottor Capriccio”, che offre un percorso emozionale e sensoriale allo stesso tempo e i bimbi con la loro maestra stanno creando la profumatissima bacheca del dott. Capriccio in cui ogni aroma è la “terapia” per qualsiasi tipo di capriccio. Per tutti, poi, dai due anni in su, canzoncine che abbinano un colore ad ogni emozione, balletti e giochi di gruppo rendono ancora più attraenti questi percorsi.
Alla scuola primaria per ogni classe si è realizzato un progetto strutturato in tre incontri, uno a settimana. Il punto di partenza è stato sempre un bellissimo albo illustrato, scelto ad hoc per ogni gruppo. La prima emozione provata, in ognuno dei cinque percorsi, da parte della coordinatrice e dell’insegnante responsabile della classe, è stata quella di ritrovarsi nell’aula speciale, allestita all’inizio dell’anno scolastico proprio in vista del tema che avremmo trattato, con i bambini tutti seduti in cerchio su materassini e cuscini, con gli sguardi carichi di attesa e di curiosità e col desiderio di ascoltare la storia proposta. Ogni momento di condivisione poi è sempre stato molto ricco e profondo. Ognuno ha saputo cogliere della storia i momenti più toccanti, ma anche più vicini alla propria sensibilità e al proprio vissuto. 
A volte, soprattutto da parte dei più grandi, sono emerse riflessioni e considerazioni, a voce e per iscritto, di una profondità disarmante, insieme a desideri, sogni da realizzare, aspettative, speranze, ma a volte sono emersi anche dubbi e timori relativi al futuro. Il raccontare e raccontarsi è passato anche attraverso momenti ludici molto divertenti, come la tombola delle emozioni per i più piccoli, la ruota delle emozioni per le classi di terza e quarta e il gioco dell’oca dei ragazzi di quinta. Con un gruppo si è affrontato un percorso sul peso che possono avere le parole sulle nostre emozioni e sulla nostra vita e insieme abbiamo creato il barattolo delle “parole carezza”, che fanno bene al cuore, e quello delle “parole pesanti” che, come un sasso, ci colpiscono e ci feriscono profondamente. Ogni gruppo ha rappresentato la storia ascoltata con un cartellone realizzato in gruppo e il progetto è terminato per ogni classe con un momento di condivisione da cui sono emerse cose veramente belle e toccanti e già aleggia…un alito di nostalgia e la richiesta di ritrovarci ancora in un cerchio magico attorno a un albo illustrato.
Quest’esperienza ci ha arricchito moltissimo. Per noi insegnanti è stato un continuo, piacevole sorprenderci per il mondo interiore di ogni bambino, che trapela dai suoi racconti, che si affaccia attraverso le sue emozioni ed è molto più ricco e variegato di quanto possiamo immaginare. Per i bambini è stato sicuramente un percorso narrativo ed emozionale di crescita, di empatia, di apertura nel condividere con noi adulti e con i coetanei le loro emozioni e racconti di momenti della loro vita, sentendosi serenamente a proprio agio perché «narrare un’esperienza, un’emozione dà forma e coerenza all’avvenimento e suscita, successivamente una sensazione di benessere in chi narra».1
Suor Mariapaola Campanella, Ist. San Francesco di Sales


1 Dario Amadei – Elena Sbaraglia, La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado, Castelvecchi, 2025

martedì 24 febbraio 2026

Storie sulle Colline dell'Albegna

La formazione che da anni proponiamo è per noi un atto di dare forma alla conoscenza che si genera dall'intreccio delle storie delle persone che si incontrano, che si raccontano scambiando vissuti, emozioni, esperienze.
Quando abbiamo chiesto al gruppo delle insegnanti ed educatrici dello zerosei delle Colline dell'Albegna in formazione sulla biblioterapia educativa di portare gli “albi che sono o sono state”, non pensavamo di ricevere in cambio così tanta narrazione entusiasta di essere in quel cerchio. Un tripudio di parole, di emozioni, di bellezza, di realtà che a volte non piace ma che si cerca di trasformare, e a dircelo sono stati loro, gli albi illustratri, quel potente strumento in mano all'educatore che sceglie se usare come totem o come viatico di conforto, di accettazione, di esistenza.
Alice ci ha raccontato che nel suo nido arriva sempre un momento giusto per raccontare Il giardiniere dei sogni (Sassi Junior) (la storia di tutte le storie di bibliolettura interattiva), a volte tutto, altre volte soffermandosi su quelle illustrazioni magiche che aprono alla fantasia e alla narrazione dei bambini e delle bambine. Con Il signor Vroum (Uppa), invece, che va veloce e corre sempre, riflette anche con i genitori, perché quello che ci mostra il signor Vroum è che ciò che non si coltiva si perde e quando si inizia ad andare lentamente, ci si accorge di cosa c'è intorno. Fermarsi ogni tanto è un atto di cura per tutti.
Federica ride e fa ridere tanto i suoi bambini e le sue bambine del nido con Abbaia George (Salani), un albo che fa uscire la parte giocosa di ognuno di noi, ma che si presta anche a importanti riflessioni, come d'altronde fa La zuppa di sasso (Babalibri), soprattutto se porti nel servizio una grossa pentola e tante verdure con cui i bambini preparano zuppe appetitose.
Per rinforzare le relazioni, anche e soprattutto durante l'ambientamento, Agnese ci racconta che nel suo nido, grazie a Le cose che passano, (Topipittori), può riflettere insieme ai genitori sul rapporto di fiducia, perché anche se le cose se ne vanno, la costante che rimane è l'amore.
In Si può dire senza voce (Glifo), Valentina sa quanta dolcezza c'è nel dare e nel ricevere e che i gesti sono più importanti delle parole, sia quando quelle parole non si trovano, quando ancora non si conoscono o quando sono parole straniere.
Alice, nel suo nido, crea cerchi per rinforzare l'autostima, soprattutto quando i bambini pensano di non riuscire a fare delle cose, e allora viene in aiuto Il punto (Ape Junior) che è il qualcosa che trasmette il positivo che serve come incoraggiamento per iniziare.
Quanto si divertono i bambini e le bambine quando anticipano Yuba mentre racconta A caccia dell'Orso (Mondadori), che ci mostra come rimanere uniti davanti alle avversità, e se nel cerchio qualcuno si dovesse chiedere se i bambini alla fine rimangono male perché l'orso se ne va da solo, nessun problema, perché sono sempre i bambini a trovare il conforto in queste situazioni, grazie al loro infinito io creativo.
Eliana nel suo nido parte alla scoperta delle meraviglie del mondo senza dimenticare di ricordare ai suoi bambini e alle sue bambine che ognuno di loro è una meraviglia. Tu sei una meraviglia (Terre di mezzo) è anche per quegli adulti che non vogliono correre il rischio di tarpare le ali ai bambini e alle bambine che si affacciano al mondo con gli occhi dello stupore.
Monica sa che quando al nido la stanchezza si fa sentire, con Il mio palloncino (Babalibri) torna il sorriso e il buon umore, perché il lupo che ha paura di Cappuccetto è davvero divertente.
Carlotta scopre Olivia e le principesse (Salani) come mamma e ce lo racconta con tanto orgoglio e anche quando lo racconta in maniera diversa nel suo servizio per rinforare nei bambini e nelle bambine l'idea che possono essere ciò che vogliono e non ciò che la società ci impone.
Grazie a Serena abbiamo ricordato l'importanza de Il pentolino di Antonino (Kite) con il suo buon educatore che nel libro non insegna ma mostra ad Antonino come superare le difficoltà e mostra anche a tutti quelli che lo leggono il mondo con occhi diversi, una ricchezza per tut, grandi e piccini.
Raffaella ci racconta la storia de Il vecchio e l'albero (Nord-Sud) e quanto è importante riflettere sul fatto che le parole quando arrivano, hanno il potere di trasformare, in bene o in male e che la cura passa sempre attraverso la natura e le parole.
Caterina e Laura ci raccontano che l'albo Che cos'è un bambino (Topipittori) dovrebbe aiutare a non smarrirsi come adulti e come educatori, perché anche se il gruppo di lavoro cambia, quello che non deve cambiare mai è l'idea di bambino, aiutando anche i genitori a riconoscere le competenze dei loro figli.
Antonella ci voleva raccontare Il ciuccio di Nina (il Castoro), ma sappiamo bene che sono gli albi a sceglierci e Il momento perfetto (Glifo) è arrivato proprio al momento giusto e nel cerchio si è compreso il motivo dello scambio.
Giovanna ci racconta Sarò il tuo porto sicuro (Feltrinelli) con la bellissima metafora che rappresenta il bambino come un veliero che naviga sul mare delle emozioni.
Francesca con Piccolo buio (il Castoro) crea l'atmosfera nella sua scuola dell'infanzia mimando i gesti con i bambini e le bambine che iniziano a formarsi il pensiero che le paure si possono superare non avendo paura della paura.
Ninna nanna per una pecorella (Topipittori) e Urlo di mamma (Nord-Sud) sono le scelte di Sandra nel cerchio magico, che ci raccontano di una solitudine che si aggrappa ad ogni speranza per sentirsi accolta e quando accade la consolazione della solitudine e l'accoglienza della diversità si fanno strada negli animi delle persone, così come si possono superare i traumi e le paure quando ci sentiamo a pezzi e con un abbraccio tutto torna al suo posto.
Carmela suona una corda molto delicata, quella dell'adulto che si sostituisce al bambino, lo anticipa anche nella gestione delle sue emozioni e allora ci racconta di Albert e albero (Lapis) per ricordarci che l'ascolto del reale bisogno del bambino è fondamentale perché ogni bambino è diverso e quello che l'adulto pensa non sempre è quello di cui il bambino ha bisogno.
Non si può non parlare di tempo, e allora Susanna attraverso L'uomo che vendeva il tempo (Terre di mezzo) rallenta e ci racconta che troppo spesso vendiamo il nostro tempo senza aspettare che ci torni qualcosa indietro per recuperare energie e idee. E allora, se non siamo ancora convinti di questo, ci racconta anche Il piccolo principe (Terre di mezzo), un albo così complicato per gli adulti e così semplice per i bambini, grazie al quale possiamo iniziare ad imparare a non fare troppe cose in quel tempo che abbiamo a disposizione.
Marta ci esorta a non fare una scelta quando abbiamo la possibilità di scegliere più cose, soprattutto se sono le storie che dobbiamo scegliere e allora ci racconta Il fuoco del drago (Giunti), Edmond e Abracazebra (Nord-Sud) che ci parla di come accogliere la diversità sia sempre un arricchimento relazionale ed emotivo; Perfetta per due (Pane e sale) che ci mostra quanto portarsi dietro cose speciali sia confortevole; Zeb la scorta di baci (Babalibri) che i bambini e le bambine interiorizzano così tanto da consolarsi a vicenda con scorte di baci caramella; La compagnia delle stelle (Gallucci) perché non è solo possedere che ci rende felici, lo è di più condividere e infine A te la scelta (Franco Cosimo Panini) che esorta ad aprirsi a un mondo di possibilità.
Il cerchio magico si chiude con Carmela e con la generosità di Il pettirosso e Babbo Natale (Gribaudo), un sentimento dal quale non si può prescindere.
Ancora una volta abbiamo avuto la conferma che di una storia non esiste un'unica interpretazione e che solo raccontando e raccontandosi si può generare quel flusso di idee ed emozioni che permette a tutte le persone nel cerchio magico di conoscere meglio se stesse e gli altri, sciogliendo dei nodi e accogliendo bellezza.
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

sabato 14 febbraio 2026

martedì 3 febbraio 2026

La bibliolettura interattiva_intervista agli autori

All'interno della #rubrica Terza Pagina, condotta da Saverio Simonelli su #TV2000 #DarioAmadei e #ElenaSbaraglia sono stati intervistati sul loro nuovo libro #Labiblioterapiaeducativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado Castelvecchi Editore

venerdì 23 gennaio 2026

LE ORIGINI DEL CERCHIO MAGICO DELLE STORIE

“La lettura è quel sesto senso che va piantato, annaffiato, curato”
(Gianni Rodari)

Come “seminiamo” un po’ di magia della lettura per fare in modo che poi il resto lo faccia la voglia di narrare?
Nel corso del nostro percorso professionale come educatrici di nido, tutto è partito da un’attenta, diretta e continua osservazione sui nostri piccoli lettori in un viaggio a ritroso che ha richiesto del tempo, ma la nostra curiosità e la voglia di scoprire ciò che di bello i bambini ci insegnano, ci hanno trasmesso l'energia necessaria per andare avanti.
I bambini grandi (parliamo di 2-3 anni) ascoltano, osservano e arrivano a immergersi nelle storie, le scelgono, le sfogliano e si raccontano, ma soprattutto le narrano ai propri compagni che a loro volta sono attratti e pronti all’ascolto. Tutto ciò ci ha portate a riflettere su una domanda: visto che abbiamo tutti una storia da raccontare, come arrivano i bambini a narrare le storie?

Partiamo dallo spazio
All’interno della sezione dei piccoli abbiamo allestito un angolo morbido, uno spazio che “profumerà” di storie, caratterizzato da un grande e accogliente tappeto blu, dove abbiamo posizionato una cesta di vimini piena di libri, che aspettano solo di essere manipolati, “assaggiati”, e alla fine sfogliati…
I primi approcci (6 mesi circa)
È in questo periodo che il bambino scopre il libro. Quando il libro è alla sua portata, inizia a conoscerlo, lo passa da una mano all’altra, lo assaggia, lo mordicchia e comincia a girare le pagine avanti e indietro solo per il piacere del movimento e del rumore che provocano. Poco importa se qualche pagina verrà rovinata o stropicciata, anche questo fa parte del processo di conoscenza e di avvicinamento al libro, che per i bambini è caratterizzato da immagini grandi e riconoscibili, di tipo non narrativo perché non raccontano storie, ma piuttosto hanno illustrazioni che rispecchiano la vita reale.

Il libro diventa… ”Libro”! (6/10 mesi circa)
È in questo periodo che il libro acquista la sua vera identità, perché il bambino realizza che quell’oggetto non è un giocattolo come gli altri, ma rappresenta un mondo di curiosità e scoperte. Ora è in grado di seguire le pagine con lo sguardo, ed è attratto dalle figure grandi e colorate. Da questo momento il libro diventa l’oggetto su cui condividere l’attenzione, ed è per questo che introduciamo la “lettura guidata”, durante la quale, tenendo il bambino in braccio (ovviamente rivolto verso il libro), gli mostriamo gradualmente come sfogliarlo con calma, facendo in modo che presti attenzione alle figure, indicandole e nominandole, e poi lasciando che lui torni a giocarci.

Ora faccio io! (8/12 mesi circa)
Da questo momento, grazie all’acquisizione della posizione seduta in modo autonomo, i bambini possono avere un approccio più fisico con i libri. È a questa età, infatti, che da soli li prendono dalla cesta utilizzandoli a loro piacimento, ad esempio li possono guardare nel verso sbagliato, li girano e rigirano, saltano le pagine, li fanno cadere per poi arrivare a immergersi in un’osservazione più attenta. Tutto fa parte del percorso di scoperta, che pone le basi per lo sviluppo delle intelligenze, di cui quella narrativa è il tema principale della nostra riflessione.

Arrivano gli Albi Illustrati (12/18 mesi)
Fino a ora, abbiamo preparato le basi per fare in modo che il rapporto fra “bambini e lettura” abbia il suo naturale epilogo, cioè uno scambio interattivo e continuo attraverso il quale ascoltare una storia poi spingerà il bambino a raccontarla a sua volta.
È a questo punto che noi possiamo iniziare a raccontare loro le storie degli albi illustrati. All’inizio ovviamente saranno storie brevi per poter stimolare e via via rafforzare i tempi della loro attenzione. In questa fase giocano un ruolo importante i Neuroni Specchio, in quanto, attraverso l’imitazione, favoriscono lo sviluppo dell’empatia e la comprensione delle emozioni. È proprio questo tipo di lettura relazionale a essere particolarmente preziosa per il bambino, perché lo stimola a partecipare attivamente e a immergersi nelle “storie”.

Ce l’abbiamo fatta! Narratori si diventa!
Bruno Munari scrive: “trovare una sorpresa in un libro quando si è piccoli, conduce a ricercarla tutta la vita nei libri”.
In questo nostro viaggio a ritroso verso l’importanza della lettura prima, e della narrazione poi, siamo entrate in punta di piedi, e ne siamo uscite alla fine con gli occhi pieni di meraviglia e di soddisfazione nel vedere “chi ascolta e chi racconta”, e come tutto questo incanto arriva agli occhi di chiunque li osserva nel cerchio magico della narrazione.

Alessia Pietrini, Fabiana Casetta, educatrici del nido Il glicine, Roma Capitale

domenica 11 gennaio 2026

Alla taverna della zuppa di sasso

Nella taverna della “zuppa di sasso” si preparano solo zuppe fatte di buone pratiche saporite, magari accompagnate da un calice di buon albo illustrato frizzantino.
A volte può capitare che gli ingredienti non leghino tra loro, allora qualche criticità salta fuori in cucina, ma prontamente si aggiusta per preservarne il gusto saporito.

Ci sono storie che si prestano a diverse interpretazioni e tra queste, sicuramente, c'è Una zuppa di sasso, l'albo di Anaïs Vaugelade per Babalibri che, soprattutto in biblioterapia educativa tra adulti, apre a infinite possibilità: ci si chiede chi sia il lupo, chi sia il sasso, cosa vogliano dirci i commensali, cosa rappresentano gli animali che via via si aggiungono alla serata conviviale, perché il lupo va via portando il sasso con sé. Ma non solo, perché questa storia, in un contesto come quello che si è venuto a creare in un gruppo di bibliolettura interattiva tra professionisti dell'educazione, ha aperto le porte di una taverna in cui, ogni partecipante ha portato un ingrediente saporito (albo illustrato) da aggiungere alla zuppa e condividere nel cerchio magico.
Far circolare bellezza è (o almeno dovrebbe essere) una priorità se si vuole crescere in ambito professionale (e ovviamente personale) e farlo attraverso la narrazione è il metodo per noi migliore, perché nel raccontare e nel raccontarsi ci si riconosce, ci si accetta, non ci si sente giudicati e si tende a prediligere la condivisione più che la competizione, due parole, queste, che negli ambienti lavorativi spesso sono in contrasto.
Così, nel grande pentolone dove bolle la zuppa, sono stati aggiunti: il tempo, l'osservazione e la consapevolezza, il disinnesco, l'amore, l'emozione, l'ascolto, l'inclusione e una spezia finale, la vita, che ha amalgamato il tutto.

Il tempo ci è stato raccontato attraverso Vorrei un tempo lento lento e L'uomo che vendeva il tempo: un tempo vuoto che porta a fare e un tempo che a volte possiamo far tornare indietro per restituirlo a qualcuno che ce l'ha donato.
L'osservazione e la consapevolezza ci sono state raccontate da Pinguino e la pigna, Nell'erba, Sulla collina e Piccolo lupo saggio: ci vuole tanta consapevolezza nell'attivare uno sguardo nuovo su ciò che abbiamo davanti ogni giorno e su chi condivide con noi quel quotidiano. L'osservazione richiede cura, fiducia, un approccio diverso e condiviso, perché non c'è un unico modo giusto per fare.
Il gioiello dentro me ci ha raccontato il disinnesco: creare un ambiente dove non c'è bisogno di disinnescare, perché ciò che ci fa brillare può essere la leva per interrompere la paura di essere giudicati quando non ci sentiamo accettati per quello che siamo.
L'amore è raccontato da Io gomitolo tu filo: il senso è tutto in quel filo sempre più lungo e in quel gomitolo sempre più corto, finché si arriva ad amare l'aquilone che ci fa crescere.
L'emozione ci è stata raccontata attraverso Merlino sei piccolo o grande? e da Cosa dice il piccolo coccodrillo?: due albi che parlano ai bambini, ma sanno parlare anche a quegli adulti che hanno la capacità di mettersi in ascolto per scoprire che a volte ci sentiamo piccoli, e a volte ci sentiamo grandi, e che fermarsi a visualizzare lo scorrere del tempo con tutti sensi è una buona pratica per grandi e piccini.
L'ascolto non ce l'ha raccontato un albo, ce l'hanno raccontato tutti quelli che sono entrati nella taverna ed è un'arte che non dobbiamo mai smettere di coltivare, perché non sapere, o peggio, non volere ascoltare, è troppo semplice e ci fa perdere tanta bellezza.
Sofia la mucca musicista
ci racconta l'inclusione: ognuno ha il proprio suono e quanto sono armoniose quelle orchestre composte da strumenti diversi come diverse sono le abilità, le esperienze e i sogni di ogni componente.
La spezia finale, dicevamo, è la vita raccontata da Tutti i colori della Vita che racchiude il tempo in cui il cerchio si è raccontato: «Ci si conosce raccontando agli altri chi siamo e che cosa ci piace e non ci piace fare, senza paura di essere presi in giro e di non essere capiti […]
E poi ci si conosce ascoltando con attenzione gli altri, quando raccontano chi sono e che cosa gli piace, sforzandoci di capirli anziché prenderli in giro, come è facile fare quando si comportano in un modo che ci pare strano solo perché è diverso dal nostro».
Ed è così che nel cerchio magico nato alla taverna della zuppa di sasso è accaduto quello che la bibliolettura interattiva e la narrazione emotiva ci dimostrano ogni volta che vengono utilizzate come strumenti per mettere in dialogo le persone con le storie: si è creato un contesto in cui ognuno può dare forma alla propria visione di mondo e la dona e la confronta con la visione di mondo generata dall'altro, in una danza reciproca di immagini e parole con cui crescere.
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

domenica 4 gennaio 2026

Lo spazio terzo narratore in biblioterapia educativa

Ci occupiamo di biblioterapia nei contesti educativi e scolastici ormai da molti anni utilizzando il nostro metodo Bi.Ne. (bibliolettura interattiva e narrazione emotiva) che permette di sviluppare un processo emozionale che, grazie al libro, genera un flusso di idee ed emozioni che altrimenti resterebbero sopite. Ciò avviene all’interno di un cerchio che definiamo magico, in cui un narratore racconta o legge una storia, rispettando la centralità dell’ascoltatore e non quella del libro. L’ascolto permette un’introiezione e poi una restituzione della storia che a quel punto è quella dell’ascoltatore, rimasto sempre attivo, che racconta o si racconta secondo delle libere associazioni che appartengono ai suoi vissuti.
Ci troviamo quindi nella situazione in cui ascoltatore e narratore hanno come fine comune la storia e collaborano in uno spazio condiviso e in un tempo dedicato all’ascolto e al racconto.
Ora, una componente molto rilevante nel cerchio magico è lo spazio, che può potenziarlo, se utilizzato in maniera corretta.
Sappiamo da Loris Malaguzzi che lo spazio è il terzo educatore: «lo spazio deve essere progettato e predisposto per garantire che tutti i bambini e gli educatori si sentano a loro agio e sviluppino il piacere del fare insieme».
Sappiamo dagli studi sull'empatia degli spazi (Mallgrave su tutti) che gli ambienti suggeriscono il modo di essere abitati e per questo, secondo noi, lo spazio riveste una funzione di terzo comunicatore: se consideriamo gli spazi che abitano i bambini nei nidi e nelle scuole dell’infanzia (e perché no, anche nelle scuole di ogni ordine e grado) questi devono avere un linguaggio chiaro, semplice, riconoscibile nell’immediato, perché il bambino possa avviare un dialogo di fruibilità e di agio.
Ciò che, invece, abbiamo colto nelle molteplici osservazioni nei servizi educativi zerosei, è che durante i laboratori di narrazione, spesso, non si coglie l'importanza dello spazio come terzo narratore.
Ricordiamo che in biblioterapia educativa, al centro del cerchio magico delle storie non c'è il libro, come comunemente si pensa, ma il bambino che è il principale narratore. Lo scopo del facilitatore è di portarlo a raccontare e raccontarsi. Il facilitatore che legge o racconta la storia è il narratore attivatore, o trigger, che ha la funzione di accendere i neuroni specchio dei bambini innescando in loro quel flusso di idee ed emozioni che li porterà a raccontare e a raccontarsi. In questo contesto, lo spazio ha la funzione di terzo narratore, o narratore di supporto, ma deve assecondare il narratore attivatore e non sovrastarlo con stimoli sensoriali potenti che raccontano un'altra storia.
La consapevolezza del facilitatore sta nel creare quella coincidenza narrativa tra la storia e lo spazio, altrimenti gli elementi che compongono lo spazio possono risultare di distrazione per il bambino che verrà attratto più dall'ambiente che dalla storia.
Distrazione, però, che non è responsabilità del bambino, ma dell'adulto che ha sottovalutato il potere narrativo degli elementi con cui ha preparato lo spazio per la narrazione: il bambino entra in dialogo con tutto ciò che ha davanti, perché per lui ogni oggetto diventa un'occasione per alimentare la sua immaginazione, per costruire ipotesi e soluzioni.
Cosa intendiamo per coerenza tra la storia e lo spazio terzo narratore?
Le stanze immersive scelte come luoghi per la narrazione sono un esempio importante, perché sono pensate a tema (le quattro stagioni, o gli ambienti naturali come il mare o il bosco) e quando si porta una storia all'interno della stanza immersiva il bambino, a sostegno di ciò che sta ascoltando, deve ritrovare nello spazio elementi, suoni e luci che stimolino il suo pensiero narrativo con un meccanismo polisensoriale.
I. S. Francesco di Sales
nido Peter Pan
Non necessariamente però un cerchio magico di storie deve attivarsi in una stanza immersiva, perché anche quando si svolge nella sezione si può creare, all'interno del cerchio, una coerenza narrativa tra la storia e lo spazio, che assume la funzione di terzo narratore.
nido Contea degli hobbit
nido Peter Pan
Invitiamo, dunque, le insegnanti e le educatrici, impegnate in un laboratorio narrativo sia di routine che durante un evento, a riflettere sempre sulla coerenza tra spazio e storie, presupposto questo indispensabile per coltivare in maniera efficace l'intelligenza narrativa dei bambini.
Dario Amadei Elena Sbaraglia


Bibliografia
Amadei D., Sbaraglia E., La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado, Castelvecchi editore, 2025
Amadei D., Sbaraglia E., Chiedilo ai libri, Castelvecchi editore, 2022
Amadei D., Sbaraglia E., Nati per raccontare, 2020
Pubblicazioni di Malaguzzi
Pubblicazioni varie sull'empatia degli spazi

lunedì 13 ottobre 2025

A tavola! La storia è servita

Salve a tutti, sono Ilaria Dalmastri e sempre con grandissimo piacere mi trovo a scrivere una nuova storia sulla mia esperienza del Metodo BI.NE. come educatrice al nido. Negli scorsi articoli già ho avuto modo di raccontare alcune esperienze portando questo metodo di bibliolettura interattiva e narrazione emotiva sin dalla sezione dei piccoli.
Quest'anno io e le mie colleghe siamo nella sezione grandi (2-3 anni).
Volendo portare avanti un Progetto sull’Educazione Alimentare (su proposta delle dietiste del nostro municipio), eravamo alla ricerca di alcuni racconti che potessero essere affini e “cavalcare l'onda" di questo tema.
Volevamo che fossero sempre le storie a dare l'incipit a questo Progetto che poi avrebbe interessato anche laboratori e documentazione.
Cerca e ricerca, mi balza agli occhi un libro intitolato “A tavola”.
La mamma chiama suo figlio a tavola che è pronta la minestra.
Il bambino non la vuole mangiare, la mamma gli chiede almeno di assaggiarla ma lui si rifiuta e così la mamma “minaccia” di chiamare il lupo.
Lo sfoglio… il lupo, l'orco, e mi sembrava di risentire mia madre che per farmi mangiare chiamava la tigre di Sandokan!!!
Mi sono detta: forse no, non vorrei instillare nei bambini lo spettro di qualche DCA!!!
Poi una collega, che aveva avuto modo di raccontare questa storia, mi ha fatto riflettere sul modo di proporla e sull’espressione divertente e la sfumature ironica che potevo darle.
Il risultato???
Come piccoli orologi svizzeri, ogni giorno, alle 11.15 (prima dell'arrivo del carrello del pranzo) i bambini richiedono all’unanimità il racconto di “A tavola".
Tutti seduti sul tappeto dell'angolo della lettura, iniziale silenzio quasi “meditatorio", occhi sbarrati e bocche aperte dallo stupore e poi… Ecco che raccontano la storia insieme a me e commentano che “i lupi non mangiano i bambini”.
Un modo tutto personale e unico di elaborare questo racconto che forse non li porterà a mangiare la “minestra arancione” raffigurata nel libro, ma forse a superare con il tempo quelle che sono definite le “neofobie” alimentari della prima infanzia o a imparare che provare cose nuove nella vita non è così spaventoso, come non lo sono il lupo e l'orco di questa storia.
È ormai una routine che ogni giorno si arricchisce di nuovi e interessanti feedback da parte dei piccoli uditori sempre molto recettivi ed attivi durante il racconto.
E io ogni volta mi aspetto, e sono pronta, a raccogliere i loro nuovi feedback e le loro diverse “elaborazioni” che nascono naturalmente dal racconto e dalle emozioni che suscita.
Far partire i Progetti dalle storie, è un metodo fruttuoso per portarli avanti.
È proprio dall'interesse che suscitano le narrazioni e dalle risposte attive dei loro uditori che emergono e si pongono le radici per lo sviluppo, la crescita e la fioritura spontanea del Progetto stesso.
Quindi per i prossimi progetti si andrà prima… a CACCIA di STORIE!!!
Ilaria Dalmastri, educatrice

lunedì 7 luglio 2025

Esplorando l’infinito blu e… oltre

Esplorando l’infinito blu e… oltre
Percorso didattico immersivo
Scuola d’Infanzia C. Collodi Polo 0-6

Quest’anno il mare ha deciso di fermarsi a Collodi per rapire, con le sue meraviglie e i suoi tesori nascosti, i bambini, le bambine e le insegnanti della scuola d’infanzia C. Collodi. Un percorso pensato soprattutto con il cuore, prima che con la mente, per restituire a ciascuno un’esperienza unica da poter custodire e da cui attingere.
Un viaggio sensoriale, tra luci, suoni, profumi e colori in cui i bambini e le bambine sono stati guidati con cura ed amore verso un’esperienza educativa coinvolgente ed interattiva. L’interazione con l’ambiente immersivo ha favorito l’esplorazione e la sperimentazione e ciascun partecipante ha esplorato l’IO mare.
L’allestimento del laboratorio didattico immersivo è stato strutturato nel seguente modo per ricreare l’ambiente marino: utilizzando tessuti, luci, torce, materiali naturali (conchiglie, sassi, bastoncini ecc), stampe e gigantografie fotografiche, videoproiezioni sull’ambiente marino, meduse realizzate con materiali da riciclo, lenti di in gradimento per osservare.
Partendo da un grande tessuto adagiato su tutta la superficie del pavimento abbiamo cercato di ricreare il movimento delle onde sistemando il tessuto in maniera morbida e con l’utilizzo di luci blu e bianche abbiamo evidenziato le increspature del tessuto proprio per dar “volto” alle onde.
Il percorso è stato strutturato sfruttando i tre locali messi a disposizione dalla scuola; i bambini e le bambine (6 per volta, due per ciascuna sezione), dopo un breve “circle time” all’esterno del laboratorio, venivano esortati a lasciare fuori scarpe e calzini per entrare scalzi in una dimensione magica; l’attenzione si accendeva, gli occhi si facevano curiosi ed una volta entrati la magia aveva inizio. Una prima vasca accoglieva i piedini nella sabbia, dopo pochi passi, l’altra li abbracciava nell’acqua.
Una tenda ondulata li accompagnava nella prima grande sala dove il mondo marino si palesava ai loro occhi: il suono delle onde, il profumo dell’acqua marina facevano da sfondo al loro osservare, toccare, annusare, esplorare. Un angolo morbido con cuscini accoglieva albi illustrati, l’angolo con pietre e conchiglie attirava gli esploratori più audaci, la sabbiera quelli più curiosi ed infine nell’angolo dei travasi l’acqua diveniva la protagonista indiscussa del loro agire. Come piccoli alchimisti riempivano bottigliette, ciotole, e facevano fluire, con le loro sapienti manine, questo liquido carico di magia!
Dalla sala più grande, a gruppi di due, si accedeva in una saletta nella quale si poteva dipingere al buio aiutati dalle lucine che, come in un acquario, proiettavano pesci sospesi da fili invisibili. Ciascun bambino ha avuto la possibilità di esprimere liberamente la propria creatività e ha lasciato la traccia del proprio IO mare su una tela trasparente.
L’esperienza della pittura era l’ultima del percorso. Una volta transitati in questo ambiente il gruppo veniva accompagnato fuori e li, nel cerchio magico, il mare faceva loro un piccolo regalo… ogni bambino e bambina, come ricordo di questa magica esperienza, ha portato a casa una piccola medusa, un pezzetto di quel mare che è entrato a far parte del loro cuore e della loro mente stimolando la loro creatività grazie alla meraviglia, alla curiosità e al desiderio di scoperta.
Auguriamo ai nostri bambini e alle nostre bambine che la meraviglia alberghi sempre nei loro occhi e nei loro cuori e che la bellezza sia sempre nutrita e abbracciata.
Simona Marfia
Maria Antonietta Rocco

giovedì 3 luglio 2025

La biblioterapia educativa nella promozione della salute e del benessere

L'OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, definisce la salute come uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente come assenza di malattie o infermità1. Il diritto alla salute e al benessere della persona è sancito dalla Costituzione (art. 32), ma non basta, è l’educazione alla salute e al benessere che fa la differenza. Educare ha lo scopo di aiutare le persone ad acquisire la salute attraverso il proprio comportamento e i propri sforzi, perché il proprio stato di salute non si risolve solo nel settore della sanità, ma è determinato anche dalle condizioni di vita, dal grado di istruzione, dal tipo di occupazione e dall’ambiente in generale.
La qualità di vita, infatti, è un concetto che si apre a più dimensioni ed esprime la soddisfazione e il benessere che ognuno percepisce su stesso in relazione alla salute, al lavoro, alle relazioni interpersonali, al tempo libero, agli svaghi, ai desideri. Non sono dunque solo i fattori oggettivi che determinano e misurano la qualità di vita, ma quelli soggettivi che sono dettati dalle esperienze di ognuno. Ed ecco che l'educazione alla salute e al benessere psicofisico passa attraverso la consapevolezza del prendersi cura di se stessi in rapporto ai fattori ambientali e socio-economici.
Quello che gli organismi deputati alla promozione della salute e del benessere individuale e collettivo dovrebbero chiedersi è quando iniziare a rendere consapevoli gli individui che sono parte attiva della loro salute. La risposta è nella scuola, perché è il luogo sociale privilegiato dove imparare a conoscere e a prendersi cura di se stessi e degli altri.
Le attività progettuali e di informazione, nella scuola, forniscono degli strumenti utili per conoscere e fare propri tutti quegli atteggiamenti che portano al vivere sano e bene attraverso l'acquisizione di competenze, conoscenze e abilità sociali necessarie al pensiero critico e alla formazione della persona come cittadino attivo che sa comprendere e discernere le influenze esterne. Inoltre, a essere coinvolta in questo percorso di promozione è tutta la comunità educante (insegnanti, famiglie, territorio) rafforzando così il senso di collettività.
In questo contesto di promozione della salute e del benessero psicofisico a scuola e nei nidi, noi utilizziamo la biblioterapia educativa con gli strumenti della bibliolettura interattiva e della narrazione emotiva (metodo Bi.Ne.).
Che leggere faccia bene ormai è risaputo ed è il concetto che abbiamo espresso in Nati per raccontare e in Chiedilo ai libri2: bisogna distinguere il saper leggere inteso come competenza linguistica, logica e di comprensione del testo, dall’essere un lettore. Infatti, nel momento in cui leggendo si acquisisce la consapevolezza della propria identità narrativa, è possibile accedere alla conoscenza del mondo, di se stessi e degli altri e comprendere meglio se stessi, gli altri e il mondo. Si accede inoltre al pensiero critico, ai ricordi e si impara a prendersi del tempo per se stessi, a regolare le emozioni e ad allenare una certa temperanza. Si sviluppa un’alfabetizzazione emotiva che rende empatici, in grado di comprendere le proprie e le altrui emozioni, imparando ad accettare l’imprevisto, il possibile, l’ignoto, le differenze. Si impara a controllare l’ansia e lo stress, perché nel momento della lettura si apprende l’arte dell’astrazione, che non è dissociazione dalla realtà, ma è abitare, per un certo lasso di tempo, in altri mondi.
«Le storie sono piacevoli perché ci consentono di evadere dalla realtà»3.
Nel nostro libro di Biblioterapia educativa di prossima uscita, affermiamo quanto la lettura e la scrittura siano delle abilità benefiche nel breve e nel lungo termine, supportati, oltre che dalla nostra esperienza, da alcune importanti ricerche. Uno studio dell’Emory University in Georgia ha dimostrato con la risonanza magnetica funzionale per immagini (fMRI)4 che leggere romanzi potenzia le capacità cerebrali. Il neuroscienziato Gregory Berns, che ha condotto la ricerca, sostiene che leggere un romanzo comporta un’identificazione fisica con i protagonisti della storia attraverso l’embodied simulation5 attivata dai neuroni specchio, con evidenti benefici a lungo termine, che permangono anche dopo la lettura del romanzo.
É importante mettere in evidenza la differenza tra una lettura ricreativa, per il piacere di leggere, e una lettura che ha lo scopo di indagare metodi per una crescita interiore. Si è dimostrato che la lettura ricreativa aumenta l’empatia, genera una migliore comprensione di se stessi e degli altri, della propria identità sociale e di quella di culture diverse dalla propria ed è legata a un maggiore senso di comunità e di inclusione6. Inoltre, studi successivi7, hanno ribadito che la lettura ricreativa ha un impatto positivo sulla gestione degli stati ansioso-depressivi e sulla cura di se stessi, ridimensiona la solitudine e potenzia la fiducia in se stessi e negli altri.
In una nostra esperienza in un liceo romano, abbiamo potuto rilevare alcune situazioni di notevole importanza, attinenti alle ricerche svolte, anche all’estero, come in Turchia o in Giappone, relative alla socialità e agli stati d’animo dei giovani8. Nel gruppo di bibliolettura interattiva e narrazione emotiva, dove la lettura ricreativa è protagonista, è emerso, infatti, un forte senso di comunità che, al di fuori di quell'ambito, non era riconosciuto dai partecipanti che si sono sentiti per la prima volta gruppo pur essendo in quel liceo chi da due, chi da cinque anni.
Il più grande studio a lungo termine sullo sviluppo del cervello e sulla salute dei bambini negli Stati Uniti, l'Adolescent Brain and Cognitive Development, ha messo a confronto i giovani che hanno iniziato la lettura ricreativa tra i 2 e i 9 anni e quelli che hanno iniziato a farlo più tardi, o che non lo hanno per niente fatto e nel gruppo dei lettori più precoci sono stati rilevati meno segni di stress e depressione, un miglioramento dell’attenzione e una riduzione di problemi comportamentali9.
Durante gli anni di biblioterapia a scuola con il metodo Bi.Ne. abbiamo toccato con mano questi benefici, rilevando che si generano effetti positivi solo se si utilizza un metodo di lettura basato sul confronto e l’interazione e assolutamente non giudicante. Questo permette di coltivare anche quel senso di speranza, di percezione sana del mondo che i giovani andranno ad abitare e ciò è fondamentale, soprattutto in questo momento storico, culturale e sociale, per sentirsi meno soli, meno disorientati e più coinvolti in sistemi relazionali funzionali.
Dario Amadei e Elena Sbaraglia



1https://www.epicentro.iss.it/passi/indicatori/approfondimentogiornisalute
2Amadei D., Sbaraglia E., Castelvecchi, 2020 e 2022
3Gottschall J., op. cit,, pag. 65
4https://bit.ly/4e44rDO
5https://bit.ly/4e0XUd6
6 https://bit.ly/3B444dX
7https://bit.ly/3XsP0xQ
8https://bit.ly/3B444dX
9https://bit.ly/3B444dX

Intervista a Dario Amadei e Elena Sbaraglia di Magic BlueRay

La nostra intervista su Fab TV il giorno della premiazione di Energie per Roma. Un grazie di cuore a tutti coloro che negli anni ci hanno accompagnato lungo il nostro percorso e hanno scambiato con noi nei nostri Cerchi Magici energia positiva ed emozioni.

giovedì 26 giugno 2025

Equilibri narrativi per custodire emozioni

“Luna: maestra, maestra, fuori al cancello c’erano due signori che litigavano, erano due grandi, una femmina con i capelli lunghi lunghi e un maschio con la barba e gli occhiali e strillavano…
Sara: si li ho visti pure io e mamma mi ha tirato il braccio e mi ha detto di non guardare
Mia mamma, invece, è andata lì vicino e ha detto che si dovevano spostare perché non si può strillare come matti davanti ad una scuola
Maestra: mi sembra di capire che vi siete spaventate/i, certo, è molto brutto vedere che due persone sono così arrabbiate. Avranno avuto un motivo per litigare, come accade anche a voi quando non riuscite a condividere un gioco, o volete avere ragione a tutti i costi!
Sì, però quelli avevano una voce troppo alta, anzi altissima e pure gli occhi di fuori!
Purtroppo, quando si è molto arrabbiati, capita che non si riesca a crollare la rabbia, e così anche la voce e le parole, e certo non sono parole gentili.
Alessio: come la lava quando esce dal vulcano?
Maestra: si, hai trovato un buon esempio per spiegare come può essere rappresentata la rabbia…
Ludovica: sì, ma la lava scotta, brucia tutto, anche se è liquida.
Christian: è un’acqua rossa bollente che non si ferma fino a quando non si ferma il vulcano.
Alessio: ma tipo che si calma?
Maestra: in un certo senso potremmo dire di si
Luna: però il vulcano è una montagna non una persona, non si può arrabbiare da solo! E poi una montagna non parla, mica può litigare con qualcuno? Mica c’ha la voce? Non può strillare forte come quelle persone fuori al cancello.
Maestra: questo litigio vi ha proprio turbato…e allora cerchiamo di capire tutte e tutti insieme perché…
Tanto, nel frattempo, sono quasi le 09.00; chi sta giocando, con calma può iniziare a concludere e noi invece possiamo mettere già le sedie in cerchio. Che ne dite se prima di fare i responsabili, parliamo un po’ di quello che avete visto fuori scuola?”


Questa può sembrare una storia esagerata perché risulta difficile pensare che, davanti ad una scuola, per giunta in un orario in cui si dovrebbe svolgere serenamente l’entrata di bambine e bambini che si apprestano a salutare i familiari per trascorrere la loro quotidianità scolastica, due persone non riescano a trattenersi, che non pensino almeno di attraversare la strada e di non turbare lo spensierato passaggio scolastico con grida e frasi inopportune.
Ma, per quanto appaia una storia sgradevole e inadeguata per l’ascolto di bambine e bambini, è pur sempre una storia e chi la riceve, merita di capirla con un linguaggio a sua misura, perché non resti la paura dell’incomprensibile e perché un episodio spiacevole diventi un’opportunità con cui poter interpretare in modo semplice ed efficace quello a cui involontariamente bambine e bambini sono esposte/i, ma anche e soprattutto costituisca un’occasione per provare a comprendere un proprio vissuto a cui si fa fatica ad attribuire un significato.

Creare contesti educativi funzionali, stimolanti e rassicuranti. Per la maggior parte di noi educatrici ed insegnanti questa espressione si traduce quasi in un mantra che ripetiamo continuamente sia dentro di noi sia tra di noi; facciamo costantemente attenzione che gli spazi nei servizi siano leggibili, chiari, ordinati, che il materiale sia riposto ed organizzato perché bambine e bambini ne possano fruire in modo consapevole e generativo; ci impegniamo a predisporre laboratori ed esperienze educative in cui sia garantita talvolta l’eterogeneità, talvolta l’omogeneità, puntualmente osservando la prospettiva dell’intersezione. Siamo concordi nel concepire lo spazio esterno come l’estensione del Nido o della Scuola e quindi prevediamo che routine, attività e momenti ludici siano regolarmente trasposti in giardino durante l’intero anno e favorire così l’osservazione diretta e partecipata dei cambiamenti naturali ed atmosferici.
Allestiamo atelier in cui bambine e bambini possano confrontarsi con forme espressive artistico-creative in cui sentirsi libere e liberi di portare alla luce il loro estro, le loro capacità più raffinate, i tratti più esuberanti della loro personalità.
Infine, ma non in ordine di importanza, siamo sintonizzate su quelle preziose frequenze d’onda che ci mettono in connessione con le intelligenze multiple delle bambine e dei bambini che vivono la nostra Comunità Educante per cogliere segnali indispensabili a trasformare interventi educativi in stimoli concreti ed escogitare sempre nuove formule di pedagogia attiva, nell’ottica di un fare maieutico, di un’esplorazione che dia luce al colorato ventaglio di possibilità che è in dotazione incondizionata al panorama cognitivo di ogni bambina/o.

Quando si fa riferimento ai contesti educativi, però, siamo chiamate a valorizzare in particolar modo anche quella dimensione che coincide con la trama su cui poggiano tutte le esperienze educative, il grembo che protegge la potenzialità embrionale e il cuore che incoraggia il libero fluire dei significati.
Il contesto educativo è la Relazione. Cos’è la relazione? In cosa consiste questa misura?
Una risposta lievemente polemica potrebbe asserire che creare legami significativi sia, ovviamente, la finalità obbligatoria per attivare processi educativi efficaci.
La nostra attenzione, anzi, la nostra disponibilità alla Relazione, necessita di un’elaborazione profonda perché non si sintetizzi in un agire affettuosamente verbale, in un alternarsi di scambi verbali e gentili consegne di indicazioni, suggerimenti e proposte.
Noi educatrici ed insegnanti siamo chiamate ed essere delle Custodi Emotive e, nelle nostre Relazioni con bambine e bambini, l’esercizio binario che di continuo mettiamo in atto consiste nel registrare ed accogliere, individuare e tradurre, attenzionare e restare autentiche.
Saper stare in Relazione significa stare in movimento tra le percezioni e il senso, avere una buona angolatura di prospettiva per riconoscere la giusta zona in cui fermarsi ad aspettare, in cui procedere in punta di piedi, o, ancora, in cui intraprendere una danza scandita da ritmi che sembrano non appartenerci, che possono togliere il fiato ma che, poi, irradiano solo vibrazioni positive.
Saper stare in Relazione significa gestire diversi equilibri: l’equilibrio del nostro Io individuale, l’equilibrio individuale di chi è in relazione con noi e l’equilibrio collettivo che caratterizza la Relazione educativa.
Nell’essere custode emotiva scegliamo di allontanare le resistenze e di alleggerire il nostro sguardo da opache pendenze, per favorire il librarsi di quei pezzi di storia che, nell’atmosfera relazionale, con incertezza o con impeto, aspettano solo di essere afferrati. E, una volta presi, li trasformiamo in un gancio su cui poter fare pressione nella stretta verso i significati, i vissuti e le emozioni di cui bambine bambini ci chiedono inconsapevolmente di essere partecipi.
La nostra partecipazione, però, necessita di condizioni senza le quali non può rispondere alle aspettative di sincerità ed efficacia che sottendono all’assunzione del ruolo di custode emotiva.

Un cantante a cui in tante e tanti siamo legate/i dice a gran voce che “è tutto un equilibrio sopra la follia”. Mi permetto questa metafora perché, nel considerare la follia come una bella ed indispensabile forma di energia, come un insieme di materiale translucido di infinite opportunità, come un orizzonte di senso dal quale risalire per conoscersi, resta in ogni caso centrale la responsabilità dell’equilibrio, il mio, il loro, il nostro.

Il mio equilibrio è una capacità che nel suo essere tale non si definisce mai compiutamente, è una ricerca senza soluzione di continuità di un’armonia personale in cui i vari aspetti delle tensioni si allineano, in cui, se da un lato si attiva la frustrazione, dall’altro risponde un meccanismo riparatore il cui funzionamento è esercitato da zone cuscinetto che intervengono a mediare un sentimento di sfiducia o di delusione con un apporto positivo determinato da altri contesti da cui ricevere benessere, come una lunga corsa all’alba, come un quadro dipinto una domenica pomeriggio, come un esame di filosofia sostenuto nella sessione invernale. In questo libero gioco di compensazione si raggiunge un livello di equilibrio che ci mantiene in asse ed impedisce il disinnescarsi di dinamiche inopportune nelle relazioni educative, sia in termini di impazienza ed intolleranza, sia in un coinvolgimento eccessivo, conseguenza della necessità che le restituzioni delle bambine e dei bambini costituiscano quel risarcimento inconsciamente atteso per l’investimento personale di risorse, tempo e dedizione.

Il mio equilibrio è la migliore garanzia per diventare custode emotiva, per accettare l’altra/o in tutte le sue manifestazioni e per cogliere segnali sensibilmente criptati con naturalezza ed onestà, senza la distrazione cognitiva causata da quell’instabilità interna che offusca la nostra empatia.

Il loro equilibrio è la propensione che bambine e bambini acquisiscono nell’ entrare in contatto con situazioni complesse e nei loro tentativi di elaborarle attraverso un racconto, una canzone, un gioco, un litigio; la sicurezza che percepiscono nell’esprimere le proprie reazioni ad episodi a loro direttamente accaduti o a cui sono state/i involontariamente esposte/i (come nel caso della storia iniziale), nel dare una singolare configurazione ad una sensazione forte ed inaspettata, triste o inebriante, in un gioco di costruzioni pericolanti che se crollano fanno rumore e si disperdono, per poi poter essere ricomposte anche nello stesso modo per tante volte, fino a che non si scopre un nuovo modello a cui ispirarsi e con cui inventare.
Il loro equilibrio è figlio di una base sicura, di uno stile d’attaccamento sicuro per citare John Bowlby, una dimensione d’accudimento in cui l’accettazione positiva ed incondizionata della bambina e del bambino li ha resi liberi di sperimentare e sperimentarsi e di percorrere sentieri di scoperte alle quali hanno imparato a non sottrarsi, ad agire in autonomia sotto lo sguardo rassicurante di chi protegge e dà fiducia anche con una presenza discreta.
Per essere custodi emotive, anche noi educatrici ed insegnanti, possiamo stare in relazione con bambine e bambini adottando una presenza discreta che si avvicini delicatamente al loro equilibrio, evitando di orientarlo in direzioni parallele alla loro emotiva zona di spazio prossimale, come gli insegnamenti di Vygotskij ci ricordano.
Quello lì è il luogo dove dovremmo farci trovare, o forse ancora meglio sarebbe riuscire a fermarsi sulla soglia di quel microcosmo, prendere la mano a chi, timidamente, tiene gli occhi bassi, ma con le dita cerca proprio il nostro sostegno e stringere forte quella di chi, invece, quasi automaticamente ci si aggrappa. La difficoltà nasce nel capire i tempi, la volontà e il grado di reale maturità con i quali la bambina o il bambino cercano la nostra mano per accedere al loro microcosmo emotivo; camminare insieme ad una presenza discreta aiuta a leggere tutte le indicazioni di una mappa straniera che può essere più o meno tradotta solo con la pazienza, la delicatezza, la leggerezza dei tentativi e la caparbietà elegante dell’attesa.

Il nostro equilibrio è il flusso generato da un confluire all’interno della Relazione educativa, dove la fiducia, la speranza sottile, il rischio, l’esuberanza, l’incertezza e l’entusiasmo delle bambine e dei bambini si uniscono alla volontà, alla responsabilità, alla serietà degli occhi, delle orecchie e delle mani, alla calma, alla tenacia, alla rassicurazione delle parole e dei silenzi che descrivono il nostro essere educatrici ed insegnanti, il nostro essere custodi emotive. Se il flusso scorre liberamente, anche con qualche diga qua e là ad arginare alcune rapide improvvise, abbiamo raggiunto il nostro equilibrio, un’area affettivo-cognitiva dove c’è spazio ed ascolto per qualsiasi narrazione, pensiero, contenuto di bambine e bambini, qualsiasi loro racconto che abbia bisogno di essere illuminato, chiamato, spiegato, e, perché no, anche urlato.
Tra le più belle cornici che risaltano il nostro equilibrio, quella dorata appartiene al Cerchio Magico, a quel momento in cui non ci sono storie brutte, parole difficili, “frasi che non c’entrano niente”, quel tempo collettivo in cui le espressioni casuali di una bambina o di un bambino sono il riflesso dei pensieri di altre/i, in cui una confidenza rivelata diventa l’incoraggiamento per altre confidenze a cui manca la spinta per essere raccontate, in cui la condivisione di una situazione spiacevole a cui si è assistito e che ha creato un generale disagio rappresenta lo strumento indiscusso per portare alla luce un piccolo dolore, una paura, un brutto sogno, che sta lì e aspetta solo di poter uscire fuori senza pensare a come dirlo.

Luna: maestra mi facevano paura quelle persone che strillavano.
Sara: però stavano da soli, non c’erano i figli
Alessio: Forse non ce li hanno
Ludovica: forse stavano a un’altra scuola
Luna: secondo me stavano già a scuola, non a questa, e litigavano perché tipo lui si era scordato che doveva portare la figlia a nuoto e la mamma si è arrabbiata
Sara: no per me c’hanno due gemelli come Marco e Luigi, che dovevano fare la doccia, mettere a posto la stanza, cenare e la mamma era nervosa perché da sola tutto non ce la fa’ a farlo e il padre era tornato tardi.
Luna: lo sai maestra che ieri mamma e papà pure hanno litigato, io stavo giocando con le mie sorelline, però correvamo e pure un po’ strillavamo.
E mamma era tanto stanca e pure papà
Papà ci diceva fate piano, noi non l’abbiamo sentito e poi mamma ha preso un bicchiere con l’acqua e l’ha tirato addosso a papà,
e noi abbiamo visto e mamma ci ha sgridato
e noi siamo andate via in cameretta con la porta chiusa.
Poi papà stava zitto e stava seduto sul divano e non diceva più niente.
E poi mamma è andata in bagno e stava zitta pure lei,
poi Benedetta è andata a fare pipì, mamma si stava facendo la doccia e papà stava sempre sul divano zitto, mica guardava la televisione, zitto, per tanto tempo zitto,
pure noi non dicevamo niente perché non ci andava più di giocare, poi papà si è alzato ed è uscito, Benedetta e Flaminia si sono andate a mettere il pigiama, io dovevo fare pure cacca, tanto mamma si era finita di lavare,
però pure lei non parlava, e io ero un po’ triste perché mamma non sta mai senza parlare, c’avevamo fame ma a mamma non glielo dicevamo perché magari ci tirava l’acqua pure a noi. Però poi papà è ritornato e aveva preso le pizze e noi eravamo contente pure se non c’era quella con i würstel, poi mamma ha guardato papà e gli ha detto Grazie e lui gli ha detto prego e non era arrabbiato perché gli ha tirato l’acqua.
Maestra: tuo padre ha capito che nel dirgli grazie vostra madre gli stava dicendo anche scusa.
Christian: eh certo gli aveva tirato l’acqua!
Maestra: forse la mamma di Luna non è riuscita a trattenersi, come quelle persone che prima litigavano fuori scuola, forse era così stanca che non trovava le parole per dire al papà di Luna perché si stava arrabbiando.
Ludovica: forse prima aveva litigato con qualcuno al telefono, come papà mio ieri che faceva su e giù su e giù e diceva tante parole al telefono
Leonardo: forse era preoccupata perché non aveva finito una cosa del suo lavoro importante e aveva bisogno di più tempo.
Sara: sì pure mamma ieri è tornata tardi perché c’era la riunione.
Maestra: vedete quanti motivi stiamo trovando insieme, a volte non riusciamo proprio a fermarci, a parlare piano, ad aspettare un attimo per ritrovare la calma. Magari ci stiamo impegnando tanto, ma qualcosa è troppo forte dentro di noi.
Luna: e pure dentro i nostri genitori.
Ludovica: e pure dentro a quei signori di prima.
Alessio: però dopo se ne va.
Sara: sì ma si deve chiedere scusa
Christian: si va bene pure grazie come la mamma di Luna.
Sara: ma ha gli ha detto grazie perché ha portato le pizze.
Ludovica: sì però voleva dire grazie e scusa.
Luna: maestra scusa non l’ha detto, però quando abbiamo finito di mangiare, io l’ho vista che è andata vicino a papà e gli ha detto qualche parola sotto voce, ma era qualche parola bella perché finalmente sorrideva!”
Giulia Iuliano, insegnante scuola dell'infanzia

Contributo narrativo "Luna" di Massimiliano Scollo
Quella mattina Luna era diversa.
Attaccavo alle 10 e avevo ricevuto il consueto saluto generale dei bimbi fatto di sorrisi e abbracci e aggiornamenti su tutto quello che avevano fatto e stavano facendo nel piccolo tempo da quando erano arrivati in classe.
Tutti insieme in un accavallato e gioioso vociare inconsapevole e indifferente ognuno del proprio compagno.
Era il mio saluto universale del secondo turno, il riconoscimento delizioso che mi tributavano i bimbi felici del mio arrivo. 
Di tutti, tranne di Luna, quella mattina.
Era nel suo angolo preferito, ma di spalle, quasi chiusa al resto dello spazio e stranamente portava ancora in testa il suo cappellino viola e fiori blu, suo grande vanto.
Sapeva che era il mio colore preferito e gongolava spesso coi compagni per questa mal segreta complicità con la maestra.
Chiesi subito alla collega come mai non lo aveva levato.
“Mi ha detto che non ne ha proprio intenzione, che oggi preferisce tenerlo, che ha bisogno di calore alla testa. E anche quando ho insistito mi ha semplicemente ignorato …”
Conoscevo quella modalità di Luna sebbene raramente la avevo vista comportarsi così sapendo con quanto orgoglio e vanità era solita mostrare a tutti i suoi meravigliosi ricci ogni giorno pettinati in maniera diversa mi chiedevo cosa fosse successo quella mattina
“Guarda che treccia oggi!! Oggi ho preferito lasciarli sciolti, mi piace il solletico sul collo che mi fanno! Sai oggi ho preferito la coda, c’è il sole e in giardino corro meglio! Queste mollette viola me le ha regalate nonna ieri, brillano e vanno bene solo per i miei ricci!!”
Avrei potuto tenere un diario solo per le sue pettinature, e probabilmente non sarebbe bastato.
Ma
Quella mattina
Il cappellino copriva tutto.
Capii subito che c’era qualcosa che non andava e mi misi in una più selettiva ricezione in attesa di qualche segnale che mi aiutasse a svelare l’’arcano.
I bambini lo sanno quando possono parlare e mai a domanda diretta.
Aspettano Vicinanza, Accoglienza, chiedono silenzio sulle loro sensazioni, non hanno ancora i pennelli giusti per spiegarle, hanno bisogno della loro versione della storia per spiegare cosa sentono, perché quello che li fa stare male è di solito inaccettabile e soprattutto se il dolore viene da vicino.
Quindi la salutai con affetto ma senza aspettarmi risposta che difatti non arrivò a parte un sorrisino forzato.
Aveva gli occhi tristi, senza quel solito brillio che li contraddistingueva, quella luce vivace che affascinava chi li guardava ma spesso intimoriva quando affrontati direttamente.
Iniziai la solita routine senza mai sottolineare l’assenza delle sue solite risposte o le sue normali dinamiche.
Il tempo fino a mensa passó veloce e Luna rimase isolata, poco propensa ai soliti giochi con le compagne e i compagni, ma soprattutto insolitamente silenziosa alle provocazioni e ai semplici scherni di gruppo.
Non era una indifferenza consapevole, un trucco sapiente per scoraggiare i compagni però.
Luna era tutta chiusa, persino le lentiggini erano spente, e le sue labbra sembravano serrate coscientemente, obbligate da chissà quale mostro terribile a non rivelare sorrisi.
In giardino mi portai subito a sedere molto vicino al suo posto solito, alla fine del gradone che costeggiava lo spiazzo, dove terminava contro il muro di cinta.
Da lì Luna aveva visuale su tutto ciò che accadeva e soprattutto era il luogo dove tra il prato e il muro nascevano le margherite più belle e soprattutto più alte che lei sceglieva con cura per farne dei braccialetti intrecciandone i gambi.
Lei arrivò subito tralasciando le abituali corse e rincorse all’arrivo in giardino.
Si era portata un libro, non uno tra i suoi preferiti. Aveva pierino e la rabbia.
E iniziò a scorrere le pagine velocemente, con sguardo attento 
Io rimasi in silenzio
Il cappellino non lo aveva mai levato, nemmeno a mensa, e le domande insidiose dei bimbi le avevo allegramente accantonate raccontando le avventure che avremmo affrontato al campo scuola.
Luna guardò il libro per ben due volte e iniziò a guardarmi di soppiatto, poi lentamente si avvicinò.
“ma bisogna arrabbiarsi per forza?” Chiese
“si può essere solo tristi vero? O prima o poi mi cresce un mostro dentro?
La guardai
“Certo che si può essere solo tristi ma è importante capire se si arrabbiati! A volte è difficile sapere se si è arrabbiati…”
Risposi
“Ah” declamó senza guardarmi
Aspettai un attimo dandole tempo per pensare poi aggiunsi
“Guarda che sole eppure fa freddo con questo vento. Per fortuna hai il tuo cappellino viola!”
Rimase in silenzio
“Ah” di nuovo” é vero fa ancora freddo. Infatti stamattina sul divano in salone c’erano 2 coperte… e papà non parlava molto. A lui non piace il freddo. Dice sempre che vorrebbe stare tutto l’anno in calzoncini. E pure il latte stamattina era freddo e papà mi ha messo solo una merendina invece che 2 e anche troppo nesquik anche se sa che non mi piace!”
Lo sguardo le cambió. E iniziò a tamburellare la gamba velocemente e a darsi piccoli colpetti con la mano destra.
“A volte anche i papà sono tristi e la tristezza spesso fa dimenticare le cose sai..”
Le dissi
“Secondo me era proprio arrabbiato e aveva il mostro dentro ! Ieri sera quando ero a letto ho sentito anche tante urla con mamma e stamattina era anche vestito uguale a ieri sera… e poi…”
Si alzò in piedi e d’improvviso mi si mise di fronte e con malcelata rossa pulsante rabbia si levò il cappellino
La chioma le esplose da sotto rivelando i bellissimi ricci oggi arruffati e scomposti, alcuni intrecciati malamente agli altri e uno sbuffo di ciocche sulla tempia sinistra le si alzò buffamente quasi rivoltandosi per tutto il tempo che era stato intrappolato sotto il pile del cappellino agitandolo elettricamente!
“ e poi non mi ha neanche pettinato e quando gliel’ho ricordato stamattina mi ha detto che non c’era tempo ma invece c’era e gliel’ho detto e mi ha strillato ma io non avevo fatto niente e lui si è girato e mentre se ne andava mi ha detto fatteli fare da mamma e io gli detto che mamma la mattina non c’è e lui mi risposto soltanto “appunto lo so” e non ho capito e siamo rimasti senza dirci nulla fino in macchina ma quando mi salutato mi ha abbracciato di più e mi ha chiesto scusa ma quando è andato via si è anche scordato di farmi ciao alla finestra”
Aveva raccontato tutto con un respiro solo e aveva gli occhi lucidi e quando se ne accorse si sedette con il viso verso il muro di cinta.
Senza guardarla dissi rovistando nella mia borsa
“Guarda un po’ che ho! L’ho comprato ieri ma ancora non l’ho usato. Un elastico per capelli viola!!! Che ne dici? Posso permettermi di farti la coda anche se non sono brava come papà…!! Io non neanche figlie femmine. Mi piacerebbe tanto fartela!”
Non rispose ma si avvicinò di schiena alla mia sinistra aspettando che lo facessi.
“Papà è l’unico che me la sa fare senza farmi male. Ci mette tantissimo ma non mi fa male. Anche mamma è bravissima ma fa più veloce e certe volte mi tira troppo..”
Inizia a legarle i ricci lentamente e con attenzione poi le dissi
“Anche i papà e le mamme talvolta non sanno se sono arrabbiati sai. E il mostro verde tutto felice gli cresce dentro di nascosto e gli fa dimenticare le cose. Ma tuo papà ti ha già chiesto scusa e anche se si è dimenticato di farti ciao sono convinta di una cosa"
“Cosa???”
“Che quando oggi lo rivedrai, se tu gli farai il tuo sorriso più bello e gli darai il tuo abbraccio più speciale e il tuo bacetto magico ti guarderà e sarà felice. Vedrà la tua coda fatta male da me e capirà e probabilmente non si scorderà più di pettinarti..”
Non rispose, finii di fare la coda e le dissi
“Fatto”
Si alzò, la controlló, sembrò mediamente soddisfatta e con gli occhi tornati vivaci e le lentiggini di nuovo brillanti mi regalò un sorriso e si voltò correndo verso gli amici e le amiche.
Mentre correva via mi parve stranamente di vedere un piccolo mostro verde spiaccicato sull’asfalto dello spiazzo ma forse, dico forse era solo una semplice, innocua, piccolissima bacca schiacciata…
Massimiliano Scollo