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martedì 28 ottobre 2025

La magia della “Notte delle Fiabe”: tra narrazione, emozioni e appartenenza


Il giardino dell’Asilo Nido Massimina a Roma, come ogni anno nel mese di maggio, all’inizio del risveglio primaverile, si trasforma in un palcoscenico incantato: al calar del sole, infatti, i bambini e le bambine arrivano mano nella mano con i loro genitori, ognuno con in braccio il proprio cuscino, indossando il pigiamino preferito. La luce dorata del tramonto, si intreccia con piccole lanterne appese agli alberi, mentre le educatrici, vestite con appositi mantelli e coroncine di fiori al fine di creare una atmosfera fiabesca, accolgono tutti con sorrisi e carezze. 
Già all’arrivo, comprendono che quella non sarà una serata qualunque: l’accesso al giardino del nido è stato trasformato, infatti, in un vero e proprio portale verso un mondo magico, intriso di mistero con archi di stoffe leggere che ondeggiano al vento, lanterne e piccole luci guidano il percorso, mentre figure fiabesche decorano e tracciano il cammino.
Ad accogliere gli ospiti, una violinista suona dal vivo brani dolci e sognanti, e il suono del violino accompagna i passi tanto che sembra raccontare una storia ancor prima che la voce delle educatrici si levi.
Non c’è bisogno di parole: la musica crea un’atmosfera sospesa, calma i più agitati e invita tutti, piccoli e grandi, a entrare con il cuore pronto ad ascoltare. Alcuni bambini rallentano il passo per cercare con lo sguardo da dove provenga la melodia, altri si stringono alla mano del genitore, incuriositi e incantati. Il violino diventa la chiave d’ingresso alla fiaba: il varco che segna la differenza tra la quotidianità e il tempo straordinario dell’evento.
Anche il resto dell’allestimento è curato in ogni minimo dettaglio, con tende colorate che delimitano piccoli angoli segreti, i cuscini sparsi come inviti a fermarsi, e i tavoli decorati con stelle e lune richiamano il tema scelto per l’anno. Persino i sentieri del giardino sembrano condurre luoghi nascosti, pronti a svelare una sorpresa.
Le luci soffuse, posizionate tra gli alberi, non illuminano semplicemente ma disegnano ombre che alimentano la suggestione del racconto. Così, prima ancora che la fiaba inizi a essere narrata, i bambini e le famiglie sono già immersi in una dimensione altra: la fiaba è cominciata con il loro ingresso, e l’incanto prende forma nei suoni, nei colori, nelle sensazioni che li avvolgono.
Questo evento ha nome “Notte delle Fiabe” e nasce come iniziativa dei servizi educativi comunali di Roma dedicati all’infanzia: a partire dal 2018, infatti, il Polo Educativo 0-6 coordinato prima dalla dottoressa Stefania Bossini e portato avanti dalla pedagogista, dottoressa Roberta Pagnini ha promosso una serie di serate-evento nei nidi e nelle scuole dell’infanzia dei Municipi XII e XIII, in cui i bambini, accompagnati dai genitori, arrivano in pigiama portando cuscini o peluche e attraversano percorsi luminosi “magici” nel nido e assistono a letture animate di fiabe.
La magia non nasce da sola, e come detto un grande lavoro è svolto dalle educatrici, le quali per settimane progettano il tema dell’anno: il mare, il viaggio, il giardino incantato. Le storie vengono scelte tra albi illustrati, kamishibai o teatrini di marionette e l’ambiente si trasforma grazie a luci soffuse, scenografie naturali, stoffe e oggetti che richiamano il tema scelto. Le educatrici, in questo senso, diventano custodi di immaginari, e non solo leggono, ma interpretano, animano, si lasciano guidare dal ritmo della narrazione. La loro competenza narrativa si unisce a quella educativa, rendendo la fiaba un’esperienza estetica e al tempo stesso pedagogica.
Un esempio significativo di questo impegno creativo è rappresentato dall’esperienza delle educatrici del Nido Massimina, le quali a seguito di un corso di formazione organizzato dal Comune di Roma, hanno elaborato una storia originale dal titolo Il giardino di via Aquilanti, molto apprezzata dai formatori e dalla coordinatrice dottoressa Roberta Pagnini, e poi letta durante l’evento, in occasione del quale sono state realizzate anche marionette e scenografie, coinvolgendo i bambini in una narrazione viva e partecipata.
Il protagonista, Massimino, è il giardiniere che si prende cura del giardino del nido, simbolo di solidarietà, collaborazione e inclusione — valori che le educatrici desideravano trasmettere ai bambini e alle famiglie.
A completamento della magia, si è aggiunta anche una mamma che ha contribuito all’iniziativa, condividendo un racconto da lei scritto e pubblicato, dedicato al tema del buio e della notte stellata, offrendo così un ulteriore momento di partecipazione attiva e di incontro tra scuola e famiglia.
Sebbene la Notte delle Fiabe sia un’invenzione relativamente recente, affonda comunque le proprie radici in pratiche educative comuni nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, e trova espressione anche in altre occasioni come la “Notte di Fiaba” di Riva del Garda, che dal 1950 anima la città trentina trasformandola in un teatro a cielo aperto, e che tuttavia non sembra avere un collegamento diretto con la Notte delle Fiabe capitolina.
Seduti su teli di stoffa e cuscini, bambini e genitori entrano nello stesso spazio simbolico, e lo stupore sul volto dei piccoli si riflette negli sguardi dei grandi, che ritrovano un ascolto attento e una calma spesso dimenticata nella vita quotidiana. Le emozioni diventano qui un ponte, grazie a questo approccio i bambini imparano a riconoscerle, a gestirle, a esprimerle, mentre i genitori riscoprono il valore dell’ascolto lento. Come avviene nella lettura partecipata di albi illustrati, anche qui la storia non è solo ascoltata ma vissuta, e grazie ad essa i bambini elaborano paure, si immedesimano, rielaborano nel gioco simbolico. Le fiabe diventano allora non solo intrattenimento, ma esperienza trasformativa che educa alla gentilezza, all’empatia, al rispetto. Dal punto di vista emotivo, dunque, l’evento permette ai bimbi di riconoscere e simbolizzare paure o desideri propri, e in questo senso, la fiaba parla ai bambini del mondo interiore, nei linguaggi e schemi che loro stessi sanno decodificare permettendo di elaborare esperienze universali e personali.
La Notte delle Fiabe appartiene all’intera comunità educativa, dai bambini alle famiglie sino a educatrici e territorio; il giardino del nido ampio e rigoglioso, non è solo un luogo fisico, ma uno “spazio educante” che si trasforma e accoglie. In quella notte non c’è distinzione tra ruoli, ma tutti diventano parte di un’unica storia: per le famiglie, l’evento resta nella memoria come un dono, e quindi non più il classico saggio di fine anno, ma un momento autentico, capace di lasciare tracce emotive profonde.
Per le educatrici, è una buona occasione per mettere in campo creatività, professionalità e sensibilità, mentre per i bambini, è un ricordo d’infanzia che continuerà a nutrire la loro immaginazione.
Ogni anno la Notte delle Fiabe, rinnova la sua magia. È un’esperienza che unisce, che celebra la crescita dei bambini e che ricorda agli adulti quanto sia importante rallentare, ascoltare, lasciarsi incantare. Le fiabe, con la loro forza antica, continuano così a educare e a ispirare, trasformando una semplice serata in un rito collettivo che resterà nel tempo come parte della nostra tradizione educativa.
Per concludere l’idea sulla quale poggia questa nostra iniziativa è quella di far evolvere oltre la semplice lettura condivisa e trasformarla in un’esperienza pedagogica e comunitaria più ampia, dandole così la possibilità di diventare un vero e proprio laboratorio di intelligenza narrativa, che permetta a bambini, educatrici e genitori di incontrarsi e costruire insieme significati, emozioni e racconti condivisi. Si tratta di una modalità partecipativa che apre nuove prospettive, e fa uscire la fiaba dai confini del nido per incontrare il territorio, immaginando così un futuro in cui l’evento possa estendersi anche in una piazza del quartiere, coinvolgendo l’intera comunità.
Proprio da qui, forse, nasce il desiderio di andare oltre e di riflettere ancora su come il nido Massimina possa continuare a sperimentare forme sempre nuove di narrazione e partecipazione collettiva: questa riflessione sarà, infine, oggetto di un prossimo articolo, dedicato a esplorare come la fiaba possa diventare strumento di relazione, partecipazione e crescita condivisa.
Alessandra Altobelli, educatrice


giovedì 26 giugno 2025

Equilibri narrativi per custodire emozioni

“Luna: maestra, maestra, fuori al cancello c’erano due signori che litigavano, erano due grandi, una femmina con i capelli lunghi lunghi e un maschio con la barba e gli occhiali e strillavano…
Sara: si li ho visti pure io e mamma mi ha tirato il braccio e mi ha detto di non guardare
Mia mamma, invece, è andata lì vicino e ha detto che si dovevano spostare perché non si può strillare come matti davanti ad una scuola
Maestra: mi sembra di capire che vi siete spaventate/i, certo, è molto brutto vedere che due persone sono così arrabbiate. Avranno avuto un motivo per litigare, come accade anche a voi quando non riuscite a condividere un gioco, o volete avere ragione a tutti i costi!
Sì, però quelli avevano una voce troppo alta, anzi altissima e pure gli occhi di fuori!
Purtroppo, quando si è molto arrabbiati, capita che non si riesca a crollare la rabbia, e così anche la voce e le parole, e certo non sono parole gentili.
Alessio: come la lava quando esce dal vulcano?
Maestra: si, hai trovato un buon esempio per spiegare come può essere rappresentata la rabbia…
Ludovica: sì, ma la lava scotta, brucia tutto, anche se è liquida.
Christian: è un’acqua rossa bollente che non si ferma fino a quando non si ferma il vulcano.
Alessio: ma tipo che si calma?
Maestra: in un certo senso potremmo dire di si
Luna: però il vulcano è una montagna non una persona, non si può arrabbiare da solo! E poi una montagna non parla, mica può litigare con qualcuno? Mica c’ha la voce? Non può strillare forte come quelle persone fuori al cancello.
Maestra: questo litigio vi ha proprio turbato…e allora cerchiamo di capire tutte e tutti insieme perché…
Tanto, nel frattempo, sono quasi le 09.00; chi sta giocando, con calma può iniziare a concludere e noi invece possiamo mettere già le sedie in cerchio. Che ne dite se prima di fare i responsabili, parliamo un po’ di quello che avete visto fuori scuola?”


Questa può sembrare una storia esagerata perché risulta difficile pensare che, davanti ad una scuola, per giunta in un orario in cui si dovrebbe svolgere serenamente l’entrata di bambine e bambini che si apprestano a salutare i familiari per trascorrere la loro quotidianità scolastica, due persone non riescano a trattenersi, che non pensino almeno di attraversare la strada e di non turbare lo spensierato passaggio scolastico con grida e frasi inopportune.
Ma, per quanto appaia una storia sgradevole e inadeguata per l’ascolto di bambine e bambini, è pur sempre una storia e chi la riceve, merita di capirla con un linguaggio a sua misura, perché non resti la paura dell’incomprensibile e perché un episodio spiacevole diventi un’opportunità con cui poter interpretare in modo semplice ed efficace quello a cui involontariamente bambine e bambini sono esposte/i, ma anche e soprattutto costituisca un’occasione per provare a comprendere un proprio vissuto a cui si fa fatica ad attribuire un significato.

Creare contesti educativi funzionali, stimolanti e rassicuranti. Per la maggior parte di noi educatrici ed insegnanti questa espressione si traduce quasi in un mantra che ripetiamo continuamente sia dentro di noi sia tra di noi; facciamo costantemente attenzione che gli spazi nei servizi siano leggibili, chiari, ordinati, che il materiale sia riposto ed organizzato perché bambine e bambini ne possano fruire in modo consapevole e generativo; ci impegniamo a predisporre laboratori ed esperienze educative in cui sia garantita talvolta l’eterogeneità, talvolta l’omogeneità, puntualmente osservando la prospettiva dell’intersezione. Siamo concordi nel concepire lo spazio esterno come l’estensione del Nido o della Scuola e quindi prevediamo che routine, attività e momenti ludici siano regolarmente trasposti in giardino durante l’intero anno e favorire così l’osservazione diretta e partecipata dei cambiamenti naturali ed atmosferici.
Allestiamo atelier in cui bambine e bambini possano confrontarsi con forme espressive artistico-creative in cui sentirsi libere e liberi di portare alla luce il loro estro, le loro capacità più raffinate, i tratti più esuberanti della loro personalità.
Infine, ma non in ordine di importanza, siamo sintonizzate su quelle preziose frequenze d’onda che ci mettono in connessione con le intelligenze multiple delle bambine e dei bambini che vivono la nostra Comunità Educante per cogliere segnali indispensabili a trasformare interventi educativi in stimoli concreti ed escogitare sempre nuove formule di pedagogia attiva, nell’ottica di un fare maieutico, di un’esplorazione che dia luce al colorato ventaglio di possibilità che è in dotazione incondizionata al panorama cognitivo di ogni bambina/o.

Quando si fa riferimento ai contesti educativi, però, siamo chiamate a valorizzare in particolar modo anche quella dimensione che coincide con la trama su cui poggiano tutte le esperienze educative, il grembo che protegge la potenzialità embrionale e il cuore che incoraggia il libero fluire dei significati.
Il contesto educativo è la Relazione. Cos’è la relazione? In cosa consiste questa misura?
Una risposta lievemente polemica potrebbe asserire che creare legami significativi sia, ovviamente, la finalità obbligatoria per attivare processi educativi efficaci.
La nostra attenzione, anzi, la nostra disponibilità alla Relazione, necessita di un’elaborazione profonda perché non si sintetizzi in un agire affettuosamente verbale, in un alternarsi di scambi verbali e gentili consegne di indicazioni, suggerimenti e proposte.
Noi educatrici ed insegnanti siamo chiamate ed essere delle Custodi Emotive e, nelle nostre Relazioni con bambine e bambini, l’esercizio binario che di continuo mettiamo in atto consiste nel registrare ed accogliere, individuare e tradurre, attenzionare e restare autentiche.
Saper stare in Relazione significa stare in movimento tra le percezioni e il senso, avere una buona angolatura di prospettiva per riconoscere la giusta zona in cui fermarsi ad aspettare, in cui procedere in punta di piedi, o, ancora, in cui intraprendere una danza scandita da ritmi che sembrano non appartenerci, che possono togliere il fiato ma che, poi, irradiano solo vibrazioni positive.
Saper stare in Relazione significa gestire diversi equilibri: l’equilibrio del nostro Io individuale, l’equilibrio individuale di chi è in relazione con noi e l’equilibrio collettivo che caratterizza la Relazione educativa.
Nell’essere custode emotiva scegliamo di allontanare le resistenze e di alleggerire il nostro sguardo da opache pendenze, per favorire il librarsi di quei pezzi di storia che, nell’atmosfera relazionale, con incertezza o con impeto, aspettano solo di essere afferrati. E, una volta presi, li trasformiamo in un gancio su cui poter fare pressione nella stretta verso i significati, i vissuti e le emozioni di cui bambine bambini ci chiedono inconsapevolmente di essere partecipi.
La nostra partecipazione, però, necessita di condizioni senza le quali non può rispondere alle aspettative di sincerità ed efficacia che sottendono all’assunzione del ruolo di custode emotiva.

Un cantante a cui in tante e tanti siamo legate/i dice a gran voce che “è tutto un equilibrio sopra la follia”. Mi permetto questa metafora perché, nel considerare la follia come una bella ed indispensabile forma di energia, come un insieme di materiale translucido di infinite opportunità, come un orizzonte di senso dal quale risalire per conoscersi, resta in ogni caso centrale la responsabilità dell’equilibrio, il mio, il loro, il nostro.

Il mio equilibrio è una capacità che nel suo essere tale non si definisce mai compiutamente, è una ricerca senza soluzione di continuità di un’armonia personale in cui i vari aspetti delle tensioni si allineano, in cui, se da un lato si attiva la frustrazione, dall’altro risponde un meccanismo riparatore il cui funzionamento è esercitato da zone cuscinetto che intervengono a mediare un sentimento di sfiducia o di delusione con un apporto positivo determinato da altri contesti da cui ricevere benessere, come una lunga corsa all’alba, come un quadro dipinto una domenica pomeriggio, come un esame di filosofia sostenuto nella sessione invernale. In questo libero gioco di compensazione si raggiunge un livello di equilibrio che ci mantiene in asse ed impedisce il disinnescarsi di dinamiche inopportune nelle relazioni educative, sia in termini di impazienza ed intolleranza, sia in un coinvolgimento eccessivo, conseguenza della necessità che le restituzioni delle bambine e dei bambini costituiscano quel risarcimento inconsciamente atteso per l’investimento personale di risorse, tempo e dedizione.

Il mio equilibrio è la migliore garanzia per diventare custode emotiva, per accettare l’altra/o in tutte le sue manifestazioni e per cogliere segnali sensibilmente criptati con naturalezza ed onestà, senza la distrazione cognitiva causata da quell’instabilità interna che offusca la nostra empatia.

Il loro equilibrio è la propensione che bambine e bambini acquisiscono nell’ entrare in contatto con situazioni complesse e nei loro tentativi di elaborarle attraverso un racconto, una canzone, un gioco, un litigio; la sicurezza che percepiscono nell’esprimere le proprie reazioni ad episodi a loro direttamente accaduti o a cui sono state/i involontariamente esposte/i (come nel caso della storia iniziale), nel dare una singolare configurazione ad una sensazione forte ed inaspettata, triste o inebriante, in un gioco di costruzioni pericolanti che se crollano fanno rumore e si disperdono, per poi poter essere ricomposte anche nello stesso modo per tante volte, fino a che non si scopre un nuovo modello a cui ispirarsi e con cui inventare.
Il loro equilibrio è figlio di una base sicura, di uno stile d’attaccamento sicuro per citare John Bowlby, una dimensione d’accudimento in cui l’accettazione positiva ed incondizionata della bambina e del bambino li ha resi liberi di sperimentare e sperimentarsi e di percorrere sentieri di scoperte alle quali hanno imparato a non sottrarsi, ad agire in autonomia sotto lo sguardo rassicurante di chi protegge e dà fiducia anche con una presenza discreta.
Per essere custodi emotive, anche noi educatrici ed insegnanti, possiamo stare in relazione con bambine e bambini adottando una presenza discreta che si avvicini delicatamente al loro equilibrio, evitando di orientarlo in direzioni parallele alla loro emotiva zona di spazio prossimale, come gli insegnamenti di Vygotskij ci ricordano.
Quello lì è il luogo dove dovremmo farci trovare, o forse ancora meglio sarebbe riuscire a fermarsi sulla soglia di quel microcosmo, prendere la mano a chi, timidamente, tiene gli occhi bassi, ma con le dita cerca proprio il nostro sostegno e stringere forte quella di chi, invece, quasi automaticamente ci si aggrappa. La difficoltà nasce nel capire i tempi, la volontà e il grado di reale maturità con i quali la bambina o il bambino cercano la nostra mano per accedere al loro microcosmo emotivo; camminare insieme ad una presenza discreta aiuta a leggere tutte le indicazioni di una mappa straniera che può essere più o meno tradotta solo con la pazienza, la delicatezza, la leggerezza dei tentativi e la caparbietà elegante dell’attesa.

Il nostro equilibrio è il flusso generato da un confluire all’interno della Relazione educativa, dove la fiducia, la speranza sottile, il rischio, l’esuberanza, l’incertezza e l’entusiasmo delle bambine e dei bambini si uniscono alla volontà, alla responsabilità, alla serietà degli occhi, delle orecchie e delle mani, alla calma, alla tenacia, alla rassicurazione delle parole e dei silenzi che descrivono il nostro essere educatrici ed insegnanti, il nostro essere custodi emotive. Se il flusso scorre liberamente, anche con qualche diga qua e là ad arginare alcune rapide improvvise, abbiamo raggiunto il nostro equilibrio, un’area affettivo-cognitiva dove c’è spazio ed ascolto per qualsiasi narrazione, pensiero, contenuto di bambine e bambini, qualsiasi loro racconto che abbia bisogno di essere illuminato, chiamato, spiegato, e, perché no, anche urlato.
Tra le più belle cornici che risaltano il nostro equilibrio, quella dorata appartiene al Cerchio Magico, a quel momento in cui non ci sono storie brutte, parole difficili, “frasi che non c’entrano niente”, quel tempo collettivo in cui le espressioni casuali di una bambina o di un bambino sono il riflesso dei pensieri di altre/i, in cui una confidenza rivelata diventa l’incoraggiamento per altre confidenze a cui manca la spinta per essere raccontate, in cui la condivisione di una situazione spiacevole a cui si è assistito e che ha creato un generale disagio rappresenta lo strumento indiscusso per portare alla luce un piccolo dolore, una paura, un brutto sogno, che sta lì e aspetta solo di poter uscire fuori senza pensare a come dirlo.

Luna: maestra mi facevano paura quelle persone che strillavano.
Sara: però stavano da soli, non c’erano i figli
Alessio: Forse non ce li hanno
Ludovica: forse stavano a un’altra scuola
Luna: secondo me stavano già a scuola, non a questa, e litigavano perché tipo lui si era scordato che doveva portare la figlia a nuoto e la mamma si è arrabbiata
Sara: no per me c’hanno due gemelli come Marco e Luigi, che dovevano fare la doccia, mettere a posto la stanza, cenare e la mamma era nervosa perché da sola tutto non ce la fa’ a farlo e il padre era tornato tardi.
Luna: lo sai maestra che ieri mamma e papà pure hanno litigato, io stavo giocando con le mie sorelline, però correvamo e pure un po’ strillavamo.
E mamma era tanto stanca e pure papà
Papà ci diceva fate piano, noi non l’abbiamo sentito e poi mamma ha preso un bicchiere con l’acqua e l’ha tirato addosso a papà,
e noi abbiamo visto e mamma ci ha sgridato
e noi siamo andate via in cameretta con la porta chiusa.
Poi papà stava zitto e stava seduto sul divano e non diceva più niente.
E poi mamma è andata in bagno e stava zitta pure lei,
poi Benedetta è andata a fare pipì, mamma si stava facendo la doccia e papà stava sempre sul divano zitto, mica guardava la televisione, zitto, per tanto tempo zitto,
pure noi non dicevamo niente perché non ci andava più di giocare, poi papà si è alzato ed è uscito, Benedetta e Flaminia si sono andate a mettere il pigiama, io dovevo fare pure cacca, tanto mamma si era finita di lavare,
però pure lei non parlava, e io ero un po’ triste perché mamma non sta mai senza parlare, c’avevamo fame ma a mamma non glielo dicevamo perché magari ci tirava l’acqua pure a noi. Però poi papà è ritornato e aveva preso le pizze e noi eravamo contente pure se non c’era quella con i würstel, poi mamma ha guardato papà e gli ha detto Grazie e lui gli ha detto prego e non era arrabbiato perché gli ha tirato l’acqua.
Maestra: tuo padre ha capito che nel dirgli grazie vostra madre gli stava dicendo anche scusa.
Christian: eh certo gli aveva tirato l’acqua!
Maestra: forse la mamma di Luna non è riuscita a trattenersi, come quelle persone che prima litigavano fuori scuola, forse era così stanca che non trovava le parole per dire al papà di Luna perché si stava arrabbiando.
Ludovica: forse prima aveva litigato con qualcuno al telefono, come papà mio ieri che faceva su e giù su e giù e diceva tante parole al telefono
Leonardo: forse era preoccupata perché non aveva finito una cosa del suo lavoro importante e aveva bisogno di più tempo.
Sara: sì pure mamma ieri è tornata tardi perché c’era la riunione.
Maestra: vedete quanti motivi stiamo trovando insieme, a volte non riusciamo proprio a fermarci, a parlare piano, ad aspettare un attimo per ritrovare la calma. Magari ci stiamo impegnando tanto, ma qualcosa è troppo forte dentro di noi.
Luna: e pure dentro i nostri genitori.
Ludovica: e pure dentro a quei signori di prima.
Alessio: però dopo se ne va.
Sara: sì ma si deve chiedere scusa
Christian: si va bene pure grazie come la mamma di Luna.
Sara: ma ha gli ha detto grazie perché ha portato le pizze.
Ludovica: sì però voleva dire grazie e scusa.
Luna: maestra scusa non l’ha detto, però quando abbiamo finito di mangiare, io l’ho vista che è andata vicino a papà e gli ha detto qualche parola sotto voce, ma era qualche parola bella perché finalmente sorrideva!”
Giulia Iuliano, insegnante scuola dell'infanzia

Contributo narrativo "Luna" di Massimiliano Scollo
Quella mattina Luna era diversa.
Attaccavo alle 10 e avevo ricevuto il consueto saluto generale dei bimbi fatto di sorrisi e abbracci e aggiornamenti su tutto quello che avevano fatto e stavano facendo nel piccolo tempo da quando erano arrivati in classe.
Tutti insieme in un accavallato e gioioso vociare inconsapevole e indifferente ognuno del proprio compagno.
Era il mio saluto universale del secondo turno, il riconoscimento delizioso che mi tributavano i bimbi felici del mio arrivo. 
Di tutti, tranne di Luna, quella mattina.
Era nel suo angolo preferito, ma di spalle, quasi chiusa al resto dello spazio e stranamente portava ancora in testa il suo cappellino viola e fiori blu, suo grande vanto.
Sapeva che era il mio colore preferito e gongolava spesso coi compagni per questa mal segreta complicità con la maestra.
Chiesi subito alla collega come mai non lo aveva levato.
“Mi ha detto che non ne ha proprio intenzione, che oggi preferisce tenerlo, che ha bisogno di calore alla testa. E anche quando ho insistito mi ha semplicemente ignorato …”
Conoscevo quella modalità di Luna sebbene raramente la avevo vista comportarsi così sapendo con quanto orgoglio e vanità era solita mostrare a tutti i suoi meravigliosi ricci ogni giorno pettinati in maniera diversa mi chiedevo cosa fosse successo quella mattina
“Guarda che treccia oggi!! Oggi ho preferito lasciarli sciolti, mi piace il solletico sul collo che mi fanno! Sai oggi ho preferito la coda, c’è il sole e in giardino corro meglio! Queste mollette viola me le ha regalate nonna ieri, brillano e vanno bene solo per i miei ricci!!”
Avrei potuto tenere un diario solo per le sue pettinature, e probabilmente non sarebbe bastato.
Ma
Quella mattina
Il cappellino copriva tutto.
Capii subito che c’era qualcosa che non andava e mi misi in una più selettiva ricezione in attesa di qualche segnale che mi aiutasse a svelare l’’arcano.
I bambini lo sanno quando possono parlare e mai a domanda diretta.
Aspettano Vicinanza, Accoglienza, chiedono silenzio sulle loro sensazioni, non hanno ancora i pennelli giusti per spiegarle, hanno bisogno della loro versione della storia per spiegare cosa sentono, perché quello che li fa stare male è di solito inaccettabile e soprattutto se il dolore viene da vicino.
Quindi la salutai con affetto ma senza aspettarmi risposta che difatti non arrivò a parte un sorrisino forzato.
Aveva gli occhi tristi, senza quel solito brillio che li contraddistingueva, quella luce vivace che affascinava chi li guardava ma spesso intimoriva quando affrontati direttamente.
Iniziai la solita routine senza mai sottolineare l’assenza delle sue solite risposte o le sue normali dinamiche.
Il tempo fino a mensa passó veloce e Luna rimase isolata, poco propensa ai soliti giochi con le compagne e i compagni, ma soprattutto insolitamente silenziosa alle provocazioni e ai semplici scherni di gruppo.
Non era una indifferenza consapevole, un trucco sapiente per scoraggiare i compagni però.
Luna era tutta chiusa, persino le lentiggini erano spente, e le sue labbra sembravano serrate coscientemente, obbligate da chissà quale mostro terribile a non rivelare sorrisi.
In giardino mi portai subito a sedere molto vicino al suo posto solito, alla fine del gradone che costeggiava lo spiazzo, dove terminava contro il muro di cinta.
Da lì Luna aveva visuale su tutto ciò che accadeva e soprattutto era il luogo dove tra il prato e il muro nascevano le margherite più belle e soprattutto più alte che lei sceglieva con cura per farne dei braccialetti intrecciandone i gambi.
Lei arrivò subito tralasciando le abituali corse e rincorse all’arrivo in giardino.
Si era portata un libro, non uno tra i suoi preferiti. Aveva pierino e la rabbia.
E iniziò a scorrere le pagine velocemente, con sguardo attento 
Io rimasi in silenzio
Il cappellino non lo aveva mai levato, nemmeno a mensa, e le domande insidiose dei bimbi le avevo allegramente accantonate raccontando le avventure che avremmo affrontato al campo scuola.
Luna guardò il libro per ben due volte e iniziò a guardarmi di soppiatto, poi lentamente si avvicinò.
“ma bisogna arrabbiarsi per forza?” Chiese
“si può essere solo tristi vero? O prima o poi mi cresce un mostro dentro?
La guardai
“Certo che si può essere solo tristi ma è importante capire se si arrabbiati! A volte è difficile sapere se si è arrabbiati…”
Risposi
“Ah” declamó senza guardarmi
Aspettai un attimo dandole tempo per pensare poi aggiunsi
“Guarda che sole eppure fa freddo con questo vento. Per fortuna hai il tuo cappellino viola!”
Rimase in silenzio
“Ah” di nuovo” é vero fa ancora freddo. Infatti stamattina sul divano in salone c’erano 2 coperte… e papà non parlava molto. A lui non piace il freddo. Dice sempre che vorrebbe stare tutto l’anno in calzoncini. E pure il latte stamattina era freddo e papà mi ha messo solo una merendina invece che 2 e anche troppo nesquik anche se sa che non mi piace!”
Lo sguardo le cambió. E iniziò a tamburellare la gamba velocemente e a darsi piccoli colpetti con la mano destra.
“A volte anche i papà sono tristi e la tristezza spesso fa dimenticare le cose sai..”
Le dissi
“Secondo me era proprio arrabbiato e aveva il mostro dentro ! Ieri sera quando ero a letto ho sentito anche tante urla con mamma e stamattina era anche vestito uguale a ieri sera… e poi…”
Si alzò in piedi e d’improvviso mi si mise di fronte e con malcelata rossa pulsante rabbia si levò il cappellino
La chioma le esplose da sotto rivelando i bellissimi ricci oggi arruffati e scomposti, alcuni intrecciati malamente agli altri e uno sbuffo di ciocche sulla tempia sinistra le si alzò buffamente quasi rivoltandosi per tutto il tempo che era stato intrappolato sotto il pile del cappellino agitandolo elettricamente!
“ e poi non mi ha neanche pettinato e quando gliel’ho ricordato stamattina mi ha detto che non c’era tempo ma invece c’era e gliel’ho detto e mi ha strillato ma io non avevo fatto niente e lui si è girato e mentre se ne andava mi ha detto fatteli fare da mamma e io gli detto che mamma la mattina non c’è e lui mi risposto soltanto “appunto lo so” e non ho capito e siamo rimasti senza dirci nulla fino in macchina ma quando mi salutato mi ha abbracciato di più e mi ha chiesto scusa ma quando è andato via si è anche scordato di farmi ciao alla finestra”
Aveva raccontato tutto con un respiro solo e aveva gli occhi lucidi e quando se ne accorse si sedette con il viso verso il muro di cinta.
Senza guardarla dissi rovistando nella mia borsa
“Guarda un po’ che ho! L’ho comprato ieri ma ancora non l’ho usato. Un elastico per capelli viola!!! Che ne dici? Posso permettermi di farti la coda anche se non sono brava come papà…!! Io non neanche figlie femmine. Mi piacerebbe tanto fartela!”
Non rispose ma si avvicinò di schiena alla mia sinistra aspettando che lo facessi.
“Papà è l’unico che me la sa fare senza farmi male. Ci mette tantissimo ma non mi fa male. Anche mamma è bravissima ma fa più veloce e certe volte mi tira troppo..”
Inizia a legarle i ricci lentamente e con attenzione poi le dissi
“Anche i papà e le mamme talvolta non sanno se sono arrabbiati sai. E il mostro verde tutto felice gli cresce dentro di nascosto e gli fa dimenticare le cose. Ma tuo papà ti ha già chiesto scusa e anche se si è dimenticato di farti ciao sono convinta di una cosa"
“Cosa???”
“Che quando oggi lo rivedrai, se tu gli farai il tuo sorriso più bello e gli darai il tuo abbraccio più speciale e il tuo bacetto magico ti guarderà e sarà felice. Vedrà la tua coda fatta male da me e capirà e probabilmente non si scorderà più di pettinarti..”
Non rispose, finii di fare la coda e le dissi
“Fatto”
Si alzò, la controlló, sembrò mediamente soddisfatta e con gli occhi tornati vivaci e le lentiggini di nuovo brillanti mi regalò un sorriso e si voltò correndo verso gli amici e le amiche.
Mentre correva via mi parve stranamente di vedere un piccolo mostro verde spiaccicato sull’asfalto dello spiazzo ma forse, dico forse era solo una semplice, innocua, piccolissima bacca schiacciata…
Massimiliano Scollo

sabato 22 marzo 2025

IMPARANDO A RACCONTARE E RACCONTARSI

“Nella Scuola sulla Collinetta bambine e bambini hanno appena finito di fare merenda; se una persona entrasse in classe in quel momento, potrebbe facilmente intuirlo già solo dalle briciole di crackers che colorano di pallini gialli il marmo secolare del pavimento. E non c’è nulla da fare; questi pallini sono proprio impertinenti, perché, per quanto la maestra tenti di spazzarli via, ecco che spuntano nuovamente. Sembra proprio che abbiano delle zampette agili e veloci che si prendono beffa della scopa!
Finalmente è tempo di giocare e, mentre si conclude il ripristino, c’è già qualcuna e qualcuno pronta e pronto a scegliere quale avventura inventare, o in quale storia partecipare.
Nei cinque minuti che precedono i numerosi inizi, inutile dire che frastuoni e schiamazzi fanno da accompagnamento sonoro all’allegra atmosfera, ma poi, dal momento in cui tutti i giochi prendono forma, quel disordine rumoroso si acquieta e ad un ascolto attento e ad uno sguardo curioso e perspicace non possono certo sfuggire quelle sfumature e quei dettagli che rendono la fantasia uno spettacolo irresistibile. C’è chi costruisce sulla pedana un palazzo di dieci piani con le costruzioni; chi schiera su un tavolo due file di dinosauri e li prepara ad uno scontro preistorico all’ultimo grido; chi invece, al tavolo di fronte, si diletta con la tombola delle stagioni; chi, nell’angolo sotto la finestra dalla quale si vede passare il treno (quello vero!), sta costruendo una ferrovia sui cui binari viaggiano delfini, squali e balene, e chi si è nascosto dietro ad alcune sedie e si sta raccontando un segreto.
Luna tiene tra le mani il libro che ha portato questa mattina, gliel’ha regalato ieri suo padre e non riesce a separarsene. Eva e Lorenzo le chiedono di poterlo leggere insieme sulla panchetta; lei da subito sembra restia, poi, però, acconsente a patto che a sfogliare le pagine sia solo lei. La maestra, dopo essersi arresa alla resistenza dei pallini gialli, si è seduta al tavolo rotondo per aiutare Alessio che sta provando a fare l’incastro della fattoria, quello che proprio non riesce a completare e, mentre lo incoraggia a scrutare le estremità dei tasselli, non può fare a meno di ascoltare come Luna racconti il libro alla sua amica e al suo amico, come moduli la sua voce per imitare la bambina protagonista e come si impegni a ricordare quelle frasi e quelle parole apprese solo da un paio di giorni. La lettura di Luna è veramente suggestiva, tanto che le si avvicinano anche Paolo, Elisa, Fabian e Stella, e senza dire nulla, si mettono per terra vicino alla panchetta e, seduti a gambe incrociate, ascoltano Luna che narra la “storia di Priscilla”.
Elisa è entusiasta e, appena la sua compagna chiude il libro, si precipita dalla maestra per chiederle di leggere Priscilla quando faranno il ‘cerchio’. La maestra, però, ha capito che questo libro ha un valore speciale per Luna e risponde ad Elisa affermando che, se la sua compagna vorrà, avrà piacere di leggerlo alla classe, anzi potrebbero farlo anche insieme, dal momento che ne ha imparato quasi tutte le frasi. Elisa, allora, torna da Luna e le chiede se le va di leggere la storia di Priscilla insieme alla maestra durante il Cerchio Magico. Luna, quindi, si gira subito verso la maestra con aria titubante, ma, ricevendo nello stesso istante il suo sorriso rassicurante, le mostra il libro e le dice: “Che lo puoi leggere dopo, quando ci mettiamo ‘sedie a cerchio’ e io mi siedo vicino a te?”


Quella maestra potrei essere io, e come me, tutte quelle educatrici, educatori ed insegnanti convinte e convinti che le storie e i racconti siano la chiave per intessere una rete pedagogica funzionale e significativa.
Io sono Maestra Giulia e mi piace pensare che dove finiscono la mia voce, i miei occhi, le mie orecchie e i miei gesti, iniziano le parole di un racconto, quelle scritte in oggetti magici come gli albi illustrati, ma anche e soprattutto quelle che narrano le storie dell’affascinante mondo che è l’io individuale di bambine e bambini. Non mi riferisco, però, solo alle parole che si presentano nei ruscelli cristallini di chi ha l’irrefrenabile voglia di farle scorrere libere in una trasparenza disarmante; esistono storie anche in quelle parole che si nascondono nelle ombre di una voce acerba, in una pausa prolungata e accompagnata da profondi sospiri, in un sorriso che riempie un intero viso, nelle goccioline salate che rendono liquidi due occhi che sbattono le palpebre per mandarle via.
Il Racconto è un orizzonte di senso, è un luogo non luogo della conoscenza, un Iperuranio di possibilità che si districano in un processo continuo di scoperta, immaginazione e confronto, perché è nel Raccontare e nel Raccontarsi che l’essere umano ed in particolar modo bambine e bambini fanno esperienza di sé e di chi orbita intorno la loro persona. Attraverso la narrazione si aprono stanze illuminate da accecanti significati che non possono essere oscurati dalla frenesia di un fare compulsivo caratteristico dell’agire adulto; i significati dei racconti vanno accolti, presi per mano, alcune volte persino presi in braccio, vanno stretti in un contatto di ascolto e fiducia, vanno protetti dalle intemperie della superficialità e dall’esigenza data dall’uniformare, dal semplificare, dal dover tradurre ogni pensiero in concetti omologamente riconosciuti.
La narrazione è un potente strumento di esplorazione emotiva, è un canale in cui si mescolano affluenti di segreti, confidenze, aneddoti, dolori, traumi, che non sempre sono espressi in una versione manifesta e chi, come me, decide di essere un custode emotivo, non può non fare i conti con un senso di responsabilità che pulsa ogni qual volta una bambina e un bambino si mette a bordo di una zattera e attraversa quel canale, il suo canale, dove può imbattersi in una cascata o, anche solo in una piccola rapida, e scopre di aver bisogno di un giubbotto di salvataggio. Non è detto, però, che debba necessariamente navigare su acque impetuose, potrebbe aver bisogno di aiuto per riflettere la sua immagine nella limpidezza di un fiume amico. Essere custodi emotivi significa sapersi muovere con leggerezza, dinamicità e destrezza nello sfondo di esperienze possibili che si delineano nella dimensione cognitivo-sensoriale del Racconto; significa essere libere e liberi da fardelli stereotipati, da ostacoli pregiudizievoli, da aspettative inopportune che minano la sincerità di Storie autentiche e spontanee.
Sono un’insegnante di Scuola dell’Infanzia del Comune di Roma da circa dieci anni, ma mi esercito ad essere una custode emotiva sufficientemente buona da diversi anni; ho iniziato ascoltando le storie che mi raccontavano le bambine e i bambini nelle case-famiglia e nei centri di accoglienza, quando ancora non sapevo mettere filtri e mi facevo spugna della tristezza e della speranza di ciascuna e ciascuno di loro. Poi, però, ho deciso di cambiare rotta e di intraprendere un viaggio di crescita professionale e personale, percorrendo i sentieri policromi che la dimensione scolastica mi avrebbe destinato ed imparando a riservare uno spazio inevitabile e puntuale al Racconto, al mio racconto individuale, al racconto delle parole scritte e a tutti quei racconti espressi e celati dalle bambine e dai bambini.
Tra i cinque campi d’esperienza delle Indicazioni Nazionali per la Scuola dell’Infanzia sono presenti due sfere d’indagine che legittimano la continua attenzione pedagogica dedicata al Racconto, ovvero, I Discorsi e le Parole e Il Sé e l’Altro, sfere d’indagine che si estendono nell’ampia finalità educativa rivolta allo sviluppo dell’Identità, che a sua volta si esprime all’interno di un orizzonte di senso affine, di un caleidoscopico sfondo di condizioni ed esperienze possibili rappresentato dalla Relazione. Come educatrice d’infanzia ed insegnante il mio obiettivo educativo è di creare un movimento dialettico tra questi elementi, di tracciare un itinerario che metta in comunicazione aspetti le cui entità rivelino la propria efficacia in una connessione reciproca e continuativa e credo di poter affermare che il contesto che si presta in modo più congeniale a questa comunione di intenti sia inevitabilmente il Racconto.
Luna chiede alla maestra di poter leggere la storia di Priscilla quando si fossero messe/i sedie a cerchio, ovvero quando sarebbe giunto il momento della routine, buona pratica, strategia educativa, metodologia didattica, tutte definizioni corrette per descrivere quello che a me ed altre esploratrici ed altri esploratori narrativi piace chiamare Cerchio Magico.
Bambine e bambini sono invitati a fare il Cerchio, e questo termine è, appunto, la metafora educativa per rappresentare la circolarità che caratterizza le relazioni: il legame individuale che ciascuna bambina e ciascun bambino stringono con l’insegnante, il rapporto della classe con la figura educativa di riferimento, le relazioni che intercorrono tra bambine e bambini, non necessariamente piacevoli ed esclusive, anzi, spesso dinamiche conflittuali tendono ad evidenziare maggiormente il loro carattere circolare. Nel cerchio si assorbono gli spigoli e si allungano le braccia, poggiandosi sulle spalle della propria vicina o del proprio vicino vicendevolmente, dove potersi sentire sicure e sicuri e riconoscersi come parte indivisibile e unica di un Tutto leale e protettivo.
Ho avuto la fortuna di imparare a condurre il Cerchio Magico da degli esperti della narrazione emotiva, due professionisti che trasformano questo strumento in un’occasione di scoperta, immaginazione e confronto per accogliere con entusiasmo e delicatezza il pensiero e la creatività delle bambine e dei bambini, invitandoli a prendere posto al ricevimento delle loro emozioni.
Elena Sbaraglia e Dario Amadei non sono solo due tra i più coinvolgenti ed appassionati Formatori di Roma Capitale, sono due pionieri della narrativa emotiva ed i loro insegnamenti, nonché il loro esempio, costituiscono per me e per numerose educatrici e insegnanti il vero stimolo a considerare il Racconto la più redditizia delle opportunità educative in termini di identità, relazione ed autostima.
Ecco perché ogni giorno non siamo solo educatrici, educatori ed insegnanti; nei nostri Cerchi Magici, infatti, siamo anche e soprattutto Cacciatrici e Cacciatori di Storie, dove le Storie non sono altro che spazi privilegiati in cui stare e da cui poter risalire per spingersi il più possibile alla ricerca del proprio discorso interiore e, nello stesso tempo, del discorso dell’io altrui.

“La maestra invita le bambine e i bambini a sedersi, mentre Luna continua a stringere il suo libro a sé.
-Maestra, che ci leggi il libro di Luna?- afferma euforica Elisa.
-Se Luna è d’accordo, mi farebbe molto piacere!-risponde cauta la maestra. Luna, allora, posiziona la sedia vicina a quella dell’insegnante e appoggia l’albo sulle gambe. Dopo numerosi solleciti a prendere posto, finalmente l’inevitabile cigolio delle sedie e l’esuberante vocio insistente iniziano a placarsi; è allora che le compagne e i compagni orientano la loro curiosa attenzione su Luna che, cercando lo sguardo complice della maestra, si rivolge alla classe e pronuncia l’inesorabile frase: - cosa vediamo nella copertina di questo libro?
Lorenzo: c’è una bambina con un cespuglio in testa tutto rosso fuoco.
Eva: sembra ‘Ribelle’.
Elisa: macchè ‘Ribelle’, quella c’ha i capelli più lunghi e più arancioni!
Alessio: e poi mica è la storia del cartone, quella era di cavalieri, questa invece mi pare una bambina.
Stella: a me Ribelle non mi sta simpatica, però neanche questa, a me mi sembra che è arrabbiatissima.
Paolo: è arrabbiata perché gli hanno bruciato i capelli, guarda come vanno a fuoco!
Manuel: forse chiamano i pompieri!
Stella: sì sì è arrabbiata, forse perché hanno scarabocchiato il suo disegno.
Elisa: sembra che ha una nuvola di rabbia in testa.
Paolo: gli si vede pure la gola.
Eva: no quella è la tonsilla.
Luna, allora, afferma - Questa è Priscilla e sì, è molto arrabbiata perché deve andare alla festa di Carnevale e non riesce a trovare il suo scettro perché è una regina, e siccome non lo trova, non può essere una vera regina e quindi si arrabbia tantissimo e i capelli iniziano a bruciarsi!-
La maestra aggiunge: - Vi ricordate Roberto che era così arrabbiato da sputare fuori quella cosa grossa grossa e tutta rossa, A Priscilla invece si bruciano i capelli… E invece la vostra rabbia come è fatta?-
Il libro non è ancora stato letto, ma i pensieri di bambine e bambini hanno iniziato a danzare in un libero gioco con la loro immaginazione e le loro emozioni.”

Giulia Iuliano, insegnante scuola dell'infanzia








domenica 7 aprile 2024

Laboratorio “Oggi decido io”. La bellezza del “fare da soli” ma… insieme

Tra le finalità che le Indicazioni Nazionali del 2012 individuano per la Scuola dell’Infanzia, ha un notevole rilievo il promuovere nei bambini e nelle bambine lo sviluppo dell’autonomia, spiegando che cosa significa questa conquista: «avere fiducia in sé e fidarsi degli altri; provare soddisfazione nel fare da sé e saper chiedere aiuto o poter esprimere insoddisfazione e frustrazione elaborando progressivamente risposte e strategie; esprimere sentimenti ed emozioni; partecipare alle decisioni esprimendo opinioni, imparando ad operare scelte e ad assumere comportamenti e atteggiamenti sempre più consapevoli».
Tutti sappiamo che l’espressione “Aiutami a fare da solo” è uno dei più grandi insegnamenti di Maria Montessori e possiamo quasi dire che queste poche parole sintetizzano un po’ tutta la sua linea pedagogica, che mira a stimolare l’indipendenza e la libertà di scelta del bambino, favorendone lo sviluppo del senso di responsabilità e consapevolezza.
Il laboratorio “Oggi decido”, sperimentato dall’anno scorso in modo molto proficuo, non solo è un momento educativo in cui ogni bambino o bambina coglie la sfida di scegliere e organizzare delle attività in piena autonomia, mettendo alla prova se stess*, ma anche un momento di cooperazione con i coetanei, provenienti anche dalle altre sezioni e di età diverse. Offre inoltre alle insegnanti una grande opportunità per preziose osservazioni di cui fare tesoro nel quotidiano svolgimento delle giornate scolastiche, approfondendo la conoscenza e le abilità di ogni bambin* e il suo modo di relazionarsi con gli altri. 
Condividendo con me le sue osservazioni e riflessioni, la maestra Giulia scrive: «Vorrei continuare a vivere l'esperienza del laboratorio “Oggi decido io” perché mi offre sempre interessanti spunti di riflessione. È una grande occasione per osservare l'autonomia e il senso di autoefficacia dei bambini, che in diversi contesti, nelle attività quotidiane, a volte con tempi più brevi, appaiono meno in evidenza, difficili da cogliere con sicurezza. Alcuni bimbi, appena fatto il loro ingresso, hanno esordito chiedendo: “Cosa dobbiamo fare?”, con l'espressione scettica e un po' preoccupata di chi si sente senza una guida, di chi non ha un'indicazione precisa da seguire. “Quello che volete, con i materiali che preferite, nel modo che vi piace” ho risposto io, e a quella risposta uno di loro ha replicato: “Allora mi fermo un attimo e ci penso”. Si sono poi formati diversi sottogruppi: in un caso tre amiche, provenienti dalla sezione Gialla, una volta scelti i materiali che sembravano loro più interessanti, si sono organizzate sul lavoro da svolgere e si sono addirittura divise i compiti, facendo oltretutto attenzione a non sprecare carta. Appare molto più chiara anche la capacità di attenzione e concentrazione di ogni bambin*: i bimbi dal temperamento più calmo sono rimasti concentrati molto più a lungo sulla stessa attività, mentre, invece, i bimbi più vivaci hanno voluto provare subito attività diverse, per poi fermarsi in un secondo momento su quella preferita. Sono stati molto evidenti i percorsi di autoregolazione e autovalutazione dei bimbi durante tutto il periodo delle attività e anche l’aspetto emotivo del momento. Guardavano soddisfatti le loro opere, chiedendo però l'approvazione dell'insegnante o del loro amico seduto lì vicino. Alla mia domanda “Sei soddisfatto? Ti piace?”, non solo hanno risposto affermativamente ma hanno anche saputo motivare la loro risposta. Offrendo loro svariati tipi di materiale, ne hanno potuto sperimentare in maniera totalmente libera e indipendente l’utilizzo e l’efficacia secondo l'obiettivo che si erano dati: “La colla è troppo appiccicosa su questa carta (carta velina)…. Prendo quest'altra (cartoncino)”. Una bambina mi ha colpito in particolare modo perché, dopo essere stata per molto tempo impegnata a ritagliare piccoli pezzetti di carta di vario colore e incollarli sul foglio, alla domanda della sua amica che le chiedeva cosa avesse rappresentato, lei ha risposto: “Non lo so cosa ho fatto…Anzi sì, ho fatto quello che sentivo”».
Che dire se non che ogni frase, anzi ogni parola, va presa in considerazione da tutto il team pedagogico per diventare motivo di riflessione, di confronto e di valutazione del percorso in atto?
Alla voce della maestra Giulia si aggiunge quella della maestra Viola: «Liberi di muoversi negli ambienti delle tre sezioni e di adoperare il materiale destrutturato messo a disposizione, i bimbi e le bimbe imparano a gestire e ad organizzare il proprio tempo e le loro attività, scevri da condizionamenti esterni e ad utilizzare oggetti e strumenti a loro piacimento, implementando parallelamente la fantasia e l’immaginazione. Questo crea un vero e proprio circolo virtuoso che ha un impatto estremamente positivo sul bambin* che, diventando protagonista attiv* delle proprie scelte e facendo da sé, acquisisce maggiore consapevolezza e fiducia nelle proprie abilità, mostrandosi sempre più consci* nell’utilizzo della componente spazio-tempo».
Anche la maestra Assunta, che accompagna ogni volta il laboratorio con un delicato e rilassante sottofondo musicale, mi comunica il suo entusiasmo e la sua soddisfazione nel vedere i bambini e le bambine lavorare in un clima di cooperazione in cui i più grandi aiutano i più piccoli, insegnando loro tecniche e strategie e prendendosene cura, non con l’aria di chi, essendo più grande, ne sa di più, ma con un fare amorevole e protettivo. 
Non mi dilungo e concludo, ma ci sarebbe ancora molto da dire per esprimere la nostra meraviglia che si rinnova sempre perché i bambini non finiscono mai di stupirci col loro mondo magico e pieno di sorprese e noi ci emozioniamo ogni volta, sperimentando con i nostri occhi veri e propri…miracoli!
Suor Mariapaola Campanella e le docenti del Polo Zerosei

domenica 24 marzo 2024

“Non siamo solo donne, siamo storia”

“Non siamo solo donne, siamo storia”
Incontro di bibliolettura interattiva sulla discriminazione di genere Presso il Municipio roma xiii aurelio con le scuole del territorio
a cura di Dario Amadei e Elena Sbaraglia

giovedì 14 marzo 2024

A scuola in compagnia delle storie dal Nido alla Primaria

È sempre motivo di grande gioia e soddisfazione, per chi ha il compito delicato e talvolta gravoso di coordinare una scuola, raggiungere obiettivi e traguardi desiderati e vedere con immenso piacere e quasi con occhi increduli, l’intero team di docenti ed educatrici intraprendere un importante percorso unitario con risultati veramente incredibili.
Quest’anno tutti e due i settori del nostro istituto scolastico San Francesco di Sales: il Polo Zerosei, con Nido e scuola dell’Infanzia, e la Scuola Primaria si sono lasciati avvolgere dal meraviglioso vortice delle storie e, in base all’età e al livello scolastico, stanno maturando percorsi di crescita davvero sbalorditivi.
Diciamo che all’origine di questo piccolo “miracolo” ci sono i nostri due carissimi amici – ormai chiamarli esperti o formatori è riduttivo, dato il rapporto di amicizia creatosi con tutto il team – Dario Amadei ed Elena Sbaraglia. In realtà la loro presenza e attività nella nostra scuola, attraverso i laboratori di narrazione e scrittura creativa, ha vent’anni di vita, senza interruzioni, come abbiamo narrato nel libro scritto insieme A scuola di storie ed è bellissimo pensare che, allo scadere di questo ventennale, ci sia stata un’immensa fioritura, che si è estesa a tutta la scuola. Finora solo un paio di classi della Scuola Primaria si erano impegnate a fare, anno dopo anno, questa bellissima esperienza con Dario ed Elena. Nel settembre 2022, con l’inaugurazione del Polo Zerosei, ecco arrivare la svolta: l’attuazione di un corso di formazione sulla bibliolettura interattiva e narrazione emotiva (metodo BiNe) per le educatrici e docenti del Polo Zerosei. L’intento era quello di offrire loro principi e strumenti adeguati a porgere le storie ai propri bambini, stimolandone l’interesse, facendo maturare in loro la capacità di ascoltare, ma anche mettersi in ascolto del loro raccontarsi attraverso le storie. A distanza di un anno, nel settembre 2023, il corso di formazione è stato programmato per tutto il personale della scuola, inizialmente il primo livello per la Primaria e successivamente il secondo livello per tutti.
Fin dall’inizio è stato evidente l’interesse e il coinvolgimento dell’intero team che, dopo aver seguito con attenzione Dario ed Elena e la ricchezza dei contenuti che ci offrivano, si è messo in gioco impegnandosi in un enorme cerchio magico. Ne è nata una storia, iniziata con l’incipit suggerito da Dario stesso e proseguita con le idee che fluivano, come una cascata zampillante, dal cassetto della fantasia di ciascuno, nel rispetto della tecnica “step by step” appena appresa. La storia della maestra Samantha è diventata poi un racconto che ogni insegnante ha portato nella propria classe o sezione, accolto dai bambini che lo hanno personalizzato, concluso in modi diversi, rappresentato in sequenze con bellissimi disegni, alcuni hanno cercato e portato a scuola gli oggetti che facevano parte della storia. Si sono attivati veri e propri percorsi educativi, emozionali e didattici, condivisi alla fine con i genitori, classe per classe. 
Questa è stata la partenza della nostra avventura con le storie, proseguita poi in ogni settore della scuola con modalità diverse. Per i piccoli del Nido 12-14 e 24-36 mesi l’appuntamento quotidiano con le storie è il momento in cui vengono completamente rapiti dal racconto, dal coinvolgimento fisico ed emotivo che ne scaturisce e questo grazie anche alla capacità delle educatrici di accompagnare la narrazione con diverse intonazioni di voce, la mimica facciale, i movimenti, il sottofondo musicale. È meraviglioso osservare i bambini che ascoltano una storia, mi fanno pensare a una nidiata di uccellini col becco spalancato in attesa di essere imbeccati dalla mamma. Hanno un’espressione attenta e concentrata con gli occhioni grandi grandi che fissano l’educatrice-narratrice e le bocche aperte.





I bambini della Scuola dell’Infanzia, un po’ più grandi, non solo ascoltano le storie che la maestra racconta, le rappresentano con i disegni, a volte le drammatizzano, ma ne costruiscono tante loro stessi, con la sapiente guida dell’insegnante, nel rispetto della tecnica “step by step”.
C’è poi da aggiungere anche che, diventati Polo Zerosei bilingue, ogni giorno alcune piccole storie vengono raccontate anche in lingua inglese e i bambini le apprezzano molto.
Per quanto riguarda la Scuola Primaria, la nostra più grande soddisfazione è che, classe dopo classe, tutte hanno vissuto la bellissima esperienza del laboratorio narrativo con la tecnica “step by step”, guidati da Dario ed Elena. Anzi, la cosa molto bella è che si sono inseriti nel nostro progetto annuale, verticale e multidisciplinare, sul tema “La natura è bellezza”. Dopo aver trattato negli anni scorsi la natura da tanti punti di vista, quest’anno abbiamo puntato all’aspetto della bellezza e alle sensazioni ed emozioni che proviamo davanti a tanti spettacoli della natura. Abbiamo conosciuto persone che amano rappresentare con colori e pennelli non solo quello che vedono con gli occhi, ma soprattutto quello che vedono col cuore ed ecco dedicarci alla scoperta della natura attraverso i dipinti di grandi pittori. Quadri di impressionisti francesi e non solo sono passati sotto i nostri occhi, esaminati nei particolari, riprodotti dalle mani dei piccoli pittori in erba. Dario ed Elena nei laboratori ogni volta hanno proposto un quadro che, proiettato sul monitor interattivo, ha avuto la funzione di trigger e di lì è partita la storia. Sono racconti meravigliosi, che fanno toccare con mano come la fantasia dei bambini sia infinitamente più ricca di quella di noi adulti. Sono anche racconti che rivelano non solo una buona abilità nello scrivere, ma anche capacità di problem solving e di lavorare in gruppo, confrontandosi, ricercando insieme le parole più adeguate, rispettando e valorizzando le idee dei compagni. 

Che dire? Stiamo toccando con mano ogni giorno che “l’interazione che la narrazione creativa genera fa sperimentare ai bambini un senso di efficacia personale e di piacere, perché li fa sentire riconosciuti e confermati. La narrazione aiuta a riflettere, a produrre idee e a identificarsi con l’altro”. (Amadei D. e Sbaraglia E., Nati per raccontare, Roma, Castelvecchi Ed. 2020, pag. 22).
La coordinatrice Suor Mariapaola Campanella

giovedì 7 marzo 2024

I primordi del Metodo BiNe: è possibile fin dalla sezione piccoli al nido?

Ben trovati a Tutti Voi lettori, ascoltatori, narratori, cacciatori di storie…
Oggi sono qui a raccontarvi la mia esperienza come educatrice e portavoce del metodo BiNe fin dal nido.
Gli scorsi anni ho avuto modo di portare questo metodo di bibliolettura interattiva e narrazione emozionale prima nella sezione dei medi e successivamente in quella dei grandi dove i semi del lavoro svolto l'anno precedente hanno dato i loro frutti migliori!!!
Quest'anno nella sezione piccoli (con bimbi dai pochi mesi fino ad un anno) era una vera e propria impresa e un’ardua sfida pensare ad una possibile ed eventuale applicazione del metodo BiNe.
La risposta è arrivata da sè nel corso dei primi mesi…
Vista l’età dei bambini ancora troppo piccoli per questo approccio, insieme al Gruppo Educativo con cui lavoro abbiamo pensato di creare una piccola biblioteca (fuori la sezione) con dei consigli di letture per i genitori che affrontassero temi come la genitorialità, l’ambientamento al nido… che fossero per loro stimolo di riflessione e toccassero le corde di quei sentimenti che stavano affrontando e vivendo nei primi mesi di inserimento. In seguito, quelle stesse letture sarebbero potute diventare argomento di discussione, confronto e condivisione in incontri nel "cerchio magico". 
Passano i mesi e qualche bimbo/a ha compiuto il primo anno di vita e qualcun altro si è evoluto, liberandosi dalla mera soddisfazione dei soli bisogni primari e aprendosi all'ambiente e all'altro da sé.
Ecco il momento per intravedere l'alba del metodo BiNe.
Vista, comunque, ancora la tenera età dei bambini/e, il racconto di una storia sarebbe stato ancora troppo pretenzioso, forse… le loro capacità attentive e cognitive sono ancora in sviluppo e altamente radicate alla realtà circostante e legate saldamente a tutti e cinque sensi.
Si è valutato allora di dar loro un primo approccio alla lettura e al racconto di storie utilizzando alcuni libricini musicali che, fornendo loro, oltre al supporto visivo, anche quello sonoro, sono riusciti a catturare il loro interesse.
Ed eccoci arrivati a metà anno… Oltre ai libri sonori, stiamo utilizzando anche semplici libricini, storie brevi che stanno dimostrando di catturare l'attenzione e di essere propedeutici ai percorsi successivi in cui la narrazione di storie fungerà da trigger per l’attivazione di pensieri ed emozioni intimi e poi condivisi nel "cerchio magico" che è il fulcro del metodo BiNe.
Mi chiedete se è possibile intraprendere un percorso di bibliolettura interattiva e narrazione emotiva fin dal nido?
La mia risposta è: ASSOLUTAMENTE SI!
E cominciare a porre le basi di questo metodo fin dalla sezione dei piccoli non è una chimera, perché instillare nei bambini anche così piccoli la capacità e l'attenzione all'ascolto, l'interesse ed il piacere per la narrazione, la possibilità di instillare pensieri ed emozioni sono le basi fondamentali per la costruzione di quella che Bruner definisce l'intelligenza narrativa, che permetterà loro nel corso dell'evoluzione di essere soggetti protagonisti delle proprie e delle altrui storie.
Ilaria Dalmastri

domenica 14 gennaio 2024

Una sorpresa di Natale

È la notte di Natale. Sono a letto e a un certo punto sgrano gli occhi pensando che sia mattina; guardo la sveglia e con aria delusa capisco che non è così. Sento camminare per il corridoio; a ogni passo che se
nto, la casa si scuote. Mi batte il cuore all’impazzata. Un pianto mi fa saltare dalla paura. Allora, armata di cucchiarella di legno (perché fa più male) e di coperchio (che userò come scudo), mi incammino verso il corridoio pieno di giocattoli sparsi qua e là. Li ho scavalcati uno dopo l’altro. Proprio in quel momento provo un dolore inimmaginabile, perché avevo sbattuto il mignolino del piede allo spigolo della libreria.
Non potevo urlare o piangere: avrei svegliato tutti, quindi mi sono limitata a un piccolo “Ahi!!” detto a bassa voce. Botta al mignolino o non botta al mignolino – preferirei la seconda opzione – non mi posso arrendere e, saltellando su una gamba, arrivo davanti alla sala da pranzo, dove spicca solo la luce dell’albero messo in un angolino. Sotto di lui mi sento piccola come una formichina. Mi trasmette le emozioni del Natale: amore, allegria e spensieratezza. 
Sento piangere di nuovo, stavolta più vicino: proviene dal presepe. Mi avvicino e vedo una scena mai vista prima: era nato il Bambinello. Quei passi pesanti che sentivo erano quelli dei numerosi pastori che andavano verso la capanna. 
Una lacrima mi scende dal viso e capisco che sarebbe stato quello il Natale più magico ed emozionante di tutta la mia vita.
Elena, classe quinta dell'Istituto San Francesco di Sales

TOC TOC... Natale è arrivato

Natale è arrivato insieme a un'enorme valigia che sta per scoppiare. Però non capisco che cosa sta facendo, ma... la sta aprendo! Tutto a un tratto ha addobbato il mondo. Palazzi, prima spenti e rovinati, si sono riempiti di luci che ti donano accoglienza, strade prima vuote ora sono inondate da bancarelle colorate. La gente, anche se non ti conosce, ti dice: “Buon Natale!”. Però... il signor Natale sta tirando fuori un'altra cosa, la maneggia delicatamente, non so dargli una forma, è solo un po' rossastra. L'ha liberata nell'aria come se non vedesse l'ora di donarla al mondo. Ho capito cos'è, è l'amore, la voglia di stare insieme, l'amicizia in famiglia, l'attesa dei parenti perché non vedi l'ora di abbracciarli, l'attesa dei regali come gesto di gentilezza e l'attesa di Gesù, dell'amore che dona nei nostri cuori. Il Natale sta richiudendo la sua stratosferica valigia. A me dispiace ma deve andare. a malincuore, salutandomi mi dice: “Ci vedremo il prossimo anno!”, E con l'ultimo addobbo rimanente se ne va, mentre scompare nel nulla.
Sofia, classe quinta Istituto S. Francesco di Sales

lunedì 27 novembre 2023

Tutti intorno a una storia di Mariapaola Campanella

Una settimana di storie e cerchi magici alla Scuola Primaria S. Francesco di Sales
L’idea meravigliosa che ci ha portato a vivere con entusiasmo questa esperienza è partita da un bellissimo corso di formazione, rivolto al team pedagogico delle educatrici e docenti di tutta la scuola, sulla bibliolettura interattiva e narrazione emotiva, ovvero il metodo BiNe.
I nostri formatori, Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, creatori di questo metodo, sono i nostri amici cacciatori di storie che ci accompagnano da anni: Dario da ben 20, Elena è arrivata qualche anno dopo, e grazie a loro in questi due decenni alcune classi hanno sperimentato i laboratori di scrittura creativa con il metodo “step by step”, ideato proprio da Dario.
Questi venti anni di storie alla S. Francesco di Sales sono raccontate nel libro scritto insieme da noi tre in questi mesi, A scuola di storie, che riporta le fantastiche esperienze che i bambini di varie generazioni hanno vissuto e le linee pedagogiche ed educative che stanno alle spalle di tutto questo lavoro.
Ed è proprio in occasione di questo ventennale, e grazie al corso di formazione a cui abbiamo partecipato, che abbiamo acquisito maggiore consapevolezza sull’importanza del raccontare e raccontarsi nella vita di ogni persona, nello specifico i bambini, dei quali ci occupiamo quotidianamente. Lo abbiamo sperimentato su noi stessi, mettendo in atto a fine corso l’esperienza del cerchio magico nel quale, lavorando collettivamente con la tecnica step by step, con la sapiente guida di Dario ed Elena, abbiamo costruito una bellissima storia.
E di lì è scaturita la proposta di dare inizio all’anno scolastico in modo diverso, lasciandosi trasportare dalle storie e aprendo tutti quanti il cuore e il cassetto della fantasia per lasciare sgorgare liberamente idee ed emozioni, ma anche condividere con le famiglie questo bel percorso e coinvolgere i genitori a partecipare al cerchio magico.
La storia della maestra Samantha, protagonista del racconto costruito dagli insegnanti, è stata proposta, opportunamente abbreviata o modificata in base all’età dei bambini, in tutte le classi dalla prima alla quarta della Scuola Primaria. In quinta la maestra ha presentato ai suoi alunni non la storia già scritta, ma solo l’incipit che era stato dato da Dario ed Elena al cerchio magico del team docenti e, con la tecnica step by step, i bambini hanno costruito una storia veramente bella.
Ovunque l’entusiasmo è stato prorompente, la narrazione ha rapito tutti i bambini e ha permesso ad ognuno di esprimersi al meglio. Ogni classe ha dato un suo titolo e ha creato una sua conclusione alla storia e tutti ne hanno rappresentato attraverso il disegno i vari momenti della narrazione.
È stato un lavoro costruttivo e lungo, durato quasi due mesi, perché ha messo in atto vari elementi e passaggi, partendo da una progettazione condivisa fra maestre e bambini, ma che in seguito ha anche consentito momenti di riflessione e approfondimenti collettivi. Partendo dalla maestra Samantha e dai suoi ricordi d’infanzia, si è parlato dei ricordi che ognuno ha nel suo cuore e che a volte affiorano; in una classe che sta lavorando sulla “descrizione” è partito tutto un lavoro di immaginazione delle caratteristiche di questa maestra Samantha e ognuno ne ha fatto la sua descrizione, a volte definendo particolari anche molto dettagliati e a volte offrendo caratteristiche sulla sua personalità. Possiamo dire che il percorso fatto ha avuto anche un ampio risvolto di multidisciplinarietà e quindi un’importante ricaduta a livello didattico, ma anche di rafforzamento dell’autonomia dei bambini, che si sono dimostrati in grado di autogestirsi nella progettazione e nell’organizzazione di un lavoro e di saper cooperare tra loro.
Le classi hanno scelto modalità diverse sia di lavorare che di presentare la storia ai genitori.
In alcune il racconto è stato diviso in sequenze, rappresentate col disegno eseguito a piccoli gruppi o a coppie, in altre ogni singolo bambino ha avuto un pezzetto di storia da leggere e illustrare. Nella settimana dedicata alla condivisione con i genitori nelle classi di prima e seconda il racconto della storia è stato fatto dalla maestra, mentre i bambini a coppie mostravano i quadri illustrati da loro nei giorni precedenti. Nelle classi di terza e quarta i bambini stessi hanno letto la storia, mostrando il disegno che ne illustrava la sequenza.
Al termine del racconto in tutte le classi i bambini con molta disinvoltura hanno esternato le loro emozioni e raccontato le sensazioni più belle che avevano provato durante questo percorso. Anche i genitori hanno fatto le loro riflessioni, apprezzando il lavoro svolto e la scelta di lavorare con le storie. In qualche classe i bambini avevano cercato in casa e portato a scuola, all’insaputa dei loro genitori per non togliere loro l’effetto sorpresa, gli oggetti e gli elementi presenti nel racconto, ricreando così, in modo molto suggestivo, anche l’ambiente e il clima del racconto.
I ragazzi di quinta hanno presentato la storia, da loro stessi costruita e rappresentata graficamente, ma assieme alla loro insegnante hanno coinvolto i genitori e qualche nonno presente nel cerchio magico, chiedendo che ognuno offrisse la sua conclusione della storia.
È stato molto emozionante e, nello stesso tempo, divertente per le conclusioni simpatiche che venivano proposte.
Naturalmente in tutti i bambini è molto forte il desiderio di continuare e da parte dei genitori la richiesta di poter condividere tanta ricchezza.
Noi ne siamo assolutamente felici, ancor di più perché quest’anno tutte le classi dalla prima alla quinta faranno il laboratorio di narrazione creativa con Dario ed Elena ed è una meravigliosa occasione di crescita per tutti.
A questo punto, dopo parecchi bellissimi anni di questa esperienza, tra le tante riflessioni e considerazioni che si affollano dentro di me, mi piacerebbe condividerne alcune, relative a ciò che mi ha colpito di più.
Ho toccato con mano quanto la crescita intellettuale, culturale, emotiva, creativa, umana dei bambini è molto legata e favorita “dalle opportunità di apprendimento offerte da un particolare contesto culturale”1, in questo caso la scuola, ma ho sperimentato anche in maniera diretta come l’offerta di opportunità di apprendimento come quella che stiamo attuando in questo percorso sia fondamentale per far sviluppare e maturare nei bambini l’intelligenza narrativa che va “coltivata fin dai primissimi anni di vita e tra questi hanno un’importanza fondamentale la bibliolettura interattiva e la narrazione emotiva2.
Vedendo poi le reazioni dei bambini, la loro carica emotiva “a mille” ogni volta in cui ascoltano una storia e intervengono per raccontare il loro vissuto, che vedono rispecchiato in quella storia, o quando sono loro stessi gli autori di una storia, mi viene spontaneo rapportarmi alle affermazioni di Goleman sull’importanza dell’intelligenza emotiva che interagisce con l’intelligenza cognitiva, “che può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e le nostre relazioni”3.
Infine, anche se ci sarebbe molto altro da dire, una cosa che mi ha toccato veramente tanto e che ho sperimentato in maniera tangibile è la forza aggregante delle storie, che creano unione, che creano legami, perché hanno il potere di unire in un unico cerchio magico adulti e bambini, senza barriere di età, di ruoli, di pregiudizi, senza il timore o la vergogna di condividere i propri pensieri e le emozioni che provano.
Mariapaola Campanella, coordinatrice della scuola San Francesco di Sales


1 Amadei D., Sbaraglia E., Chiedilo ai libri. Il benessere della biblioterapia, Castelvecchi 2022, pag. 15
2 Amadei D., Sbaraglia E., op. cit, pag. 17
3 Amadei D., Sbaraglia E., op. cit, pag. 69

sabato 16 settembre 2023

DARIO AMADEI e ELENA SBARAGLIA presentano GUARIRE CON BASILE - DODICI FIABE PER CONOSCERCI MEGLIO

Grazie a Michela Valsecchi per averci ospitato su Prosa&Prosit con Guarire con Basile Castelvecchi editore, è stato un incontro molto stimolante ed è stato raccontato l'immenso potere delle fiabe da cui si può trarre benificio. 
Buona visione per chi ieri sera non è riuscito a collegarsi e per chi ha voglia di rivedere la puntata