mercoledì 4 gennaio 2012

La salvaguardia del patrimonio forestale

Quanto vale un bosco? Rappresenta solo il legname che è possibile ricavarne oppure porta con sé altri valori? A conclusione dell’anno internazionale per le foreste abbiamo una visione decisamente più chiara sull’argomento. Il valore delle foreste va ben oltre la semplice produzione di legname e di biomassa per il riscaldamento e la produzione di energia.
Delle foreste oggi viene studiata e valutata la capacità di fornire una grande varietà di beni e servizi che influenzano l’intero ecosistema: la salvaguardia della biodiversità, la  cattura di CO2, la regolazione delle risorse idriche, il contenimento dell’erosione, l’infiltrazione delle acque e la funzione di ritenzione.
Aumentare dunque la superficie forestale, e proteggere quella esistente, rappresenta per l’intero pianeta l’opportunità più naturale attraverso la quale creare valore in ultima analisi anche economico. E’  proprio questo che mette in luce la Conferenza “Le risorse forestali nazionali e i servizi ecosistemici. Il ruolo delle Istituzioni”, organizzata dall’ISPRA tenutasi a Roma lo  scorso 6 dicembre.
In Italia, ad esempio, è stato calcolato, sarebbero disponibili circa 9,5 milioni di ettari, quasi un terzo del territorio nazionale, per interventi di riforestazione che avrebbero il vantaggio di mettere in sicurezza il territorio contribuendo a frenare l’erosione dei suoli.
Solo 1 di questi potrebbe essere, infatti, destinato alla creazione di grandi  foreste chiuse; gli altri 8,5 sarebbero costituiti da tante piccole aree verdi sparse sul territorio nazionale e integrate in altre destinazioni d’uso del territorio, comprese quelle agricole, urbana e industriale.
Al contrario, ci ricordano gli esperti dell’Ispra presenti al convegno, “la trasformazione delle aree naturali in parcheggi e centri commerciali non fa altro che rallentare o impedire il ruscellamento delle piogge il cui deflusso viene accelerato e gli effetti diventano a volte distruttivi.
Anche a livello di riduzione dell’inquinamento atmosferico le foreste italiane giocano un ruolo chiave, immagazzinando una quantità di carbonio pari a quella che viene emessa in atmosfera in 9 anni dal nostro Paese. Al prezzo attuale d’una tonnellata di anidride carbonica sul mercato delle quote europee delle emissioni di gas-serra (circa 8 euro), la capacità fissativa delle foreste italiane avrebbe un valore di circa 520 milioni di euro l’anno.
Se non bastassero i dati economici a giustificare la necessità di un’azione urgente, ci sono da considerare anche aspetti culturali come la memoria “boschiva” profonda  presente in ciascuno di noi, ed il legame tra il godimento di boschi e foreste e il benessere individuale e culturale.
E benché la misurazione economica dei servizi culturali e di ricreazione risulta difficile, rappresenta il tentativo di assegnare un peso ad aspetti importanti per la nostra vita e per il nostro futuro, al fine di renderli tangibili a noi stessi e alle istituzioni.

Ecologia urbana: ripensare al modello per tutelare l’eco-sistema

Vi siete mai fermati a pensare alla forma che stanno prendendo le nostre città e a quanto il loro sviluppo possa essere determinante per la vita del nostro eco-sistema?
Probabilmente non siamo molto abituati a fare questo tipo di considerazioni. Ma secondo la ricerca “Time for a change: dynamic urban ecology”, pubblicata da Trends in Ecology & Evolution, le città contemporanee si stanno espandendo molto rapidamente e soprattutto in un modo spazialmente complesso e non sempre lineare.
Scopo del presente studio è quello di fornire «gli elementi essenziali di un nuovo quadro per l’ecologia urbana, che integra le caratteristiche dell’urbanizzazione contemporanea e consente così agli ecologisti di capire e intervenire nella pianificazione e nella gestione delle città», secondo le parole degli autori.
I ricercatori, infatti, ritengono che gli attuali modelli utilizzati dagli ambientalisti per valutare l’urbanizzazione guardano a questo problema in un modo «piuttosto semplificato», utilizzando ampie categorie come urbano, suburbano e rurale.
Mentre in passato le città sono cresciute lentamente ma in modo abbastanza “compatto” e secondo un modello definito ad “anelli progressivi”, ora le nostre metropoli prendono dimensioni sempre più ampie ma disperse, diventando «[…] tentacolari, in configurazioni simili a tele di ragni sulle grandi distanze, e incorporano frammenti di terreni con altri usi in un paesaggio in rapido cambiamento».
Da un punto di vista ecologico, questo tipo di espansione crea degli impatti negativi al nostro eco-sistema, causando la frammentazione e la perdita su larga scala degli habitat naturali e semi-naturali.
In Paesi come Usa ed Australia, ad esempio, l’urbanizzazione attualmente è uno dei principali fattori di perdita della biodiversità.
Uno stimolo di riflessione per gli ambientalisti "una prospettiva temporale, che consideri la frammentazione, l’uso del territorio e la storia, può fornire una conoscenza delle condizioni ambientali e dei residui valori di conservazione e, quindi, essere utilizzata per stabilire le priorità di intervento e di conservazione. Priorità che potrebbero essere, ad esempio, assegnate ai resti significativi rimasti sui territori che sono stati recentemente frammentati".

Lazio ai primi posti dell’economia verde italiana

Il Lazio, con le sue 30.240 imprese che tra il 2008 e il 2010 hanno investito in prodotti e tecnologie green, è al terzo posto nella graduatoria italiana solo dopo la Lombardia e il Veneto. Questo quanto rileva il rapporto Green Italy 2011, presentato pochi giorni fa da Unioncamere a Milano, e testimone del salto in avanti di tutta l'economia verde del nostro Paese.
Il rapporto mette in evidenza, infatti, che è l'intero tessuto economico italiano a muoversi seguendo un "filo verde" che attraversa e innova non solo i comparti tradizionalmente ambientali – come per esempio il risparmio energetico, le fonti rinnovabili o il riciclo dei rifiuti – ma anche i settori più maturi della nostra economia, perché la peculiarità della green economy italiana sta proprio nella riconversione in chiave ecosostenibile dei comparti tradizionali dell’industria italiana di punta.
Sembra essere in atto una vera rivoluzione verde: il 23,9% delle imprese italiane hanno investito in prodotti e tecnologie green e il 38% delle assunzioni programmate per l’anno in corso è per figure professionali legate alla sostenibilità. 
Altro dato positivo è che quest'onda di cambiamento attraversa il Paese da nord a sud, tanto che le prime dieci posizioni della classifica regionale per diffusione delle imprese che investono in tecnologie green, sono occupate equamente da cinque regioni settentrionali e cinque meridionali.
Claudio Gagliardi, segretario generale Unioncamere, nel suo contributo alla presentazione del rapporto Green Italy 2011, mette in evidenza come il modello italiano di green economy non sia frutto di politiche pubbliche ma il risultato di un processo bottom-up. Un processo  guidato da 6 milioni di imprese e fondato sia sullo sviluppo di settori alternativi "classici" che sulla rivitalizzazione dell'offerta economica legata al territorio e ai saperi delle PMI. La strada verde dell’industria italiana, a cui il rapporto Green Italy ha dato voce, è il “racconto collettivo” delle tante imprese protagoniste, spesso inconsapevoli, di questa riconversione "silenziosa".
Sempre Gagliardi ci offre un approfondimento nella lettura di quanto è accaduto, nei vari settori produttivi:
Conciario - Dall'emergenza ambientale all'efficienza: il 95% delle acque utilizzate nel processo viene depurato, mentre il 75% dei rifiuti viene riutilizzato all‟interno dello stesso ciclo conciario o in altre filiere.
Cartario - Ha ridotto di un terzo i consumi energetici, mentre il macero del riciclato rappresenta la prima fonte di fibre per i prodotti cartari italiani, con una percentuale del 50% sul totale delle materie prime utilizzate.
Legno e arredo - Forte crescita delle certificazioni forestali che riguardano l‟origine stessa dei prodotti in legno e sviluppo di innovazioni nel segno della sostenibilità in tutte le fasi della filiera.
Agricoltura - Boom del biologico in Italia: ottava al mondo per superficie bio e seconda in UE, maggior esportatore mondiale di prodotti bio, prima in UE per n° di imprese agricole che hanno scelto il metodo biologico.

Per approfondire: www.unioncamere.gov.it

Carta d’identità per i pini di Villa Borghese

Un check up completo per i 600 pini ultracentenari di Villa Borghese.
Questo prevede il piano deciso, e già avviato, dall’Assessorato all’Ambiente del Comune di Roma per salvaguardare gli alberi ultracentenari e garantire la sicurezza dei visitatori del famoso parco cittadino.
Ogni pino verrà “visitato” e analizzato da forestali “tree-climbers” in 30 punti diversi, dal bulbo ai rami più alti, attraverso l’impiego di uno speciale strumento che misura la densità del legno.
Al termine dei controlli ogni albero avrà la sua carta d’identità, con il numero di serie, età, circonferenza, localizzazione sul territorio e annotazioni sanitarie.
Tutte queste informazioni faranno parte dell'anagrafe delle circa 8000 piante di Villa Borghese e saranno utilizzate per stilare una graduatoria di intervento e di manutenzione.

Città italiane e nuove insicurezze urbane

L’insicurezza urbana? Non è solo quella legata alla microcriminalità o alla percezione del  rischio, ma è anche quella che viviamo in modo inconsapevole e che riguarda la vivibilità e la salute delle città, dallo smog, al traffico, ai  rifiuti, agli sprechi d’acqua, alle industrie e alle abitazioni a rischio.
I risultati del 18esimo Rapporto Ecosistema Urbano, l’annuale ricerca di Legambiente e dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, presentati lo scorso ottobre, hanno messo in evidenza proprio questo tipo di insicurezze, di cui si parla troppo poco.
La ricerca, che ha interessato 104 città suddivise in 3 fasce in base alla loro popolosità, mette in evidenza uno scenario decisamente preoccupante e rivela che, una delle prime emergenze ambientali delle città italiane capoluogo di provincia, è quella dello smog.
Sono ancora molti i casi in cui le concentrazioni di sostanze tossiche nell'aria continuano a superare le soglie considerate pericolose per la salute umana. In particolare in circa 50 città, infatti, si rileva la presenza di aree critiche per le concentrazioni da biossido di azoto, e in  6 quelle delle polveri sottili.
Per quel che riguarda il problema della dispersione idrica sono 12 le città che continuano ad avere perdite idriche superiori al 50% (Siracusa, L’Aquila, Potenza, Catania, Grosseto, Avellino, Pescara, Trieste, Latina, Campobasso, Gorizia e  Cosenza), mentre negli altri capoluoghi le percentuali variano dall’11% di Milano al 73% di Cosenza.
Questione rifiuti: in una situazione di stallo generale, alcuni centri fanno lievi progressi, posizionandosi ai primi posti della classifica in termini di qualità urbana. È il caso del Nord est (Venezia, Bolzano, Belluno), a cui però si contrappone il caso della Sicilia che precipita in fondo alle graduatorie, sia che si parli di  grandi capoluoghi come Palermo, Messina e Catania, che di città medie come Siracusa.
La nuova impostazione della ricerca non rende possibile un confronto diretto con gli anni precedenti, ma consente di avere una fotografia sicuramente più equilibrata rispetto al passato.
Ecco allora che per le grandi città troviamo al primo posto di vivibilità Venezia, per le medie città conquista la vetta Bolzano, mentre la regina dei piccoli centri è Belluno.

Per approfondimenti: www.legambiente.it

Riscaldamenti: consigli utili per risparmiare

D’estate, quando ci basta una t-shirt ed un paio di sandali non è molto difficile essere ecologisti e risparmiare sui consumi casalinghi.
In vista dell’inverno la questione cambia molto e i riscaldamenti iniziano ad assorbire la maggior parte dei consumi domestici. 
Possiamo fare molto per risparmiare energia senza sentire freddo!

Ecco alcuni consigli:
- Tenere una stanza a una temperatura inferiore di 1° permette un risparmio energetico del 6%. Indossiamo un maglione caldo ed evitiamo di alzare il riscaldamento.
- La notte la temperatura può diminuire di 5°. Teniamo chiuse le porte degli ambienti più freddi.
- Ogni ambiente ha la sua temperatura ideale: le camere da letto intorno ai 16°, la sala da pranzo, il salotto e la camera dei bambini tra i 18° e i 21°. Il bagno può essere caldo solo al mattino e la sera. Riscaldiamo a temperature differenti le singole stanze. Con termostati elettronici possiamo controllare le temperature e con apposite valvole montate sui termosifoni possiamo gestirne l'afflusso di acqua calda.
- Arieggiare bene, ma velocemente, i locali: più volte al giorno a finestre spalancate e per pochi minuti. Avremo aria sempre fresca, ma pareti e pavimento caldi.
- Non coprire i termosifoni.
- Finestre e porte isolate male possono causare importanti perdite di calore: utilizziamo paraspifferi o guarnizioni isolanti per migliorarne la chiusura.
- Le persiane aiutano a mantenere il calore. Chiudiamole sempre nelle ore notturne.

Impronta idrica: usare l’acqua consapevolmente

Le pratiche quotidiane di risparmio idrico sono semplici da ricordare e da concepire; azioni come chiudere l’acqua quando non è necessaria, sono entrate a far parte della nostra educazione al non spreco.  Ogni persona nel suo (grande) piccolo ha modo di controllare tutti gli sprechi nelle azioni quotidiane.
Esistono però altre azioni, magari meno visibili, ma che determinano in maniera significativa l’ammontare del nostro consumo di acqua. Acquistare un capo di abbigliamento porta con sé, attraverso la tecnica di produzione, la quantità d’acqua necessaria affinché il capo venga prodotto ed arrivi sui banchi dei negozi.
A monitorare la quantità di acqua utilizzata sul nostro pianeta ci pensa il Water Footprint, ovvero “impronta idrica”: uno studio a livello mondiale che raccoglie ed analizza i tanti usi (e gli sprechi) dell’acqua.
Grazie a questo strumento è possibile conoscere precisamente la quantità d’acqua necessaria a produrre la nostra automobile, il nostro frigorifero o i nostri pantaloni.
Risparmiare acqua, quindi, non significa soltanto fare attenzione quando innaffiamo o ci laviamo. Oltre alla rete idrica pubblica, anche l’industria, l’agricoltura e il turismo sono fra i principali consumatori di acqua. Uno dei settori più “idro-dipendenti”, ad esempio, è la produzione di energia elettrica in quanto arriva a consumare il 44% sul totale dell’acqua consumata a livello mondiale.
Sempre più numerose sono le prove scientifiche che sottolineano il legame tra i cambiamenti climatici e la disponibilità di risorse idriche.
L’importanza di queste evidenze esprime l’urgenza, a livello sistemico, di favorire un uso quanto più possibile “cosciente” delle risorse idriche.
In tal senso ci fanno ben sperare i risultati di un nuovo studio relativo al risparmio idrico dell’UE: la quantità d’acqua utilizzata in Europa potrebbe essere ridotta anche del 40% grazie a nuove tecnologie per il risparmio idrico nell’industria, a migliori tecniche di irrigazione e, chiaramente, alla riduzione degli sprechi domestici. Secondo la relazione, l’acqua utilizzata a fini personali potrebbe  essere quasi dimezzata, da una media attuale di 150 litri a 80 litri al giorno.
Secondo l’ente Europeo IPCC, esperto di cambiamento climatico, negli ultimi 30 anni almeno il 17% del territorio europeo e l’11% della sua popolazione sono stati colpiti da carenza idrica, e l’accelerazione del cambiamento climatico accentuerà questa tendenza.
Pensare all’intero ciclo di vita dei prodotti che compriamo significa anche essere consapevoli della quantità di acqua reale che è stata necessaria per produrli, utilizzarli e smaltirli.
Se non troviamo metodi innovativi per utilizzarla al meglio, l’acqua è destinata a diventare “il nuovo petrolio”, con la differenza che guidare un’auto non è essenziale alla sopravvivenza, mentre bere acqua lo è; considerazione questa che ci aiuta a dare il giusto valore alle cose.

Per approfondimenti: www.waterfootprint.org