
EVELINA SANTANGELO Cose da pazzi.
O “La formazione del giovane Rafael Lomunno”
Evelina Santangelo, scrittrice
palermitana e cittadina del mondo, ci consegna un romanzo “di formazione” (a
mio giudizio) in un’epoca in cui la sostanza stessa della individualità risulta
o risulterebbe morta. Defunta assieme a quegli slanci spirituali, o pedagogici
e moralistici che aveva dato prova di possedere integralmente nelle sue
sfaccettature – in particolare – il Bildungsroman in altra epoca. Ma che da Gli
indifferenti di Moravia ad Agostino, fino ad Arbasino, Fratelli d’Italia, con
Italo Calvino poi, Il sentiero dei nidi di ragno, Jean Paul Sartre con L’età
della ragione, Pasolini, Ragazzi di vita – per citarne alcuni -, si riappropria
nel ‘900 di uno spazio significativo, descrivendo nella narrazione sentimenti,
emozioni e turbamenti alla base dell’agire, vivendoli dalla testa dei
personaggi, dal di dentro, quindi, della loro individualità.
Individualità intesa (proiettivamente)
identità, dimenticata e cancellata dall’oblio del Sé. Un oblio funzionalistico
alle nostre attuali culture (o culti) del postmoderno, e della società che lo
abita, e che tutti abitiamo, spesso ridotti a mutilati delle domande. Quelle
stesse precise domande che riguardano l’identità di ognuno, ognuno immerso
senza respiro nel proprio mondo. Evelina Santangelo ci ha già compromessi in
passato con la sua letteratura: niente è mai consolatorio e niente è mai
conciliante, nel senso di prevedibile o assolutorio. Leggendola non siamo mai
al riparo, dalla parte dei giusti, intendo. E le domande, quelle vere, su noi
stessi, sul nostro essere nel mondo, ognuno determinandolo a suo modo, possono
affatto nascere solo dall’indagine sulla nostra propria formazione. Un
questione squisitamente prospettica, che – dopo La lucertola color smeraldo
(2003), Il giorno degli orsi volanti (2005), e Senzaterra (2008) – traccia un
punto di fuga d’ogni linea precedente: Cose da pazzi: una regia perfetta per
una storia da scoprire – letteralmente – nella storia
stessa. Affatto un romanzo dotato
di universi paralleli e simultanei. Tutto multidimensionato, ogni rigo, ogni
nome, ogni pensiero. E così ogni identità e fatto, da fenomeno a noumeno,
spingono imperiosamente dalla massa compatta del libro chiuso per farsi aprire,
ma meglio spalancare, e comunicarsi. In una sottilissima tensione narrativa
ogni elemento presente si fa, a un tratto, simbolo; metafora; allegoria. Ma
solo di se stesso, e mai di altro. Niente è altro da ciò che è, eppure tutto si
fa insidiosamente universale, e ci esplora, percorrendo gli spazi della nostra
cassa di risonanza, denudandoli kantianamente (“la cosa per me”, das ding für
mich). Fino all’ultimo rigo siamo stati accarezzati da una mimesis tanto
sapiente da averci celato l’abisso sul quale eravamo sospesi: il Sé profondo.
Quello che ci svelano le ultime parole, gli ultimi nomi, le ultime identità:
quelle che ci appartengono solo perché noi gli apparteniamo.