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giovedì 28 maggio 2020

Nati per raccontare: l'approccio Lok


Mi chiamo Filomena Lok, ho 26 anni e sono, senza dubbi, una #nataperraccontare. Lettrice accanita e inguaribile ricercatrice di storie sin dalla prima infanzia (ogni notte supplicavo mamma e papà di inventare qualche storiella, ricattandoli, in caso contrario, di non andare a nanna), a 18 anni ho scoperto il meraviglioso mondo Magic BlueRay, grazie ad un regalo molto speciale da parte di un mio caro zio: il Corso di Scrittura Creativa Step by Step. Avanzando nella mia intrigante storia d’amore con libri, storie e parole, decido di intraprendere un percorso universitario che possa coniugarsi in qualche modo con questa mia indole innata. E allora perché non allargare gli orizzonti ed esplorare gli universi linguistici di altre lingue? Ecco. La Facoltà di Lingue, Letterature Straniere e Traduzione, è ciò che fa per me. Dalla Triennale alla Magistrale, i miei studi proseguono brillantemente: ogni giorno scopro qualcosa di entusiasmante, e la lingua mi seduce, mi ispira, tremendamente fascinosa, con i suoi universi inesplorati, le sue inafferrabili sfaccettature. Guardandomi attorno però, mi accorgo all’improvviso che c’è qualcosa che non va. Come mai altri studenti, colleghi, amici non se la spassano come me? Questo interrogativo diventa ancora più incombente, quando inizio la mia esperienza da insegnante. Comincio a notare che i miei alunni rabbrividiscono davanti alla parola grammatica; entrano in crisi perché non ricordano cosa abbinare alle etichette passato remoto, simple past, pretérito indefinido, pluscuamperfecto, present perfect, futuro anteriore, e così via. Mi guardano disorientati, e a tratti terrorizzati quando chiedo loro -come si racconta una storia in italiano-? Il generale sconfortante mal di lingua che mi circonda inizia a preoccuparmi, attanaglia la mia mente, irrompe nei miei sonni e nei miei sogni. Com’è possibile? Poi, all’improvviso, l'epifania. 
Stavo approfondendo alcuni risultati della mia tesi di ricerca sui Segnali Discorsivi nel parlato spontaneo Italiano e Spagnolo, quando ad un tratto mi accorgo che la risposta era in quelle righe. Gli studi sostengono che questi item linguistici sono incontrollabili e inconsapevoli; ma i miei dati parlavano chiaro: i parlanti sono in grado di usarli sistematicamente per realizzare effetti stilistici o soddisfare esigenze socio-interazionali. Mostrano cioè, di saperli usare con consapevolezza. Consapevolezza metalinguistica. Ecco, questa è la risposta che cercavo. 
La strumentalizzazione dell’apprendimento delle lingue a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni oscura e annienta gli aspetti piacevoli e motivanti di questa incredibile avventura. Quante volte ascoltiamo osservazioni come “Eh ormai senza l’inglese, non si fa più niente”, “Eh ora, se non sai almeno due lingue straniere, non sei nessuno”. Le esigenze esterne legate al mondo lavorativo e scolastico, dipingono le lingue straniere come “cose che bisogna sapere” per adempire requisiti, per ottimizzare il curriculum, per accumulare punti in graduatoria. “Devo studiare inglese o spagnolo perché devo prendere la certificazione, superare l’esame, non farmi rimandare, andare bene alla verifica.”, sono le risposte dei miei alunni al “quiz di ingresso”. In questa ottica gli apprendenti di tutte le età vivono l’esperienza di imparare una lingua, come la meccanica acquisizione (il più delle volte memoriale) di pacchetti di conoscenza pre-confezionati, senza i quali non sono conformi alle richieste esterne. È indubbio che la competenza poliglotta oggigiorno sia estremamente necessaria, ma questa visione “utilitaristica” è il primo grande ostacolo ad esperienze di apprendimento serene, rilassate e soprattutto comunicativamente di successo. Da qui nasce l’idea dell’Approccio Lok. Accanto alla motivazione proveniente dagli obiettivi esterni (o per utilizzare un tecnicismo della scuola psico-pedagogica, estrinseci), risvegliare negli apprendenti il piccolo innato linguista che giace assopito, in attesa di essere sollecitato. 
Gli studi sul plurilinguismo e l’inter-comprensione, suggeriscono che la lingua madre è il primo e più potente strumento che possediamo per imparare altre lingue, al contrario della tendenza cosiddetta nativespeakerism, che impone un distacco innaturale dalla propria lingua di partenza per raggiungere il livello ideale di competenza del parlante nativo. Il primo passo per imparare una lingua straniera è conoscere la propria lingua, in profondità. Come? Attraverso la consapevolezza metalinguistica: osservare l’uso della lingua, esplorare, andare oltre la superficie linguistica e scoprire come le parole si collegano tra di loro, e come queste relazioni, a loro volta, trovano il loro perché nel mondo circostante. Da qui muoversi in seguito verso la lingua che vogliamo imparare, creare un dialogo tra le due, sorprendersi di fronte alle differenze, incuriosirsi dinanzi alle analogie, riflettere criticamente. Non si può pretendere di imparare un’altra lingua, se facciamo un uso inconsapevole e totalmente meccanicistico della nostra. 
Arrivati a questo punto, la mia storia di insegnante e linguista si ricongiunge con quella da #nataperraccontare. Quale terreno migliore per approcciarsi alla metariflessione linguistica se non la scrittura creativa, visto che il 90% della nostra esperienza quotidiana linguistica è fatto di “racconti”? Attraverso la tecnica Step by Step di Dario Amadei, come ho sperimentato io stessa, gli apprendenti imparano a padroneggiare i processi della narrazione; allo stesso tempo, con l’Approccio Lok sono guidati nell’esplorazione consapevole dei mezzi linguistici che usano per percorrere la rampa. Risvegliano, lentamente il linguista assopito che attende impaziente. Parallelamente, procedono alla stesura di un racconto in inglese o spagnolo, mettendo in gioco le risorse riscoperte e riattivate e consolidando così i mezzi linguistici della comunicazione narrativa anche in lingua straniera. In questo modo, stimolando la creatività, la competenza interlinguistica si potenzia, e imparare una lingua diventa un’avventura tutta da scoprire e… raccontare!
Filomena Lok Locantore

sabato 9 luglio 2016

Let it Lok: Utopia d'amore

Abbandonarsi all’amore illogico è ciò che resta. Giocare come bambini e ridere come pazzi. Amarsi senza regole, ammirarsi senza un compromesso. Rischiare nella libertà, senza fare affidamento all’onestà. Maturare la consapevolezza che non ti fiderai di altro Dio all’infuori di te.
Condividere e condividersi. La gelosia che nasce, tace: ha rispetto per l’Amore; capirà la sua inutilità e si suiciderà. Ogni tanto la lotta, che alla fine si spegne in un sorriso. Gli istinti che si fanno spazio, e non hanno paura: cercano famelici di colmare i loro inesauribili deboli; a volte non possono che tacere, bruciarsi in una nuvola bianca. Altre volte esplodono, bestiali,e non sorvolano: irrefrenabilmente acchiappano, s’affondano nella delizia della pelle, e s’esauriscono  in polvere d’affanno vermiglio. E poi l’intesa chimica… quella mai che si dissolva, danza vibrando e avanza, incendiando ogni particella d’aria. Ritrovarsi nel caos cosmologico, sospesi, a spingersi sull’altalena, prima in avanti e poi nell’accomodante oblio dell’indietro, sotto l’impulso innegabile delle onde magnetiche che richiamano atomi complementari secondo l’eterna legge dell’attrazione.
Andare avanti, un giorno alla volta, senza sopportarsi, senza sacrificarsi, a braccetto come due vecchi amici, e saltarsi incontro in un boato d’espansione.
Un viaggio via dallo smarrimento, passando per i gironi a sfiorare l’essenza del peccato; ogni tanto una sosta nella verde sabbia dell’Eden, a commettere la perversione dell’inconoscibile; librare, liberandosi dal fardello, verso la spira delle meraviglie più magnificenti, sedersi nella rosa dei beati, fino a detronizzare Dio dall’empireo.
Rinnegare la presunzione di possedere le parole già prima di partire, ricordandosi che neanche Dante aveva già pronti i suoi endecasillabi prima del viaggio alla ricerca dell’inesprimibile. Vivere nella certezza che è il viaggiare stesso a suggerire l’espressione dell’inafferrabile, perché il viaggio altro non è che un progressivo appropinquarsi a ciò che si respira ma non si vede. E proprio come Dante confondere i limiti tra sogno e realtà, utopia e speranza, lucidità e oblio dei sensi, e allo stesso tempo dipingere sorprendenti rime di una nuova divina commedia.
Filomena "Lok" Locantore

giovedì 10 marzo 2016

Let it Lok: Boati di espansione

Quel momento in cui la melodia affiora lenta.. e sale, sale delicata. Si delinea sinuosa, dipingendo solchi di immensità. E poi il ritmo… assennatamente nasce spontaneo dal remoto nulla, dal silenzioso caos; sopraggiunge strisciando, e disegna serpeggianti sincopi di armonia. Cori di voci solfeggiano dall’anima, trascendendo gli abissali confini della materiale superficialità. Si innalza di seguito il nuovo fascinoso e inno, dai solitari sotterranei, a scrivere incommensurabili sinfonie di fantasiosa estensione; si espande e distribuisce sogni nei secchi campi della desolata dissoluzione.
Alzare alle braccia al cielo, socchiudere le palpebre, dispiegare le mani e aprirsi alla sconfinatezza. Inspirare e lasciarsi cullare dalla vitale linfa dei sogni silenziosi; sgusciare fuori dalle sospirate celle dei sintagmi stagnanti, per inalare sciolte sinfonie di libera spensieratezza e spalancarsi alla “quarta dimensione”; assaggiarla a minuscoli morsi, senza nessuna esitazione…e poi abbracciarla, possederla. Rilassarsi, e lasciarsi solleticare dall’appassionante sensazione di sovrana libertà, ed innamorarsene, passo dopo passo, secondo per secondo. Risvegliarsi dalla sciocca cecità assassina per assaporare quello splendore che sgorga dai vasi più nascosti. Salutare per sempre le supplichevoli speranze di promesse mai esaudite, scommesse mai superate. Lasciare all’aria le ossessionanti discussioni della mente. Smettere di aspettare e finalmente, saltare.
Saltare, ad occhi spalancati senza la precauzione di non vedere l’infinito a cui si stendono le nostre palme.
Saltare oltre quegli abissali confini, al di sopra dei minacciosi boschi delle sanguinarie battaglie, sempre in avanti, sempre più su.
Saltare per salpare nella poesia delle nuove vastità dell’esperienza dei sensi risvegliati.
Saltare. E librarsi nel boato dell’Espansione.
E nell’Espansione l’essenziale chiave della Vita.
Filomena Lok Locantore

lunedì 4 gennaio 2016

Let it Lok: L’albero dei 22 anni

“Un’età felice, un’età spensierata, un’età facile e spassosa…” questo è quello che leggevo negli occhi della gente quando rispondevo alle loro domande sul mio compleanno… 22 anni.
Certo, che io sia nel fior della giovinezza è innegabile; quella fase in cui ci si sente immortali, eternamente energici e stupendamente brillanti. Guardarsi allo specchio: contemplare un’immagine estranea, più femminile, meno adolescente; lo sguardo più profondo, ma ancora infinitamente lucente; entrare lentamente in confidenza con questo nuovo riflesso, e piacersi, riempirsi di entusiasmo, sentirsi pronti per affrontare ancora infinite notti di veglia fino all’alba. Avvertire l’energia vitale che proprio non vuole spegnersi, e talvolta diventa persino incontrollabile, quella magica energia con cui è ancora possibile conquistare il mondo!
L’età in cui pian piano i progetti si costruiscono, passo dopo passo, con costanza e dedizione; alcuni sogni prendono vita, e per gli irrealizzati, bè a 22 anni c’è ancora tempo e possibilità di sognare, e di vivere la vita come un sogno. Inciampare, precipitare, soffocare, morire; e poi rialzarsi, ricostruirsi, rinascere, è ancora gratuito e poco faticoso. Si può ritornare a volare facilmente, anche se ci si dissolve nell’abisso più sconfortevole e sperdutamente buio. Morire e sentirsi desolati è solo una proiezione della mente, un’immagine facilmente distruggibile, da cui ci si può liberare con un po’ di musica, un calice di vino in allegra compagnia, o un po’ di poesia. Ogni singolo errore acquisisce un proprio peso, ma è ancora tutto riparabile. Si è malleabili, duttili; ci si può rimodellare, correggere le cattive abitudini, e potenziare le qualità, imparando dalle esperienze.
Forse quella gente potrebbe avere ragione in fondo; però probabilmente non ha considerato l’altra facciata dell’avere 22 anni.
L’età in cui il tuo senso di immortalità e la tua spassionata energia contrastano fortemente con tutto ciò che accade intorno. Una rapida metamorfosi mossa dal ciclo della vita stravolge la tua vita senza che tu possa fare niente neanche con la tua energia da superventenne. Dire addio a tante figure che ti erano apparse eterne ti scuote, parecchio direi: non credi più alla favoletta che ti raccontavano quando eri piccolo, ovvero che si vola lassù in cielo, e che un giorno prima o poi si ritorna. Ora ti interroghi sul serio, e prendi consapevolezza della certezza che certi quesiti possano solo rimanere irrisolvibili. 
Tutto cambia, si muove: ti senti forte, ma al contempo impotente: tua madre e tuo padre hanno il viso stanco e vorresti poter donar loro un po’ della tua energia, della tua vitalità e sottrarre qualche decina dalla loro età. Vorresti che tutto fosse fiabescamente in equilibrio come lo eri quando spegnevi le candeline del tuo terzo compleanno; preferiresti credere ancora a Babbo Natale, tornare a quell’età in cui attendevi con ansia il momento di essere “adulta”, indipendente, di poter indossare i tacchi e truccarti, e nel frattempo dovevi solo accontentarti del gioco. Ah non avevi tenuto in conto tutto ciò che avrebbe comportato “essere grande”!
I 22 anni…ci vuole anche coraggio ad avere 22 anni! 
Le consapevolezze che affiorano sono sempre più numerose e più aspre e dure, amari magoni da mandar giù, e allora puoi soltanto lasciarti sopraffare dalle situazioni e dai pensieri, dal tuo senso di impotenza e dalla paura del futuro; oppure infischiartene completamente, tapparti le orecchie e bendarti gli occhi, e fingere di vivere ancora in un’allegra favoletta. 
Esiste però anche una saggia terza possibilità, fondere armoniosamente i due rami divergenti dell’albero dei 22 anni, quello dell’energia creativa e quello dell’energia potenzialmente distruttiva: abbracciare le nuove consapevolezze, viverle a pieno, e fare tesoro del dolore che ci provocano; prendere atto del fatto che tutto scorre, e che la vita è una continua marea, imparare a lasciare andare via ciò che è ora che vada via. E sopraffare quel senso di vuoto e distruzione con l’incontenibile energia creativa, reagire. Permettere all’albero di crescere ed espandersi nonostante intorno sia tutto deserto, e contagiare con la propria gioiosa maestosità l’aridità circostante. E regalare così un po’ di vita a chi sembra che non ne possa più, a chi sta per arrendersi. Rivalutare tutto ciò che ti era parso scontato ed eterno, e trovare un senso al famoso detto del tuo prozio ormai scomparso: “C’è più tempo che vita!”
E sorridere perché il magico sorriso contagioso di un ventenne è linfa vitale per tutti gli altri alberi!
Filomena Lok Locantore

lunedì 24 agosto 2015

Let it Lok: Il senso della piccolezza

Diario di bordo 24/08/2015 - Esperienze yoga 
Ecco a voi alcune riflessioni scaturite dalla bellissima esperienza di meditazione praticata stamattina. 

Distesa ad occhi chiusi sul mio letto, nella mia camera, con i palmi aperti alla vita e rivolti verso l'alto, ho accolto una nuova piccola consapevolezza. 
Ho focalizzato tutta la mia attenzione sullo spazio in cui mi trovavo, un letto, racchiuso in una camera, parte di una casa, situata al secondo piano di una palazzina, in una piccola città, in un immenso mondo. Con un brivido vertiginoso mi sono resa conto della mia piccolezza: una minuscola donna in un cosmo infinito di luce. 
In un primo momento è stato deludente e terrorizzante, mi sono sentita persa ed insignificante, una nullità. Noi uomini del XXI secolo, siamo troppo abituati a sentirci superpotenti, indistruttibili, siamo maniaci del controllo e bramosi di potere, al punto da renderci desiderosi, e sicuri di poter manipolare e gestire le vite della gente che ci circonda secondo le necessità del nostro ego. Vogliamo che tutto sia perfetto, e sacrifichiamo la libertà altrui pur di soddisfare questa negligente esigenza, perché ignari, volontariamente o meno, del fatto che il nostro ideale di perfezione potrebbe non corrispondere a quello altrui. Spesso tutti questi meccanismi agiscono segretamente nel nostro inconscio, ed è una grossa fatica già prenderne atto, e ammettere a noi stessi che, di frequente le nostre azioni sono il riflesso di chissà quale istinto oscuro e scabroso, più utile al nostro ego, che al nostro spirito. 
Ecco perché assaporare, sentire, vivere la nostra piccolezza è già un’enorme conquista, e inciampare in un crollo emotivo e psicologico è alla portata di tutti, quando si viene a contatto con la propria piccolezza. Metaforicamente parlando, è come se arrivasse un nuovo profeta e spifferasse a Dio che non è stato lui a creare il Mondo e tutto il resto: beh credo che Dio si suiciderebbe, perché se è vero che è a immagine e somiglianza dell’uomo, allora nel momento in cui gli venissero a mancare le sue certezze, e dunque il suo potere, si sentirebbe inutile e persino lui taglierebbe la corda. 
Dopo questo attimo di generale sconforto, pian piano è iniziata ad affiorare una nuova sensazione bella, limpida e libera, a cui ho dato questo nome “ Senso della piccolezza”. 
Nei miei minuscoli limiti ho iniziato ad avvertire un certo senso di benessere e conforto: ero esattamente nel posto in cui avrei dovuto essere in quel momento, e cioè dentro me stessa, e allo stesso tempo, dentro l’universo: tutto e uno, uno e tutto. Nella mia piccolezza, e con la piena consapevolezza del mio corpo, e dello spazio circostante, mi sono sentita una nota scritta esattamente al posto giusto in una fantasia armoniosa, un’invisibile parte del Tutto, senza la quale il Tutto non avrebbe la stessa armoniosa ed equilibrata armonia. È stata una sensazione incredibilmente grande e affascinante, eppure così difficile da descrivere. Il Senso della piccolezza potrebbe essere il senso della nostra stessa esistenza: non abbiamo bisogno di compiere imprese titaniche, né prendere il sopravvento su tutto e tutti; non dobbiamo abusare della piccolezza altrui, né irrompere nella loro armonia, per creare la nostra. 
La perfezione è nella nostra piccolezza, perché solo le infinite minuscole gocce dell’oceano, fanno si che l’oceano esista.
Filomena Lok Locantore

martedì 2 giugno 2015

Let it Lok: Momenti di vertigine

A volte mi gira la testa, sento la leggerezza attraversarmi, la mente vuota. Mi sento leggiadra camminando e libera pensando. E immagino mondi paralleli, realtà colorate, paesaggi infiniti. E visualizzo me stessa vagare serenamente per profumate sinuosità di ignote terre.
A volte mi sento nel blu immenso dei Caraibi, volteggiare sulle acque come Gesù. Altre volte spirare col monsone nel Tamilandu, o camminare senza mai stancarmi sul bordo vertiginoso dei vulcani africani.
Ecco sì, mi capita a volte di sentirmi una pellegrina: in sintonia con la grandezza del cosmo e l’energia dell’esistenza. In armonia con le cose più incredibilmente piccole e con quelle strabilianti e grandi, con le persone più remotamente lontane e con me stessa. Pellegrina nel mondo, ma in primis, nella mia essenza.
E la testa permane nel suo vortice, mentre io non cerco nulla: rigorosamente vago, senza affanni. Pellegrina senza radici, né ambizioni. Respiro e mi piace la sensazione di freschezza nei miei polmoni e quella di novità nei meandri della mia mente. Ogni passo è un’invitante scoperta di vitalità, ogni molecola di ossigeno una vibrazione. I piedi sfiorano coscienti la sabbia e affondando leggiadri tracciano solchi verso il niente o l’immensità del tutto. Posso avvertire ogni singolo granello di sabbia calda solleticarmi la pelle dura che sorregge il mio corpo e assicurare un piacevole conforto al mio interminabile cammino.
Sento ogni poro della mia pelle risvegliarsi sollecitato dalla sensazionale sensazione di infinito: il brivido della vita. 
Filomena Lok Locantore


giovedì 26 marzo 2015

Let it Lok: Attraverso i miei occhi

Per rompere un po’ il grigiore e l’uggiosità di questa Primavera che da buona donna, è altamente in ritardo, ho deciso di accontentare le richieste di un mio caro lettore, curioso di sapere com’è per Lok guardare il mondo con gli occhi di un’altra persona. Tema che cade a pennello, visto che da poco ho terminato la toccante lettura di “Cecità”, incredibile romanzo mozzafiato di José Saramago, il quale attraverso il racconto di un’immaginaria epidemia dovuta ad un misterioso morbo, ha tracciato una straziante distopia, metafora dell’attuale condizione umana. Un po’ come Shakespeare, eterno ossessionato dell’ottica e del significato intrinseco degli occhi, dunque, in questo periodo sono molto sollecitata da questa attraente tematica. Gli Occhi sono essenziali, sono gli intensificatori delle emozioni, sono la finestra sulla realtà, e lo specchio dell’universo che conserviamo dentro di noi. Credo che avere Occhi per sé stessi sia un’ardua impresa, di fatto oggigiorno la maggior parte della gente preferisce non vedere; fingersi ciechi comporta favorevoli vantaggi, come ad esempio rinunciare al timore di una realtà che temiamo, o ripararsi dal rischio di sbagliare, deludere, fallire, perdere. E allora la Cecità ci salva da qualsiasi tipo di inconveniente: non guardiamo più attraverso la limpidezza della nostra iride,bensì trapeliamo tutto attraverso il vetro appannato della nostra mente. E non lo facciamo solo con gli altri, anzi… e allora il passo fondamentale prima di poter immetterci nella vista di qualcun altro, è quello di avere Occhi per noi stessi.
“Siamo capaci di guardarci veramente? O siamo il riflesso di una nostra idea, la proiezione di un nostro preconcetto mentale? Cosa vediamo? Perché?”
Trovare delle risposte non è semplice come può sembrare, però se lasciate fare ai vostri Occhi, e non al vostro pensiero, è garantito che prima o poi queste arriveranno. Forse, dopo questo enorme passo, potrete accingervi alla “presunzione” di vedere il mondo con gli occhi di qualcun altro. Per quanto mi riguarda, sin da bambina sono stata sempre molto sensibile e comprensiva con tutti coloro che mi circondavano, ero la spalla su cui sfogarsi, la porta a cui bussare quando c’era bisogno di conforto, l’animo placato capace di mettere pace; una volta, da adolescente, qualcuno di molto esperto mi suggerì addirittura di intraprendere la strada della psicologia, vista la mia inusuale sensibilità e la mia insolita capacità di introspezione. Bé dunque credo che questi “apprezzamenti” derivassero dalla mia capacità di guardare attraverso gli Occhi degli altri, in un certo senso. Il problema era che all’epoca non avevo ancora la capacità di Guardare a me stessa, e finivo per lasciarmi impantanare in realtà che non mi appartenevano. Penetravo così in profondità nel mondo visto dagli altri, che alla fine le loro angosce, le loro paure, i loro timori, i loro incubi, le loro paranoie finivano per tormentare anche me. Capite? Non avevo Occhi per me che mi permettessero di distinguere il mio Io da tutto il resto, con la conseguenza che forse non vivevo neanche per me, ma sicuramente in funzione di qualcun altro, risultandone condizionata in qualsiasi scelta,accadimento, sentimento, sensazione. Crescendo e studiando ho riscoperto il valore dell’Essere, e non dell’essere una proiezione; e allora mi sono impegnata ogni giorno di più per combattere questa mia cecità, e riscoprire la mia autentica Vista; all’inizio ho avuto paura, tanta paura, ciò che scoprivo era sempre più inquietante e sorprendente. 
La stessa consapevolezza di essere stata per anni condizionata da altra gente, anche inconsciamente, senza essermene resa conto, e la scoperta che Io stessa avevo permesso e autorizzato la manipolazione del mio essere, mi mandava in crisi e mi induceva a indietreggiare. Avanzando in questa sorta di viaggio verso la luce, però ho appreso il valore che ha la stessa consapevolezza di essere ciechi: qualcosa che non ci appartiene è di più facile espulsione rispetto a qualcosa intrinseco del nostro essere; e allora incoraggiata da questa convinzione ho compiuto un passo dopo l’altro , e non mi sono ancora fermata. Il viaggio dentro i nostri Occhi non si arresta mai, è infinito. Però, anche se forse non sono neanche a metà strada,mio caro lettore, sono certa di aver capito com’è, o almeno cos’è, cosa significhi guardare il mondo attraverso gli occhi di un’altra persona. È guardare alla vita da un’altra prospettiva, avere la mente aperta, pensare oltre le barriere, oltre i propri pilastri, le proprie convinzioni, i propri credo; credere che sia possibile ciò che per noi è irrealizzabile, conoscere un’emozione al di fuori della nostra gamma; immergersi a Occhi aperti nel mondo interiore dell’altro, capirne le emozioni, comprendere ogni brivido, ogni lacrima, ogni sospiro, ogni sorriso; capire perché la sua visione è diversa dalla nostra, scoprire le radici di questa divergenza; e magari se abbiamo un’anima Piena, una volta esplorato il mondo dell’altro potremmo, dopo la comprensione, condividere una consapevolezza e se ci è permesso e c’è bisogno, aiutare l’altro a nutrire questa Conoscenza passo dopo passo. Dobbiamo fare attenzione, però ,a che questo nuovo universo non diventi il nostro: gli occhi possono combaciare, ma le strade è bene che rimangano ben delimitate e nettamente definite, ciò che vediamo con gli occhi degli altri non fa parte di noi. Stiamo andando incontro all’altro per portarlo alla luce, non per essere travolti nuovamente dalla Cecità. Vedere con Occhi diversi non implica entrare a far parte di un mondo che non ci appartiene, vivere concezioni, traumi e condizioni che non sono nostri; significa meramente Vedere, al massimo comprendere, accettare o rifiutare, amare di più o di meno in base alla nostra reazione, emozionarsi, ma non un gradino in più. Vedere, non accecarsi!
E allora cari lettori, spero abbiate Occhi per leggere e Vedere oltre queste mie righe!

Un abbraccio
Filomena Lok Locantore

giovedì 26 febbraio 2015

Let it Lok: L'amore

Maksim-Samasiuk-Fotolia.com
Amore... Ho conosciuto l’amore in tante diverse sfaccettature, ne ho assaporato tante differenti sfumature, e vi dico innanzitutto che l’amore è il motore della vita: non esiste sentimento più autentico in grado di farci sentire più autenticamente vivi, perché solo l’amore è capace di rapirci corpo, mente e anima. Questa volta vorrei parlare dell’amore nel senso più comune cui tutti vi si riferiscono al giorno d’oggi, ovvero l’“amore di coppia”, concedetemi questa espressione un po’ riduttiva e dispregiativa, a mio parere.
Sono soltanto una ventunenne, ma questa tematica intensamente mi affascina e mi intriga, ragion per cui impiego molto del mio tempo osservando come l’amore agisce e si manifesta tra la gente, giovani, adulti, anziani, single, fidanzati, sposati, divorziati, persino bambini. E tristemente vi annuncio che raramente ho visto due persone Amarsi, ma davvero, nel senso più autentico ed essenziale, di quell’amore reale, che secondo me dovrebbe essere vero, puro e incondizionato come la fragranza di un fiore. Viviamo nell’era dei social network, nell’età dell’ansia, della depressione: siamo diventati così complicati, fragili e problematici, che tutte le paranoie e le futilità non hanno riservato neanche un misero angolino all’Amore. Date un’occhiata dentro di voi: quanto amore è fiorito nel vostro cuore? Quanto siete capaci di Amare la persona che vi è accanto, o che state aspettando, o che avete perso? Non sono forse i vostri sentimenti sempre sovvertiti da qualche minacciosa ombra di timore, senso di bisogno, paura di solitudine, senso di competizione, di dovere, di obbligo? Quanti di voi si sentono pienamente e felicemente a proprio agio accanto al loro partner, quanti non desidererebbero neanche per un attimo di trovarsi in un altro posto, accanto ad una persona diversa? Quante volte pretendete attenzioni, rispetto, affetto, comprensione, pretendete di essere posti al centro della vita del vostro partner, al primo posto, davanti persino a sé stesso? E quante volte nel vostro profondo siete coscienti che forse, voi, non sareste mai in grado di fare nulla del genere per il vostro amato, o almeno non senza la certezza di essere ricambiati? Non abbiate paura delle risposte, semplicemente cercatele, e siatene consapevoli.
Guardandomi attorno, sono giunta alla conclusione, che tutti nasciamo con un enorme potenziale di amore nel cuore: nei bambini che si amano, ho visto i sentimenti più belli e spontanei perché i bambini non hanno peli sulla lingua né castelli della mente, amano con innocenza perché sono pieni d’amore, e non chiedono nulla in cambio. Crescendo, però siamo portati a smarrire questa genuinità, e l’amore diventa una “tragedia”, come qualcuno lo ha definito; o meglio noi rendiamo l’incredibilità dell’amore un mero affollarsi di dubbi, domande, pretese; e la considerazione più amara che vi pongo innanzi agli occhi è che basta un nonnulla a far si che tutto ciò sfoci in odio, rancore, vendetta: è sufficiente che qualcosina nell’ingranaggio cessi di funzionare per un attimo, e in preda al terrore, piuttosto che comunicare, per un crudele bisogno di sentirci forti, sputiamo merda sul cosiddetto “amato”, infischiandocene del suo intimo sentire: è sempre più facile prendersela con l’altro, piuttosto che affrontare i propri dissidi interiori, no? E diamo la colpa all’amore, ai suoi problemi, alle sue controversie, tralasciando il fatto che forse siamo noi ad avere le colpe, perché di fatto, siamo incapaci di amare, a cuore aperto e mente limpida, e nei casi eccezionali schiudere persino l’anima.
Non confondiate queste mie realistiche osservazioni con una visione pessimistica dell’ “amore di coppia”, perché queste mie “denunce” vogliono essenzialmente essere una scossa alle vostre consapevolezze, affinché iniziate a guardare la persona che vi è accanto con i veri occhi dell’amore. Che possiate purificarvi da tutto ciò che non è amore, aprirvi, e viverlo quando c’è, lasciarlo andare quando cessa, senza rancore, senza indignazione.
Io ci credo nell’Amore, (perché su per giù un paio di volte), ho provato la gioia di questo sentimento, così travolgente e rinvigorente. Forse da più piccola anch’io l’avevo confuso con altri sentimenti, però a 20 anni ti conosci, e sai riconoscere anche quando sei innamorato. Quando l’amore, quello puro e incondizionato, vive in te sei tutto rapito, ti senti estatico, qualunque difficoltà sorga, non è un problema perché l’amore tutto guarisce; non esistono paure, né del passato, né tanto meno del futuro, perché ami, e non chiederesti nulla di più; ti senti imbattibile, combatti, ma non te ne rendi nemmeno conto, perché in amore le lotte non si chiamano battaglie, bensì doni; ami, e se non sei ricambiato come vorresti non importa, perché il tuo amore è sufficiente ad abbracciare anche l’altro; sei pieno e vuoi condividere tutto, felicità, tristezza, libertà, malinconia, spensieratezza, speranza, pensieri, parole. Quando ami c’è empatia, vivi nell’altro, e l’altro vive in te, nel bene e nel male, e il male appare più dolce, quando qualcuno ti ci accompagna per mano; i respiri si sovrappongono, i cuori pompano sangue all’unisono, basta una carezza e la pelle ti si accappona tutta. Quando c’è amore, si cammina mano nella mano, nessuno rincorre nessuno, perché si è in sintonia, si respira complicità, anche nelle cose più futili della quotidianità. Certo, gli incidenti di percorso non mancano a nessuno, ma si impara ad affrontarli in due, piuttosto che chiudersi in sé stessi.
Ricordo con dolcezza gli attimi dei miei amori trascorsi, ma più di tutto mi sovviene un pomeriggio di mezza primavera, quando camminavamo a piedi nudi in riva al mare, ridendo e scherzando; qualche giorno prima una brutta discussione, e poi uno scooter che sfrecciava sotto il sole verso la pace, accompagnato da canti liberatori, un po’ stonati e sommessi dal rombo del motore. In quel momento non mi mancava nulla, mi sentivo così pienamente me, così liberamente Filomena, era favoloso. Non avrei per niente al mondo voluto trovarmi in un altro posto dell’universo: il mio paradiso era esattamente lì, in un pomeriggio di aprile, su quella sabbia ancora un po’ fredda e umida. Il tempo era sparito, come il mondo attorno: eravamo solo noi, gli sguardi di tenerezza, le poesie d’amore, due corpi intrecciati, la voglia di vivere e tanta voglia di perderci l’uno nell’altra.
È fantastico l’amore! Dovete solo lasciargli spazio!

Filomena Lok Locantore

lunedì 26 gennaio 2015

Let it Lok: Paura

Quando ci siamo dentro è difficile uscirne, e soprattutto renderci consapevoli. Perché in qualche arcana maniera conosciamo la verità, ma preferiamo non dischiuderla a noi stessi, perché abbiamo paura. Dare libero sfogo alla nostra primordiale essenza, al nostro puro essere ci terrorizza. E allora ci creiamo le prigioni.
Temiamo la mutabilità, ci ancoriamo all’abitudine, alla sicurezza. Ci muriamo nei castelli della nostra mente, visto che ciò che è al di là delle mura di cinta ci fa tremare; e allora prediligiamo la confortevole consuetudine di professare la libertà, mentre in realtà, stiamo erigendo, mattone dopo mattone, la nostra peggiore galera.
Nel pozzo sepolto, giace muta la certezza di essere ammanettati, eppure optiamo ogni nuova mattina, ogni notte di sconforto, per l’illusione di vivere la vita che desideriamo. Scegliamo di persuaderci che tutto sia esattamente come lo vorremmo, e che ci troviamo nel posto dove desidereremmo essere. E così facendo, ci allontaniamo via a gambe levate: via dalla meritevole conoscenza, via dalla realistica essenza, via da noi stessi.
È un po’ come l’attimo in cui devi attraversare la strada, e non ci sono semafori a infonderti rassicurazione. Guardi, e riguardi, e pensi, aspettando l’attimo meno rischioso; le auto sono ancora troppo lontane, anzi neanche ne vedi l’ombra, eppure c’è qualcosa che blocca la pianta dei tuoi piedi, una super potente colla vinilica che ti tiene in trappola tra l’ansia di raggiungere il marciapiede opposto e l’insinuante pensiero  di essere stroncato da un pirata della strada. Forse è tutto inconscio, ma questo meccanismo agisce, e ti incatena. E mentre le tue mani sudano a freddo, i tuoi insidiosi pensieri manipolano la realtà, e la sponda di fronte a te appare sempre più irraggiungibile, tic toc, tic toc, il tempo scorre, e una nuova paura si insedia sinuosamente nei meandri della tua mente: ti accorgi, disperato, di essere in procinto di perdere il bus. L’orchestra della tue testa continua a suonare con eleganza paranoiche sinfonie. E il paradosso accade: una nuova paura scaccia quella vecchia e finalmente ti lanci sulle strisce pedonali. In quel momento non ti sei liberato, anzi hai aggiunto un altro mattone alla tua cella: il tuo coraggio è fittizio. E nel frattempo, scopri deluso che hai anche perso l’autobus, e senza di quello non potrai mai arrivare puntuale all’occasione della tua vita. Perché? Perché senza un dispositivo meccanico che ti suggerisca il momento perfetto per attraversare ti senti perso. Sapete da dove nasce l’appellativo pirati della strada? Beh, la risposta è ovvia: non rispettano il codice della strada, quindi figuratevi se una luce verde o rossa faccia la differenza. Eppure hai lasciato condizionare te stesso e la tua esistenza da un pensiero tenebroso, e futile. È ciò che accade quotidianamente, ed in ogni momento: la paura guida le nostre azioni, i nostri desideri, i nostri modi di fare. Siamo incastrati in meccanismi impercettibili e non vogliamo rendercene conto, e questa stessa consapevolezza, piuttosto che darci stimoli per liberarci, ci rende ancora più prigionieri. E allora l’unica soluzione, per raggiungere il marciapiede opposto è lanciarsi, naturalmente scrutando a destra e a manca con consapevolezza e pienezza, ma senza bombardarsi la mente e distruggere la realtà, ed imparare così a vivere senza semafori!
Filomena "Lok" Locantore

martedì 30 dicembre 2014

Let it Lok: The power of Lok

Carissimi lettori, come è noto ci si sta appropinquando ad accogliere l’anno che verrà, organizzando super-cenoni, prenotando ticket per super-balere, acquistando abiti super rossi per super feste e mentre tutti si avvicendano impavidi nei super preparativi, io, da buona “outsider”, mi rifugio nel mio isolotto “capsott” per far si che la vocina dentro di me, attraverso le mie mani e queste parole, racconti il mio 2014.
Questo che va concludendosi, per me, è stato l’anno di tantissime prove fisiche, sentimentali e intellettuali, alcune superate a pieni voti, altre un po’ zoppicando, o probabilmente non ancora superate, ma tutte sicuramente affrontate con tutta me stessa, in perfetta congiunzione di corpo, mente e anima. È stata l’annata dello tsunami, che mi ha sconvolto e tramutata dalla testa ai piedi, innalzandomi prima sull’apice della felicità, gettandomi poi nello sconforto della buia malinconia. E questo non mi rattrista, perché la vita è dinamicità ed è impossibile stare sempre perfettamente in equilibrio sulla cresta dell’onda. Ora non ho più paura, non temo la tristezza, né il dolore, perché ho capito che la forza primordiale racchiusa in ognuno di noi, emerge nella sua forma più pura e travolgente solo quando si annega: è in quel momento che tutta l’energia vitale ti assale, per renderti un essere nuovo,  rigenerato e imbattibile. Dunque questo tsunami mi ha insegnato tantissimo e in vista dell’arrivo di nuovo anno mi piacerebbe condividere con voi almeno 10 lezioni che ho imparato in questi 365 giorni di alti e bassi, affinché possiate affrontare l’anno che verrà da una prospettiva alternativa e a mio avviso, più interessante. Buona lettura!
Lezione n.1
Date il benvenuto ad ogni mattino nel modo più piacevole e gradevole che ci sia: prima di immergervi nello stress del tran-tran quotidiano, dedicatevi un po’ di tempo, coccolatevi, fate qualcosa che vi  piace tanto, una tisana calda, una passeggiata al parco, una doccia fresca, un po' di yoga, ciò che più desiderate. Iniziando la giornata già “in ritardo”, correndo affannosamente, vi siete già predisposti negativamente a tutto ciò che vi aspetta, e quindi finirete per non sopportare tutto ciò che fate, lamentarvi, piangervi addosso, e così via. L’alternativa è far affluire tutta l’energia a vostra disposizione e trovare la carica adatta  per essere brillanti e smaglianti.
Come mai la domenica o il sabato sono i giorni preferiti dalla maggior parte della gente? Elementare: sono le giornate in cui possiamo concedere a noi stessi tutti i piaceri che vogliamo, rilassarci, prendercela con comodo. E allora se iniziate a dedicarvi del tempo, delle “cure”, delle attenzioni  ogni mattina, prima di immettervi nel caotico mondo circostante, vi accorgerete che la settimana non sarà più un inferno, ma ogni giorno sarà delizioso quanto un week-end!
Lezione n.2
Ogni persona che incontri lungo la tua strada è un libro da sfogliare e leggere: non fermarti alle apparenze! Ogni singolo atteggiamento ha il suo perché, ogni cattiveria, ogni parola sconveniente, ogni risposta aggressiva nasce da un moto interiore, sepolto o conosciuto. Non sentirti ferito nell’orgoglio, piuttosto allarga la tua mente, e cerca di penetrare nel mondo di chi ti sta accanto: tutti abbiamo combattuto la nostra battaglia, e tutti ne portiamo le cicatrici in cuore. Non sarà la rabbia a curarle, bensì la comprensione e la compassione.
Lezione n.3
Se senti l’amore sgorgarti dalle vene, vivilo! Non chiederti perché, non interrogarti sulla durata, sui rischi, sulle difficoltà; non aver paura di non essere ricambiato, o di essere abbandonato. Quando un sentimento lo avverti nel profondo è autentico, e non necessita di sicurezze, né di compromessi, né di timori, né di parole come orgoglio o dignità. Sarà l’amore a trasportarti sul sentiero della bellezza e della gioia! In tutti casi , e comunque vada, anche se ti ritrovi nudo e senza nessuno né niente,  la felicità di aver amato  incondizionatamente e totalmente riempirà il tuo cuore.
Lezione n.4
Non abbiate paura! Il mio ex professore di inglese ripeteva quotidianamente: “The only thing you have to fear, is fear itself.” Acquisite la consapevolezza che ogni vostro singolo pensiero è, consciamente o inconsciamente condizionato da una vostra paura. Individuatela e sradicatela, solo allora sarete liberi di fare tutto e pronti a qualsiasi sorpresa vi riservi l’esistenza. Se non avete il coraggio di scrollarvi le vostre ansie di dosso, non vi resta che accontentarvi di un’esistenza misera.
Lezione n.5
Impara a leggere la realtà semplicemente per quella che è, senza complicazioni, né sfumature recepite dal mondo che hai dentro di tè. La realtà è una, non lasciare che la tua mente ne inventi una parallela più difficile e meno estatica. Goditela così com’è,  nel bene e nel male!
Lezione n.6
Guadagni per vivere o vivi per guadagnare? Fa sì che il denaro non sia la stella cometa che guidi la rotta della tua vita, bensì uno strumento accessorio che ti consenta di usufruire di agi e comodità. Non essere ossessionato dal denaro, né dalla sua ricerca, altrimenti finirai per mancare la vita, ostinandoti ad accumularne sempre più e a preservarlo per il futuro.
Lezione n.7
Invece che piangere e deprimervi per ciò che non potete ottenere  vi conviene esultare e gioire per tutto ciò che già avete conquistato: non ci si accontenta mai, si pretende sempre di più. Certo questo naturalmente è stimolante quando porta a crescere e a migliorarsi , ma è distruttivo quando comporta tristezza, angoscia, senso di fallimento e di vuoto. Quindi guardatevi attorno, ma soprattutto dentro, e siate grati a voi stessi e all’esistenza per avervi reso così ricchi e pieni!
Lezione n.8
Fai amicizia con te stesso, conosciti, indagati: esplora il mondo che è dentro di te, non evitarlo! Solo conoscendoti potrai capire, riconoscere e assorbire tutte le sette lezioni precedenti.
Lezione n.9
“ Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza!” recitavano dei versi di una ballata scritta da Lorenzo Il Magnifico. E come dargli torto? È ora che tu scelga per te stesso la strada della felicità, della totalità, ascoltando il tuo cuore, il tuo spirito! Ora o mai più!Non ti dico di sopprimere la tristezza, perché questa è parte naturale dell’esistenza; ti suggerisco piuttosto di abbandonare la strada della non-vita, e di sentirti felicemente vivo in ogni singola esperienza, persino nella più dolorosa che ci sia. Anche le lacrime sono il succo della vita: non dimenticare che si piange anche di gioia!
Lezione n.10
Meglio morire e poi rinascere, che non fingere di essere vivi, e stentare come zombie! Evviva la vita: sempre e comunque!

Questi sono i consigli di Filomena Lok per accogliere il 2015, in maniera realmente diversa, con un pizzico in più di consapevolezza, amore e gratitudine! Spero vi ritornino utili!
Carissimi fan, auguro a tutti voi un anno prosperoso, gioioso e scintillante!!!
Filomena "Lok" Locantore

lunedì 24 novembre 2014

Let it Lok: AMATI, LIBERATI, COMBATTI

La Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne è ormai alle porte, pertanto mille riflessioni affiorano poco a poco nella mia mente e nel mio cuore.
In primis, mi pare assurdo il fatto che nel XX secolo ci sia bisogno di una giornata mondiale per rendere note e ricordare le incessanti violenze  cui le donne di tutto il mondo sono sottoposte ogni giorno, una all’ora. Non ci definiamo forse una civiltà culturalmente e socialmente avanzata e progredita? Una società che combatte in nome dell’amore, della libertà e della pace? E invece no. Se così fosse l’ ONU non avrebbe neanche avuto la necessità di istituire una ricorrenza del genere. Forse non siamo così “avanti” come crediamo, perché vi ricordo e sottolineo, che in questa particolare giornata, non si ricordano solo le violenze in Oriente, nelle tribù africane, e nelle altre “terre esotiche” che siamo soliti associare al concetto di sottomissione della donna, bensì quelle dell’intero globo, quindi anche quelle del nostro “progredito” Occidente, dove le cifre del femminicidio e delle violenze domestiche stanno schizzando alle stelle.
Vedo donne violentate ovunque: la violenza non si consuma solo nell’atto fisico, è lo stupro dell’anima quello che ferisce di più. Ed io vedo donne ferite, dappertutto, non c’è più bisogno di sintonizzarmi su un Tg o mettere play ad un film. Piangono donne ovunque, perché credono di non amare abbastanza se non “obbediscono” al desiderio di controllo che divora i loro padri, ragazzi, mariti; si colpevolizzano perché non sono abbastanza o sono troppo, troppo attraenti,ad esempio, da “indurre” un uomo a tradire la sua partner, o troppo poco  disponibili e accomodanti nei confronti dell’uomo che è loro accanto; piangono perché se escono di casa in leggins e rossetto, lo fanno perché vogliono attirare l’attenzione dell’uomo, e non perché è una libera espressione del loro essere. In fondo non siamo così diversi dai musulmani che impongono alle loro donne il burka, e contro i quali non facciamo altro che puntare il dito: però a differenza loro sappiamo ben fingere di aver afferrato il concetto di libertà e di metterlo in pratica quotidianamente.
 Vedo donne strapparsi i capelli perché hanno combattuto per una loro idea, e sono state ricambiate solo con sputi e insulti, perché quella idea non regge se sei una donna. Vedo donne straziate tra la voglia di andare a vivere la loro vita a 360° e il loro stesso essere donne, che ancor nel XX secolo detta pregiudizi, convenzioni, limiti. Vedo donne suicidarsi ogni giorno, mettendo la loro vita e la loro libertà in mano ai loro uomini. Vedo donne subire le più raccapriccianti violenze fisiche, verbali, psicologiche e piangere in silenzio, perché tanto è inutile e sbagliato ribellarsi contro ciò che è giusto.
E allora non vi pare che noi donne della bella civiltà non siamo paragonabili a quelle delle tribù africane costrette all’infibulazione? Ogni volta che ad una donna viene negata la possibilità di pensare, agire, vivere LIBERAMENTE, mutilano una parte di noi, della nostra essenza!
 E cambiare la testa dell’uomo occidentale in cui è saldamente ancorata questo putrefatto concetto di misoginia e di inferiorità della donna, fidatevi, è molto più impegnativo e impensabile che avviare una campagna contro l’infibulazione nei villaggi somali. Sento ogni giorno uomini, anche giovanissimi, parlare delle loro fidanzate come fossero oggetti, orgogliosi della loro autorità e del fatto che le loro ragazze accettino e obbediscano da brave schiavette. È parte della nostra forma mentis, ahimè, una cultura retrograda e asfissiante che davvero mi ha stancato. Ma ciò che più mi inquieta è il fatto, più che evidente, che noi donne siamo le prime ad accettare questa idea di essere diverse dall’uomo, e dunque a convincerci che sia giusto subire qualsiasi tipo di discriminazione e violenza, in nome della famiglia, per amore, per amicizia, in nome del lavoro, dello studio, e così via..
E allora mie carissime amiche, fan, lettrici, è a voi che mi appello! Se davvero desiderate che tutta questa violenza che si nutre di noi, consumando la nostra più intima essenza, cessi immediatamente, è imprescindibile, come primo passo, che maturi in voi, nella vostra mente e nel vostro spirito una pulita consapevolezza del vostro valore.
Correte a guardarvi allo specchio: siete bellissime, intelligenti, creative! Siete splendide: guardatevi! Emanate luce ed energia, e il vostro cuore è pieno di amore. Siete una perfetta parte dell’esistenza! Esiste un motivo valido che giustifichi tanto dolore, tanta frustrazione, tanti sensi di colpa, tante lacrime, tante ferite, tanto sangue, tanto silenzio? No!! Meritate tutto l’amore, la dignità e la gioia di qualsiasi altro essere vivente: siatene consapevoli!! Perché la violenza sulle donne può avere fine solo se il cambiamento parte da voi, da Noi. Solo l’amore per noi stesse può emanciparci da questa schiavitù che perdura ormai dalla storia dei secoli.
Ricordate che la prima violenza è quella che facciamo a noi stesse ogni qualvolta accettiamo una “schiavitù”: amatevi e troverete la forza di liberarvi dalla vostra prigionia! Solo quando imparerete ad amare voi stesse, potremo tutte insieme dire basta al femminicidio, alla misoginia, alla violenza domestica, allo stalking, allo sfruttamento femminile, all’infibulazione!
STOP ALLA VIOLENZA: AMATI!
LIBERATI!
COMBATTI!
La tua battaglia sarà insegnare l’amore alle altre donne, perché l’amore è il motore della libertà; la libertà, l’ingrediente segreto della gioia. Buona fortuna a tutte!
Filomena Lok Locantore

lunedì 13 ottobre 2014

Let it Lok: Dis-alienatevi!

L’alienazione è la prigione dell’uomo moderno, eternamente auto-condannato all’infelicità. Abbiamo tutte le carte in tavola per sperimentare un’esistenza gioiosa, eppure optiamo sempre per la via della triste repressione: reprimiamo la rabbia, mascheriamo la tristezza, fuggiamo via dal dolore, ripudiamo l’amore, temiamo persino la libertà,mettiamo a tacere i nostri sogni, rifiutiamo la felicità. E tutto per orgoglio, e per paura. Ci siamo addirittura ridotti ad aver paura della paura, ansia di avere ansia. Viviamo come zombie allo sbaraglio: abbiamo carne ed ossa, ma la nostra anima che fine ha fatto? Siamo solo assetati di porti sicuri, comodità e benedizioni che cadano dal cielo. E nell’attesa non resta che lamentarci, e piangerci addosso; perché naturalmente la soluzione è difficile da trovare, troppo rischioso. Ovviamente è più facile restare a braccia a conserta a guardare chi ce l’ha fatta, e suicidarsi di invidia e frustrazione.
Sapete cosa vi dico? Sono propria stanca di tutto questo male di vivere, non giustifico più alcuna lamentela. Certo le disgrazie accadono, gli inconvenienti ostacolano il cammino, la strada è tortuosa, ma sono sempre più convinta che ogni caduta sia il momento perfetto per imparare a volare.
Perciò muovetevi da quella benedetta sedia dove passate il tempo incollati su Facebook inchiodati a nascondervi dietro post da moralisti convinti o da eterni infelici! Lasciate tutto e andate! Semplicemente andate,seguendo la pianta dei vostri piedi. Verso il mare se avete voglia di fare un tuffo, verso la montagna se avete voglia di sentirvi un po’ bambini facendo l’angelo nella neve; dall’avvocato se avete un matrimonio privo di amore, tenerezza e passione;o in segreteria studenti, se vi siete accorti che l’università non fa per voi; prendete l’aereo se avete voglia di viaggiare o prendete per mano la ragazza di cui siete innamorati, se avete voglia di amare. Lasciate il vostro lavoro se non vi si addice; se non ne trovate un altro, non importa, lo creerete, con la vostra infinita energia e creatività. Se la radio trasmette una canzone non di vostro gradimento, cambiate stazione! Esiste una soluzione per qualsiasi problema, però innanzitutto è imprescindibile trovare il coraggio di cercare una soluzione.
Dovremmo temere l’abitudine e l’immutabilità, non il cambiamento.  Dovremmo temere l’odio, non l’amore. E l’odio nasce quando ci costringiamo all’infelicità. E l’infelicità eterna, come la soddisfazione inappagata, sono la morte della vita. E di vita ce n’è una sola. Quindi vi chiedo soltanto una cosa: smettete di pensare, e vivete!
L’ultima volta che son caduta, tentennavo barcollando in un tunnel di tenebra. Nulla aveva più significato, neanche la mia passione per la scrittura. Prigioniera della mia depressione, trascorrevo le giornate tra divano, cameretta e toilette, senza musica, senza mangiare, senza scrivere, senza sorridere. E poi una sera all’improvviso, ho smesso di pensare alla paura e alla paura della paura; e in preda ad una violenta tarantolata, ho ritrovato la vita: in una pulsazione, in un colpo di tamburello, dall’arcano porto sepolto è riaffiorata la mia energia primordiale: ero sudata, sentivo il sangue pulsarmi impetuoso nelle vene, ero super-affamata, ma niente e nessuno avrebbe potuto fermarmi. Mi sentivo me stessa, incondizionatamente e totalmente Filomena Lok. Volavo. E così dal buio più terrificante sono tornata ad anelare alla vita.
Beh come vedete non occorrono grandi imprese, basta abbandonarci a ciò che amiamo. Senza paura, senza suggestioni, senza offuscanti preoccupazioni. Just do it!
Concludo questo sfogo liberatorio, inserendovi il testo di una canzone, a mio avviso bellissima, scritta dal cantautore romano Mannarino, affinché possa esservi di incoraggiamento per compiere il primo passo verso la “disalienazione”. Alzatevi e uscite ad acchiappare la vostra felicità !
Filomena Lok Locantore


sabato 13 settembre 2014

"Let it Lok": “Leggere, perché?”

Vi siete mai interrogati sul senso delle frasi “Leggere è importantissimo!”, “Bisogna leggere di più!”?
Familiari ritornelli, a cui le nostre orecchie sono avvezze sin dalla tenera età, esattamente dalle scuole elementari quando i maestri iniziano a condannarci a questo aspro “sacrificio” imponendoci la lettura  dei famigerati libri di narrativa durante le vacanze estive. Quasi un incubo, per la stragrande maggioranza dei bambini!
- La lettura incentiva la conoscenza dell’ortografia, delle regole grammaticali, delle strutture sintattiche, migliora le capacità espressive, quindi l’eloquenza discorsiva; arricchisce il bagaglio lessicale, nonché quello culturale. - ci ribadivano. 
Ma posta in questi termini la lettura, ad un bambino di soli 7-8 anni, appare paragonabile al terribile “zimox”, obbligatorio antibiotico da  ingoiare, contro ogni volontà, in caso di mal di gola e febbre. Del tutto comprensibile, dunque, la negativa reazione fanciullesca dinanzi a questi “ponderosi malloppi di indecifrabili pagine”, a cui, ovviamente risultano preferibili i cartoons, i video-giochi, i tablet, i social-networks e chi più ne ha, più ne metta.
Naturalmente la lettura supera qualsiasi aspetto accademico, pedantesco: leggere è molto più che apprendere per perfezionare rigide nozioni linguistiche. La lettura è il passepartout per un mondo tutto nuovo ed inesplorato. I libri, certo, sono una medicina, un indispensabile sciroppo per non rischiare di incappare nella triste e grigia sorte dei meccanici allievi del Signor Gradgrind, severo e occluso maestro protagonista del rinomato romanzo dickensiano Hard Time. Egli aborrisce categoricamente qualsiasi cosa non sia esplicabile attraverso i numeri e  la fantasia per i suoi poveri burattini è un dichiarato tabù:  guai a chi provi ad osare con la sua immaginazione e ad infrangere gli inalienabili standard.  Ecco a voi uno dei motivi per cui “bisogna leggere di più” sin da giovanissimi! Ma c’è dell’altro.
Qualche giorno fa, ho avuto il piacere di assistere ad un interessantissimo incontro letterario presso la Casa Cava nei Sassi di Matera, dove con grande partecipazione e ammirazione è stato accolto il prof. Pietro Dorfles, scrittore e critico letterario, autore de “I cento libri”. In questo libro, egli ci accompagna in un coinvolgente iter attraverso il fascinoso mondo della letteratura, analizzando i cento capolavori che meglio incarnano il nostro immaginario letterario condiviso e ineludibile. Naturalmente la disquisizione non ha potuto lasciarmi indifferente: un pullulare di riflessioni e spunti ha immediatamente cominciato a sgorgare nel mio porto sepolto.
“I libri sono un cannocchiale, che ci permette di guardare lontano” ha affermato il Sig. Dorfles. Splendidamente vero! Quanto, ma quanto, la nostra mente ha viaggiato attraverso, parole, pagine, capitoli? Nel passato, nel futuro, nel presente, per mondi esotici, terre sconosciute, remote civiltà, variopinte culture. Con un libro in mano puoi sentirti cittadino del mondo nella solitaria solitudine della tua cameretta: misteriosamente il mondo ti si svela nella sua più estasiante completezza.
E quanti viaggi attraverso la storia e i suoi orrori, attraverso i peccati e i mali della società, passata e odierna: pensate per esempio a “Se questo è un uomo” di Primo Levi o alle distopie di Huxley e Orwell. Ricordate la sua Animal Farm, in cui “alcuni animali sono più uguali degli altri”? Beh credo non ci sia una migliore allegoria della società anti-meritocratica in cui siamo intrappolati oggigiorno. Come potremmo penetrare nelle profonde e oscure viscere del nostro mondo se non attraverso i libri? La lettura rischiara il passato, il presente e persino il futuro dell’umanità.
Leggere ci mette in contatto con “l’altro”, allarga i nostri orizzonti, rivoluziona il nostro sguardo verso il mondo, ci consente di superare barriere di qualsiasi tipo.  Riflettete su “Siddharta” il grande cult capolavoro di Herman Hesse, un approccio all’esistenza totalmente innovativo e anticonformista, un tempo inconcepibile per la civiltà occidentale.
Quale arricchimento più auspicabile? Beh in realtà a mio parere c’è ancora dell’altro. Avete mai riflettuto su quanto leggere faciliti il viaggio attraverso il luogo più ignoto che ci sia: noi stessi?
I libri sono una lente d’ingrandimento per indagare la nostra anima. Una chiave per il libero accesso alla nostra introspezione. Naturalmente, le parole impresse su anonimi fogli di carta, scaturiscono in noi centinaia di migliaia di emozioni, sensazioni, ricordi, associazioni, riflessioni, aiutandoci ad avvicinarci sempre più alla nostra essenza. Quante volte ci siamo immedesimati nei personaggi dei romanzi, interrogandoci su come avremmo reagito noi al loro posto, cosa avremmo fatto, pensato; saremmo fuggiti? Avremmo saputo dare una risposta? Avremmo perdonato? Avremmo avuto paura? Avremmo amato? Ed ecco venire a galla segreti desideri, arcani timori, dimenticate sofferenze , inconsce ansie. E così una lettura consapevole diventa un eccellente ed efficace strumento per conoscerci meglio, per mettere a nudo ciò che realmente siamo, lasciando cadere le maschere a cui ci costringiamo quando siamo fuori dalla nostra cameretta.
Anche leggere può essere il primo passo per rivoluzionare sé stessi. Ecco la ragione per la quale quei famosi ritornelli, in fondo, racchiudono verità imprescindibili.
Filomena Lok Locantore

domenica 10 agosto 2014

Let it Lok: Gli scrittori non vanno in vacanza

Uno scrittore non va in vacanza: né a Natale, né a Pasqua, né a Ferragosto, né mai. La scrittura è un’attitudine intrinseca dell’anima: si potrebbe mai chiedere all’anima di andare in ferie? Non credo.
Sarebbe come chiedere ad un orologio di stopparsi. Gli scrittori sono le lancette dell’anima: ogni schiocco, un’emozione, ogni secondo, una piccola evoluzione. Tic Toc. Tic Toc. Il tempo fugge, lo scrittore fermenta. Non puoi pretendere che il tempo si fermi, né tanto meno che uno scrittore non fermenti.
Mentre si passeggia, mentre si mangia, mentre ci si fa la doccia, quando si balla, quando si canta, si ride o si piange, mentre si nuota, mentre si fa l’amore, mentre si guida, mentre si studia, quando si interloquisce, quando si fanno nuove conoscenze, e persino mentre si dorme, la gente ordinaria respira, pensa, prevalentemente si crea giudizi, valutazioni. Gli scrittori, al contrario, immaginano, elaborano: ogni respiro può essere fonte di ispirazione; ogni lacrima può dare vita ad un romanzo; ogni persona (persino quelle incrociate accidentalmente) nell’immaginario, diventa protagonista di storie ancora inesistenti; ogni nota musicale, la colonna sonora di un capitolo; ogni parola captata casualmente, mette in moto il magico e turbolento vortice. Tutto trova un suo senso. Neppure il più insignificante e invisibile dei dettagli resta insensato. È questo che definisco “ fermento”. Quell’incessante pullulare nella mia mente, che mi consente di guardare oltre, senza fermarmi alle apparenze né alle valutazioni; fare un passo in più e immergermi totalmente nel momento, nell’altro, nell’emozione, nella vita.
Lo scrittore ha il free-pass per l’anima: l’introspezione costituisce il suo pane quotidiano. Ogni mistero è un po’ meno oscuro, ogni astrazione è un po’ meno inafferrabile, ogni “muro” un po’ meno impenetrabile, ogni filo spinato meno invalicabile. Ogni sguardo meno indecifrabile.
È un dono, nonché un’immane responsabilità perché spesso è meglio rimanere ignari di alcune sottili e sotterranee corrispondenze. Ma allo scrittore l’inconoscibilità non è concessa. Perché lo scrittore è la lancetta dell’anima, e non un secondo si dissolve senza che la lancetta compia il suo piccolo scatto.
E così allo scrittore non resta che trasformare ogni impalpabile vibrazione in parole; e caricare ogni singola parola di un’emozione; e far si che quella emozione, muova un nuovo impercettibile sussulto. E il moto dell’anima non s’arresta un attimo, come il tempo. E gli scrittori non vanno in vacanza.
Filomena Lok Locantore

martedì 8 luglio 2014

Let it Lok: Sogno di una notte di mezza estate

Ci sono alcune giornate che ci appaiono interminabili. Lunghe, lunghissime, infinite giornate affannose. Quando l’unico momento che attendiamo è gettarci sul nostro caro letto, spegnere la luce, chiudere gli occhi e dire momentaneamente addio al mondo. Spegnere la mente e trovare un po’ di pace, in un porto sicuro. Mettere da parte tutto e tutti, e immergerci a capofitto nei tortuosi meandri del proprio inconscio, lasciandoci cullare dall’intangibile fascino della notte. E sognare magari. Perché i sogni non sono altro che l’essenza della libertà, della beatitudine. Un momento di tangibile felicità, dopo ore ed ore di monotono tran-tran quotidiano. Attimi in cui persino l’inimmaginabile è possibile, accade; e tutto è semplicemente come noi desidereremmo che fosse.
Talvolta però, taluni sogni sono tutt’altro che estasi. Spesso pare che i fantasmi che ci perseguitano da svegli, non ci diano tregua mai, neanche nella notte. Sudiamo. Imprechiamo. Soffochiamo. Urliamo. Semplicemente non abbiamo pace. Bé, per me non si tratta di sogni. Piuttosto mi piace chiamarli incubi.
Questa notte ho vissuto una delle esperienze oniriche più coinvolgenti di sempre. E mi piacerebbe condividerla con voi, per mostrarmi come, persino l’incubo più terrificante, può trasformarsi nel sogno più incantevole.
“Sono le 10 di sera. Mi sveglio confusa e palpitante. È tardissimo. Sono in partenza per non so quale meta, e come sempre accade prima di un avvenimento rilevante, sono in super ritardo. Devo ancora sistemare i bagagli, trovare i documenti, fare una doccia, vestirmi, prepararmi. È una corsa contro il tempo. Tutti i miei abiti sono scomparsi dall’armadio. Impazzisco per casa alla ricerca dei miei effetti personali, ma niente di niente. Per di più mi sento intrappolata dalla pesantezza del sonno: gli occhi non vogliono restare aperti, le mie gambe sono stremate, la mia testa cade di qua e di là, in cerca di riposo. E il tutto non fa che rallentarmi. Una dannata corsa verso l’impossibile.
Esco di casa, con indosso soltanto il mio pigiamino. Sono scalza. E in mano ho un biglietto aereo, ma non riesco a leggere la destinazione. Cerco disperatamente un aeroporto o qualcosa del genere. Sono sola, disperata e persa nelle tenebre. Brancolo nel buio alla ricerca di una salvezza, lottando contro la pesantezza del dormiveglia. Di tanto in tanto in lontananza scorgo qualche figura evanescente, ma la mia voce sembra insonora. Grido, urlo, mi dimeno, ma nessuno mi dà ascolto. E ogni volta che riesco a raggiungere una di quelle presenze, questa si dissolve nel nulla. Corro. Corro. E ancora corro, in preda al panico più totale. Una maratona verso il nulla. Inciampo. Cado. Sembro quasi arrendermi e lasciarmi andare alla forza di gravità. Ma no. Mi rialzo. E continuo a correre. Sudo. Corro. Il mio cuore sta impazzendo. Urlo grida di silenzio. I piedi scalzi, sono sudici e insanguinati. Ma ancora corro. Fino a quando cado, di nuovo. (E se fino a quel momento fossi stata convinta di assaggiare il puro terrore, allora non saprei come definire ciò che mi sta per accadere). Vorrei rimettermi in sesto, ma non ce la faccio. Una misteriosa forza, più oscura e travolgente di quella di gravità mi trattiene al suolo. Mi sussurra che quello è il mio immodificabile destino. La fine della maratona. La mia fine. Vorrei reagire, ma i miei arti sono pesantissimi, e immobili. Come incatenati da qualcosa di invisibile. E ancora più straziante, vorrei gridare, ma la voce non fuoriesce. Ogni urlo soffocato ritorna giù come un amaro magone. È come se le mie labbra fossero incollate tra di loro. Continuo ad agitarmi. Tento di scalciare, di tirare pugni, ma ogni tentativo si rivela mera illusione. Sono intrappolata. Condannata. Non mi resta che accettare la mia condizione, chiudere gli occhi e smettere di sperare. Smettere di respirare. Perché ogni respiro equivale ad un struggente istante in più della tortura.
La resa però non è nel mio stile. Correrò la maratona fino al traguardo. Ricomincio a dimenarmi. Ci deve essere una soluzione. Per forza. Tutte le maratone hanno una linea di traguardo. Esattamente nell’istante in cui ogni sforzo mi era sembrato completamente vano, noto che riesco a sentire un filo di voce. Si, si, lentamente la mia voce sta riacquisendo il suo vigore. Un barlume di speranza. Non finisce qui, non per me. Gli arti però sono ancora bloccati. Mi sento tirare in quattro direzioni divergenti. Ma non mi arrendo. Combatto per svincolarmi, voltandomi a destra prima, a manca poi; come per scrollarmi di dosso quella forza oscura. Sudo. Grido. Impazzisco. E ancora grido. Sudo. Piango. Tremo. Sanguino. Grido per la disperazione. Per il dolore. O semplicemente perché sono ammattita. Ma non mi arrendo. E proprio quando sento di essere arrivata all’extremis, quando sto per gettare la spugna e cedere la mia anima alle tenebre; quando credo di non avere più alcuna ragione in nome della quale combattere; quando tutto è vano, e niente è stimolo, proprio allora affiora una forza misteriosa. Con tutta la mia energia residua, proietto il mio corpo verso destra e cado. Precipito. Sempre più in basso. E il solo poter muovere liberamente gli arti, mi da sollievo. Un incredibile gustosa soddisfazione. Un gesto così spontaneo, e naturale assume per me l’entità di un miracolo. E perdendomi nelle mie riflessioni, mi sveglio in un luogo totalmente diverso. Cammino sulla sabbia calda, sicura di me, vittoriosa, imponente come una grossa nave. Certa di aver tagliato il traguardo. Mi guardo attorno e percepisco di ritrovarmi in un paradiso terrestre. Il sole sta sorgendo. Il mare, cristallino, è calmissimo. Di qua e di là svolazza qualche gabbiano. È così bello udire finalmente i dolci suoni della natura.
La certezza di ritrovarmi in una sorta di locus amoenus, mi giunge quando scorgo lui ad attendermi tranquillamente seduto su uno scoglio. L’imperturbabile lui.
Corro a più non posso, ansiosa di gettarmi tra le sue braccia. Ed eccolo, finalmente a pochi millimetri da me. In quel preciso attimo ogni sforzo assume significato, ogni struggente lotta trova il suo conforto, il suo dolce ristoro. Mi abbraccia forte, e quell’abbraccio mi ridona la vita. Mi perdo nell’infinito dei suoi occhi verdi, che luccicano sotto la tenue luce del primo sole. Mi stringe più forte, inspira l’odore della mia pelle, e mi sussurra: “Finalmente! Tutta per me!”
Ci prendiamo per mano, e ci tuffiamo nell’immenso azzurro per vivere insieme il nostro sogno.”
Fine.
Filomena "Lok" Locantore

giovedì 12 giugno 2014

Let it Lok: George Gray

Questo mese vi propongo una poesia che io amo tanto. Si intitola George Gray e appartiene agli epitaffi di Edgar Lee Masters.
GEORGE GRAY
I have studied many times
The marble which was chiseled for me --
A boat with a furled sail at rest in a harbor.
In truth it pictures not my destination
But my life.
For love was offered me and I shrank from its disillusionment;
Sorrow knocked at my door, but I was afraid;
Ambition called to me, but I dreaded the chances.
Yet all the while I hungered for meaning in my life.
And now I know that we must lift the sail
And catch the winds of destiny
Wherever they drive the boat.
To put meaning in one's life may end in madness,
But life without meaning is the torture
Of restlessness and vague desire --
It is a boat longing for the sea and yet afraid.
( The Spoon River Anthology – E.L. Masters)

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l'amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio —
una barca che anela al mare eppure lo teme.

George Gray è un defunto, morto, senza aver mai vissuto. Contemplando la sua lapide, si accorge  che il marmo assomiglia tanto ad una nave, ancorata saldamente al suo porto; e non se ne meraviglia per niente. Perché adesso, in balìa delle onde dell’ignoto infinito, si rende tristemente consapevole che quella immagine non simboleggia altro, se non la sua vita: un potenziale di emozioni e avventure, incastonate nel muro della paura.
George Gray preferì accontentarsi di una vita comoda e confortevole, al sicuro da qualsivoglia rischio, novità, pericolo. E così si ritrasse all’ambizione, non si dischiuse all’amore, né ebbe mai il coraggio di assaporare il dolore: niente, e nessuno riuscì mai a trasmettergli quello stimolo necessario per abbandonare la sicurezza di quel porto. Né tantomeno l’amore per se stesso. Gli bastò una misera vita, vuota.
Preferì rinunciare a tutte quelle sensazionali, (che pur  spesso appaiono  insignificanti), esperienze, che rendono la vita dolce, dandole un significato.
Il suo profondo terrore gli impedì di lasciarsi trasportare dal vento del suo destino, e di raggiungere così, la totalità di un’esistenza vissuta a pieno.
Ma ormai è troppo tardi: non gli resta che poter contemplare l’immagine di una nave con le vele ammainate. Il suo unico ricordo: un porto tranquillo, lontano dalla burrasca, come dal dolce spumeggiare.

Di vita ce ne è una sola: un'unica opportunità, una sola chance. Non sprecatela!
Una vita priva di significato, è il peggior male di un uomo, perché SCEGLIE di vivere  solo desiderando e bramando tutto ciò che non può avere a causa della sua codardia.
Gli uomini hanno bisogno di coraggio : coraggio di sconfiggere i propri timori, coraggio di amare, e di lasciare andare; coraggio di abbracciare la quintessenza della vita; semplicemente : coraggio di vivere.
Se fossimo piante, non potremmo muoverci.               
Se fossimo animali, avremmo solo un’ambizione : sfamarci, dormire e aspettare.
Ma non siamo né piante, né animali; siamo esseri divini dotati di una consapevolezza. Non spetta noi attendere passivamente la fine della vita: è necessario vivere la vita, gustarla, e dare a Lei un significato.
Sradicate le vostre ancore: si salpa!!!
Filomena "Lok" Locantore

sabato 10 maggio 2014

Let it Lok: Le mamme della mia vita

Sin dalle scuole elementari, nei temi ero solita celebrare la figura eroica di mio padre, tralasciando sempre nell’oscurità delle quinte, la donna più importante della mia vita: mia madre. Beh oggi ho deciso di stravolgere i canoni freudiani: proprio così vi parlerò della mia incredibile mamma, e non solo.
La mia vita è costellata da diverse figure materne, che hanno saputo infondermi un amore quasi equiparabile a quello di mia madre, perché inutile dirlo, l’amore di una mamma è unico e solo, puro e originario, inimitabile; però ci sono sempre state donne, capaci di amarmi incondizionatamente, trasmettermi affetto, gioia , serenità, aiutandomi a diventare quella che sono.
Dolcemente ricordo la mia infanzia, e vedo una piccola donna, dai capelli corti e riccioluti, raccontarmi le storie della sua vita gettata nell’oblio del passato, dei lontanissimi anni’50 quando tutto aveva un sapore diverso, e nonostante la guerra, la povertà, persino la felicità era più raggiungibile, perché risedeva nelle piccole cose genuine del quotidiano vivere. È il suo modo di arricchirmi, svelandomi una piccola parte di sé; è il suo modo di insegnarmi i segreti della gioia,  per non farmi piangere in vista di un giocattolo non ricevuto da Babbo Natale. Presente in ogni tappa significativa della mia vita, mi sostiene a modo a suo… e ancora oggi, superati gli 80 anni non perde la sua forza di andare avanti e trarre dalla senilità tutto ciò che di più bello e piacevole può esserci. Una piccola grande donna.  È sempre una forte e travolgente emozione, ritornare da Lecce a Montescaglioso, andare a bussare alla porta vetrata della sua casa, ed essere accolta da lei, che con il volto in lacrime, mi stringe con tutta la sua forza , chiamandomi “Amore”. Da pelle d’oca. Grazie piccola mamma!
Scavando ancora più in profondità nelle viscere della mia memoria vedo una piccola neonata indifesa davanti a omaccioni con dei camici bianchi e delle mascherine; piange, strilla a più non posso; è disperata. Non capisce quale sia la sua colpa: non solo è stata sradicata dall’habitat puro e caldo della placenta, ora deve affrontare anche questi cattivoni , che probabilmente vogliono farle del male. Fortunatamente non è sola: accanto a lei una signora dall’aspetto rassicurante, sorride. Prende tra le sue mani consumate dal tempo, le minuscole manine della neonata, e inizia ad accarezzarle con tutta l’amorevolezza possibile. Ora per la neonata il male sembra minore: smette di piangere. Era circa il 3 gennaio 1994, e quella neonata , ero io, alle prese con la mia prima punturina, a sole poche ore di vita. La mia salvezza invece è mia nonna Dora: seconda moglie del mio nonno materno, mi ha sempre amato con tutta la sua anima, persino più di quanto sarebbe possibile e immaginabile da parte di una nonna, in senso genealogico. Donna combattiva e determinata, mia madrina di battesimo, lei è più di poche parole, ma non manca di dimostrare il suo sconfinato affetto con tante coccole e semplici gesti: l’immensa luce nei suoi occhi quando parla alla gente di me, ad esempio. Ricordo, durante la mia infanzia , la favoletta de “u’ cicerin” era molto più curativa di una tachipirina quando giacevo nel mio lettino avvilita dall’influenza di turno. Pronta a difendermi davanti a tutto e tutti, e a sorprendermi con le sue pettole, le sue squisite cotolette, nonché con le sue crostate, anche ora, è capace di infondermi , con le sue carezze tutta la sicurezza e la serenità, che tranquillizzarono la piccola neonata 20 anni fa. Grazie dolce mamma!
Il destino invece mi nega la dolcezza dei ricordi di nonna Domenica, mamma di mia madre: purtroppo non ho mai potuto conoscerla dal vivo in quanto fu stroncata all’età di soli 40 anni da un male incurabile, che la strappò violentemente alla gioia dell’esistenza. Ma il suo spirito eternamente ottimista, inarrestabilmente gioioso, vive nei racconti di chiunque la conoscesse, vive indisturbato nel cuore di tutti i suoi cari. E fortunatamente esistono i sogni, che permettono per qualche istante di evadere dalle realtà per godere della felicità e la spensieratezza di un mondo alternativo. È qui dove avvengono i nostri incontri: è sempre bella e radiante:  neanche il male più distruttivo di questa Terra ,è stato in grado di privarla del suo brillante sorriso, della sua pacifica espressione. Mi parla, mi consola, gioisce insieme a me, mi accarezza, mi abbraccia, mi rasserena. Nei momenti più cruciali è lì, nel mio mondo onirico, pronta ad addolcire le difficoltà della vita con un suo consiglio o con la sua semplice presenza, l’essenziale starmi accanto. Ed è favoloso, indescrivibile. Grazie nonna-angelo!
E mentre sono qui a scrivere parole su parole, a rivelarvi le più intime sensazioni di Filomena Lok, Carmela sorride imperturbabile dalla foto appesa sulla mia scrivania a Lecce. Sei così bella mamma! Quanto vorrei che sorridessi così ogni singolo istante , che fossi sempre così spensieratamente allegra!  Trovare le parole per descriverti è così complicato, ma proverò a lasciarmi andare, a cuore aperto.
Dunque Carmela, splendente bellezza mediterranea, è la donna più forte che io abbia mai visto. Il destino , sin dall’adolescenza le ha giocato cattivi scherzi: non è per niente facile all’età di 20 anni, sottrarsi alla spensieratezza della giovane età per mandare avanti 3 uomini, una casa, una bottega, e lavorare contemporaneamente , garantendo sempre la massima serenità a tutti. Ma lei non si arrende, davanti a niente, persino quando appare quasi sconfitta, Lei si rialza e combatte, combatte sempre. E questo basterebbe per renderla vittoriosa. Ma voglio celebrarla ancora. La mia mamma è fantastica: ne ho viste di poche così in giro, donare un immenso amore a suo marito e alle sue figlie: un amore fatto di piccoli gesti indispensabili all’ordinario vivere. Una mamma onnisciente e sempre presente, nel bene e nel male, nei momenti più belli, e in quelli più amari, più tristi; una mamma che finge di non sapere, ma in realtà conosce a memoria, i dolori e le difficoltà di una figlia adolescente, che sembra odiarla; e cerca di intervenire a suo favore, ma tutto è frainteso, è tutto soffocato in urla che squarciano fulminee la tranquillità domestica. Una mamma e una figlia che sembrano non riuscire mai a raggiungersi, forse per colpa del complesso di Edipo, forse per colpa di desideri repressi, forse per colpa di banali convenzioni. Eppure il loro legame è così intenso e forte che per la figlia, testarda e noncurante al massimo dell’opinione altrui, l’opinione della sua mamma rimane l’unica e sola che fa la differenza. Perché non esiste niente di più gratificante ed estasiante di vedere gioire per lei la donna che l’ ha messa al mondo. Occorrerebbe fondamentalmente lasciar cadere il muro, e lasciare che l’amore sgorghi dal sotterraneo strato a cui è costretto e fluisca liberamente.
Ricordi delicati dell’ infanzia affiorano silenziosamente: è Natale, e mia madre si fa in quattro per mettere in scena l’arrivo di Babbo Natale: era così agile e perfetta che ci ho creduto ciecamente fino ad un’ età forse troppo avanzata. Amavo quella magia! La mia meraviglia era incontenibile! Ancora non dimentico la notte prima della mia Prima Comunione, interamente trascorsa scomodamente sul divano in salotto: stavo morendo di terrore, perché l’indomani avrei dovuto leggere durante la cerimonia, davanti ad un vasto pubblico. E mia madre era lì, nonostante la giornata intensa che ci aspettava, a sopportare le mie futili angosce e a calmarmi: fortunatamente traevamo un po’ di esilarante relax dalle repliche di Ciao Darwin.
Ricordo il luccichio nei suoi occhi, qualche settimana fa, quando di ritorno da Lecce, le ho confessato di essermi innamorata di nuovo: in quel preciso attimo è stato tutto chiaro! Ha sempre desiderato la mia felicità, il massimo per me. E io ho sempre confuso questo suo desiderio, con un’inspiegabile voglia di opprimermi, e andarmi contro. In quell’ istante mi sono sentita vicino al suo cuore, come non mai, e ho compreso quanto la amo.
Grazie MAMMA!

Filomena Lok Locantore