Visualizzazione post con etichetta Articoli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Articoli. Mostra tutti i post

mercoledì 20 maggio 2026

Il punto di vista del gamer

E poi l’uccello mamma e suo figlio che stavano appollaiati sull’ultimo pezzo di faro che muovevo, sono finalmente tornati al nido. L’hanno fatto dopo che, insieme, abbiamo riportato la luce nel loro mondo. Quella luce che vedevo dall’inizio del gioco è sempre più vicina. Ormai del faro sgarrupato dell’inizio dopo essere diventato una barca malconcia è rimasta solo la lampadina. Ma continua la sua scalata… e poi la magia: in un tripudio di colori e animazione è diventato egli stesso parte di quella luce e io ho pianto sul mio controller.
Esistono questi giochi, videogame, che per la maggior parte dei casi passano sottotraccia, lasciando spazio solo agli sparatutto, ai giochi in cui devi essere un gangster di successo, o a quelli in cui sei un calciatore o manager di una squadra di calcio.
È un po' come quando compri il libro che va di moda, lasciandoti dietro quelli più delicati, che comunque conoscono in tanti ma di cui si parla poco e quando ne parli tutti ti dicono “ma certo è bellissimo!”. Il mondo dei gamer, il mio mondo è così.
Il problema dei videogiochi è che si conoscono poco e come ogni cosa che si conosce poco, o incuriosisce tanto o fa tanta paura.
Chiedo sempre alle mie colleghe maestre, ma voi ci avete mai giocato a Super Mario? La risposta è sempre la stessa “NO” le motivazioni sono varie: non sono capace, ho altro da fare, non mi piace (poco dopo si gira verso un bambino che non vuole le verdure e gli dice “assaggia è buonissimo, come fai a dire che non ti piace se non l’hai mai provato”), oppure, queste cose sono da bambini.
Poi parte la filippica sugli sparatutto, ed io rido dentro, perché mi aspetto da un momento all’altro la frase delle frasi: “A furia di giocare a quelle cose, va a finire che poi vai in giro a sparare alla gente” e questo lo trovo esilarante. Perché non mi è mai capitato di leggere il libro della giungla ad un bambino e sentirlo dire “Oggi chiedo a mamma se mi porta allo zoo a parlare con una pantera” perché i bambini lo sanno molto bene che un animale non parla, come quando d'altronde giocano i video giochi e non si mettono a prendere a capocciate i mattoncini sperando che escano monete come fa Super Mario.
Sono semplicemente alibi, colpe che si danno a cose che non si conoscono perché fanno paura, ed invece di impegnarsi a conoscerle ed accettarle, ci si allontana, non comprendendo che si perde l’opportunità di conoscere un nuovo linguaggio, delle nuove capacità. È estremamente complicato, ad esempio, coordinare tutte le dita in corrispondenza dei comandi necessari per giocare ad un gioco, senza guardare il controller o la tastiera, perché devi guardare lo schermo. I sapienti chiamerebbero queste capacità: coordinazione oculo-manuale, memoria procedurale, attenzione visiva, tempo di reazione, funzione esecutive; le quali vengono costantemente stimolate e allenate. Senza contare che ogni gioco ha comandi diversi.
L’altra obiezione più ricorrente, dopo aver smontato la precedente è: “Sì, ma ti pare normale che passi tutto quel tempo davanti ad uno schermo, ti rincoglionisci e basta, sei solo!”
Invece no, i miei amici più cari sono proprio quelli con cui gioco, perché con un amico cosa fai? Ci giochi, oppure ci parli del gioco che hai fatto. Però ci sono vari livelli di gioco, ci puoi giocare a calcetto, ci puoi giocare a chi fa più ridere, ci puoi giocare mentre ti vai a fare una passeggiata, ci puoi giocare quando vai a comprarti un vestito, oppure ci giochi quando accendi la console o i computer. Ognuno sceglie il gioco che gli piace di più e io ed i miei amici abbiamo scelto questo. Prima dedicavamo molto più tempo al gioco, ci sentivamo di più, poi è arrivato il lavoro. Ma almeno tre volte a settimana, la sera dopo cena ci sentiamo e giochiamo, ognuno a casa sua. Mentre giochiamo pensate un po' parliamo di un sacco di cose, oltre a ridere a crepapelle o a discutere per la strategia sbagliata.
In realtà vi posso assicurare che nella vita siamo persone di successo, con famiglie e figli sereni. Quando ci incontriamo nel fine settimana, parliamo di tutto, poi ci mettiamo a giocare insieme ai più piccoli, nessun giudizio, nessuna pressione, solo divertimento condiviso.
Secondo me, ed è un punto di vista personalissimo, il problema vero è che si è smesso di giocare. Ad un certo punto si cresce e non si gioca più. Ci si prende troppo sul serio, si smette di divertirci, perché siamo grandi. Eppure, per imparare bisogna giocare, allora forse oltre ad essere grandi siamo diventati pure presuntuosi, pensiamo di aver imparato tutto.
Per questo io voglio continuare a giocare, perché la squadra di artisti che c’è dietro un gioco come quello che ho appena finito, mi sta parlando di cambiamento, che è inevitabile nella vita, di reinventarsi, di andare avanti con i propri mezzi senza pensare troppo a come si è fuori, ma perseguire lo scopo del bene, portare la luce dove non c’è.
Così poi quando il tuo viaggio è finito, anche tu sarai parte di quella luce.
Marta Reali

giovedì 7 marzo 2024

I primordi del Metodo BiNe: è possibile fin dalla sezione piccoli al nido?

Ben trovati a Tutti Voi lettori, ascoltatori, narratori, cacciatori di storie…
Oggi sono qui a raccontarvi la mia esperienza come educatrice e portavoce del metodo BiNe fin dal nido.
Gli scorsi anni ho avuto modo di portare questo metodo di bibliolettura interattiva e narrazione emozionale prima nella sezione dei medi e successivamente in quella dei grandi dove i semi del lavoro svolto l'anno precedente hanno dato i loro frutti migliori!!!
Quest'anno nella sezione piccoli (con bimbi dai pochi mesi fino ad un anno) era una vera e propria impresa e un’ardua sfida pensare ad una possibile ed eventuale applicazione del metodo BiNe.
La risposta è arrivata da sè nel corso dei primi mesi…
Vista l’età dei bambini ancora troppo piccoli per questo approccio, insieme al Gruppo Educativo con cui lavoro abbiamo pensato di creare una piccola biblioteca (fuori la sezione) con dei consigli di letture per i genitori che affrontassero temi come la genitorialità, l’ambientamento al nido… che fossero per loro stimolo di riflessione e toccassero le corde di quei sentimenti che stavano affrontando e vivendo nei primi mesi di inserimento. In seguito, quelle stesse letture sarebbero potute diventare argomento di discussione, confronto e condivisione in incontri nel "cerchio magico". 
Passano i mesi e qualche bimbo/a ha compiuto il primo anno di vita e qualcun altro si è evoluto, liberandosi dalla mera soddisfazione dei soli bisogni primari e aprendosi all'ambiente e all'altro da sé.
Ecco il momento per intravedere l'alba del metodo BiNe.
Vista, comunque, ancora la tenera età dei bambini/e, il racconto di una storia sarebbe stato ancora troppo pretenzioso, forse… le loro capacità attentive e cognitive sono ancora in sviluppo e altamente radicate alla realtà circostante e legate saldamente a tutti e cinque sensi.
Si è valutato allora di dar loro un primo approccio alla lettura e al racconto di storie utilizzando alcuni libricini musicali che, fornendo loro, oltre al supporto visivo, anche quello sonoro, sono riusciti a catturare il loro interesse.
Ed eccoci arrivati a metà anno… Oltre ai libri sonori, stiamo utilizzando anche semplici libricini, storie brevi che stanno dimostrando di catturare l'attenzione e di essere propedeutici ai percorsi successivi in cui la narrazione di storie fungerà da trigger per l’attivazione di pensieri ed emozioni intimi e poi condivisi nel "cerchio magico" che è il fulcro del metodo BiNe.
Mi chiedete se è possibile intraprendere un percorso di bibliolettura interattiva e narrazione emotiva fin dal nido?
La mia risposta è: ASSOLUTAMENTE SI!
E cominciare a porre le basi di questo metodo fin dalla sezione dei piccoli non è una chimera, perché instillare nei bambini anche così piccoli la capacità e l'attenzione all'ascolto, l'interesse ed il piacere per la narrazione, la possibilità di instillare pensieri ed emozioni sono le basi fondamentali per la costruzione di quella che Bruner definisce l'intelligenza narrativa, che permetterà loro nel corso dell'evoluzione di essere soggetti protagonisti delle proprie e delle altrui storie.
Ilaria Dalmastri

lunedì 4 marzo 2024

L’arte è il caleidoscopio che da senso al nostro agire educativo

Se è vero che l’arte è quel “complesso di regole ed esperienze elaborate dall’uomo per produrre oggetti o rappresentare immagini tratte dalla realtà o dalla fantasia”, chi meglio dei bambini ha le carte in regola per esserne rappresentante? Quante volte li vediamo trasformare un oggetto in qualcos’altro che serve al loro gioco rappresentativo, o raffigurare qualcosa che solo ai loro occhi assume un significato simbolico? 
Ecco come nasce il progetto di mettere nelle mani dei nostri bimbi pitture famose di grandi artisti per lasciarle plasmare, a loro piacimento, e trarne opere nuove, in una rinnovata generazione naif.
Inutile dire che diventa un susseguirsi di invenzioni, in cui il divertimento si mescola, come i colori di una tavolozza, alla ricerca di forme e suggestioni che si animano di una propria vitalità e, come prendessero per mano i piccoli artisti, li rendono artefici di creazioni originali.
Così è nato il Progetto “Arte ed emozioni a Carnevale”, con l’intento di raffigurare le emozioni suscitate nei bambini della scuola d’infanzia dalla presentazione delle varie opere artistiche. E il Carnevale è diventato una vera e propria sfilata fantastica! Per una magia guidata dalle bacchette magiche delle infaticabili insegnanti le tele di Klimt, Mirò, Van Gogh, Pollock, Banski, Monet e Haring sono diventate musa ispiratrice per gli aspiranti pittori nel rappresentare la rabbia, la paura, la tristezza, la felicità, la calma, l’amore. L’impresa è diventata una festa multicolore, che ha visto protagonisti sia i più abili, sia i meno abili, perché anche i bambini con disturbo di sviluppo hanno dato il meglio di sé: l’arte non mette da parte nessuno, c’è spazio per tutti affinché si possa esprimere la propria emozione! Esplorare il mondo dell’arte in questa fase delicata dello sviluppo ha inoltre effetti profondi e molteplici: 
- Espressione e comunicazione: attraverso l’arte, i bambini imparano a esprimere se stessi, le proprie emozioni e il loro mondo interiore. Il disegno, la pittura e altre forme creative diventano un linguaggio attraverso il quale comunicano con il mondo esterno. 
- Sviluppo cognitivo e linguistico: l’arte stimola la mente dei bambini, migliorando le loro capacità espressive e cognitive. Attraverso il disegno, la manipolazione di materiali e l’osservazione di opere d’arte, sviluppano la memoria, l’immaginazione e la comprensione del mondo che li circonda.
- Consapevolezza di sé: creare arte permette ai bambini di esplorare la propria identità. Osservando le proprie opere, imparano a conoscere se stessi, a riconoscere le proprie preferenze a sviluppare una sana autostima. 
- Potenzialità creative: l’arte libera la creatività innata dei bambini. Attraverso il gioco, la sperimentazione e la produzione artistica, scoprono nuove possibilità e imparano a pensare fuori dagli schemi. 
- Sviluppo sensoriale: l’esperienza artistica coinvolge tutti i sensi. I bambini toccano, vedono, ascoltano e sentono i materiali, apprendendo attraverso l’interazione diretta con il mondomateriale. 
- Rispetto per la diversità culturale: attraverso l’arte, i bambini entrano in contatto con stili e periodi storici. Questo li rende più aperti e rispettosi verso le differenze.
- Apprendimento ludico: l’arte è un gioco serio. I bambini imparano divertendosi, senza sentirsi sotto pressione. Questo approccio ludico favorisce l’apprendimento spontaneo e naturale.
Il tutto è culminato nella baraonda finale in piazza, con danze e canti, con la coreografia delle magliette artistiche, insieme ai genitori, compiaciuti per i loro piccoli creativi, sotto gli occhi divertiti della gente, coinvolta in un Carnevale illuminato da una luce nuova.
Angela Melillo

venerdì 5 gennaio 2024

Lo spazio come terzo comunicatore

Lo spazio come terzo comunicatore. No, non è un errore di battitura, non volevamo scrivere lo spazio come terzo educatore, volevamo scrivere proprio “comunicatore” perché quando si tratta di relazioni e stili comunicativi, anche gli spazi parlano, hanno un loro linguaggio, sono un mezzo di comunicazione. Se consideriamo gli spazi che abitano i bambini e le bambine nei nidi e nelle scuole dell'infanzia (ma vogliamo dire anche nelle case e nei luoghi pubblici) questi devono avere un linguaggio chiaro, semplice, riconoscibile nell'immediato, perché il bambino e la bambina possano avviare un dialogo di fruibilità e di agiatezza. Cosa significa?
Che se noi basiamo la centralità del bambino sulla sua autonomia, questa può essere esercitata solo se noi adulti rendiamo gli ambienti identificabili per il loro uso, distinguibili tra un angolo e un altro in modo che non si crei confusione nel bambino e nella bambina che stanno ricevendo un messaggio, sperimentando quella funzionalità, quell'abitabilità dello spazio. In un angolo morbido, il tappeto e i cuscini comunicano al bambino e alla bambina rilassatezza, riposo, calma. In un angolo di loose parts, i materiali destrutturati comunicano offrendo opportunità e soluzioni. In un angolo di giochi d'acqua, la comunicazione sarà gioiosa, caotica, molto coinvolgente da un punto di vista emotivo.
Se consideriamo, invece, gli spazi abitati da noi adulti, per gli incontri con le famiglie, piuttosto che quelli per le riunioni tra colleghe e colleghi, la comunicazione spaziale dovrà essere priva di equivoci, di sovrapposizioni, riservata. Lo spazio non dovrà avere ostacoli fisici, bisognerà predisporre l'ambiente con il giusto numero di oggetti (sedie, appoggi vari), esattemente per il giusto numero di persone che lo abiteranno. In questo modo, il luogo, prima ancora che la nostra voce, parlerà di accoglienza, di attesa dell'incontro, di condivisione e di comprensione e distenderà gli animi se, magari, sono preoccupati, o contrariati.
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

Giù le mani da Mickey Mouse

È scoccata la mezzanotte del 1 gennaio 2024 e Topolino e Minnie versione Steamboat Willie del novembre 1928 hanno perso la protezione del copyright. Cosa significa? Che ora, chiunque, può usare quel Topolino e quella Minnie (ma attenzione, solo quelle rappresentazioni che negli anni hanno subito evoluzioni e rimodellamenti, come abbiamo scritto nel nostro libro Mickey Mouse la vera storia del topo più famoso del mondo, Graphofeel edizioni, 2022) e trasportarlo su un altro set che non sia il battello a vapore, ma magari un horror, o peggio, una scena pornografica.

Intanto, si legge in rete, è già pronto un videogioco che uscirà nel 2025 ambientato in un'atmosfera di gangster americani degli anni trenta. Sappiamo che nel 1998 il Congresso aveva approvato una legge “Salva Topolino”, la Mickey Mouse Protection Act, che prorogava la scadenza del copyright di vent'anni, dai settantacinque ai novantacinque, arrivando appunto alla scadenza del 2023. In quest'epoca, rispetto agli anni novanta, gli interessi sono cambiati, il web ha un potere immenso, in tanti beneficieranno della scadenza del copyright e probabilmente sarà molto difficile, se non impossibile, per la Disney ottenere un'altra proroga.
La nostra posizione su questo argomento così spinoso è ben precisa: riteniamo che l'immagine di Topolino debba essere difesa con tutti gli strumenti possibili da coloro che vorrebbero distorcerla e infangarla. Mickey non è semplicemente il personaggio di un fumetto, ma viene percepito, nell'immaginario collettivo, come una persona reale che è nata e cresciuta attraversando quasi cento anni di storia in maniera dignitosa, dimostrando una grande moralità in tutti i campi. Descriverlo in una storia splatter come un mostro significa calunniarlo e fare del male ai tanti bambini e ragazzi del ventunesimo secolo che hanno il diritto, come i loro genitori e i loro nonni, di vivere la magia incontaminata dell'universo di Topolino.

Qui il link per ascoltare il nostro intervento al riguardo su Radio Cusano Campus 
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

lunedì 27 novembre 2023

Tutti intorno a una storia di Mariapaola Campanella

Una settimana di storie e cerchi magici alla Scuola Primaria S. Francesco di Sales
L’idea meravigliosa che ci ha portato a vivere con entusiasmo questa esperienza è partita da un bellissimo corso di formazione, rivolto al team pedagogico delle educatrici e docenti di tutta la scuola, sulla bibliolettura interattiva e narrazione emotiva, ovvero il metodo BiNe.
I nostri formatori, Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, creatori di questo metodo, sono i nostri amici cacciatori di storie che ci accompagnano da anni: Dario da ben 20, Elena è arrivata qualche anno dopo, e grazie a loro in questi due decenni alcune classi hanno sperimentato i laboratori di scrittura creativa con il metodo “step by step”, ideato proprio da Dario.
Questi venti anni di storie alla S. Francesco di Sales sono raccontate nel libro scritto insieme da noi tre in questi mesi, A scuola di storie, che riporta le fantastiche esperienze che i bambini di varie generazioni hanno vissuto e le linee pedagogiche ed educative che stanno alle spalle di tutto questo lavoro.
Ed è proprio in occasione di questo ventennale, e grazie al corso di formazione a cui abbiamo partecipato, che abbiamo acquisito maggiore consapevolezza sull’importanza del raccontare e raccontarsi nella vita di ogni persona, nello specifico i bambini, dei quali ci occupiamo quotidianamente. Lo abbiamo sperimentato su noi stessi, mettendo in atto a fine corso l’esperienza del cerchio magico nel quale, lavorando collettivamente con la tecnica step by step, con la sapiente guida di Dario ed Elena, abbiamo costruito una bellissima storia.
E di lì è scaturita la proposta di dare inizio all’anno scolastico in modo diverso, lasciandosi trasportare dalle storie e aprendo tutti quanti il cuore e il cassetto della fantasia per lasciare sgorgare liberamente idee ed emozioni, ma anche condividere con le famiglie questo bel percorso e coinvolgere i genitori a partecipare al cerchio magico.
La storia della maestra Samantha, protagonista del racconto costruito dagli insegnanti, è stata proposta, opportunamente abbreviata o modificata in base all’età dei bambini, in tutte le classi dalla prima alla quarta della Scuola Primaria. In quinta la maestra ha presentato ai suoi alunni non la storia già scritta, ma solo l’incipit che era stato dato da Dario ed Elena al cerchio magico del team docenti e, con la tecnica step by step, i bambini hanno costruito una storia veramente bella.
Ovunque l’entusiasmo è stato prorompente, la narrazione ha rapito tutti i bambini e ha permesso ad ognuno di esprimersi al meglio. Ogni classe ha dato un suo titolo e ha creato una sua conclusione alla storia e tutti ne hanno rappresentato attraverso il disegno i vari momenti della narrazione.
È stato un lavoro costruttivo e lungo, durato quasi due mesi, perché ha messo in atto vari elementi e passaggi, partendo da una progettazione condivisa fra maestre e bambini, ma che in seguito ha anche consentito momenti di riflessione e approfondimenti collettivi. Partendo dalla maestra Samantha e dai suoi ricordi d’infanzia, si è parlato dei ricordi che ognuno ha nel suo cuore e che a volte affiorano; in una classe che sta lavorando sulla “descrizione” è partito tutto un lavoro di immaginazione delle caratteristiche di questa maestra Samantha e ognuno ne ha fatto la sua descrizione, a volte definendo particolari anche molto dettagliati e a volte offrendo caratteristiche sulla sua personalità. Possiamo dire che il percorso fatto ha avuto anche un ampio risvolto di multidisciplinarietà e quindi un’importante ricaduta a livello didattico, ma anche di rafforzamento dell’autonomia dei bambini, che si sono dimostrati in grado di autogestirsi nella progettazione e nell’organizzazione di un lavoro e di saper cooperare tra loro.
Le classi hanno scelto modalità diverse sia di lavorare che di presentare la storia ai genitori.
In alcune il racconto è stato diviso in sequenze, rappresentate col disegno eseguito a piccoli gruppi o a coppie, in altre ogni singolo bambino ha avuto un pezzetto di storia da leggere e illustrare. Nella settimana dedicata alla condivisione con i genitori nelle classi di prima e seconda il racconto della storia è stato fatto dalla maestra, mentre i bambini a coppie mostravano i quadri illustrati da loro nei giorni precedenti. Nelle classi di terza e quarta i bambini stessi hanno letto la storia, mostrando il disegno che ne illustrava la sequenza.
Al termine del racconto in tutte le classi i bambini con molta disinvoltura hanno esternato le loro emozioni e raccontato le sensazioni più belle che avevano provato durante questo percorso. Anche i genitori hanno fatto le loro riflessioni, apprezzando il lavoro svolto e la scelta di lavorare con le storie. In qualche classe i bambini avevano cercato in casa e portato a scuola, all’insaputa dei loro genitori per non togliere loro l’effetto sorpresa, gli oggetti e gli elementi presenti nel racconto, ricreando così, in modo molto suggestivo, anche l’ambiente e il clima del racconto.
I ragazzi di quinta hanno presentato la storia, da loro stessi costruita e rappresentata graficamente, ma assieme alla loro insegnante hanno coinvolto i genitori e qualche nonno presente nel cerchio magico, chiedendo che ognuno offrisse la sua conclusione della storia.
È stato molto emozionante e, nello stesso tempo, divertente per le conclusioni simpatiche che venivano proposte.
Naturalmente in tutti i bambini è molto forte il desiderio di continuare e da parte dei genitori la richiesta di poter condividere tanta ricchezza.
Noi ne siamo assolutamente felici, ancor di più perché quest’anno tutte le classi dalla prima alla quinta faranno il laboratorio di narrazione creativa con Dario ed Elena ed è una meravigliosa occasione di crescita per tutti.
A questo punto, dopo parecchi bellissimi anni di questa esperienza, tra le tante riflessioni e considerazioni che si affollano dentro di me, mi piacerebbe condividerne alcune, relative a ciò che mi ha colpito di più.
Ho toccato con mano quanto la crescita intellettuale, culturale, emotiva, creativa, umana dei bambini è molto legata e favorita “dalle opportunità di apprendimento offerte da un particolare contesto culturale”1, in questo caso la scuola, ma ho sperimentato anche in maniera diretta come l’offerta di opportunità di apprendimento come quella che stiamo attuando in questo percorso sia fondamentale per far sviluppare e maturare nei bambini l’intelligenza narrativa che va “coltivata fin dai primissimi anni di vita e tra questi hanno un’importanza fondamentale la bibliolettura interattiva e la narrazione emotiva2.
Vedendo poi le reazioni dei bambini, la loro carica emotiva “a mille” ogni volta in cui ascoltano una storia e intervengono per raccontare il loro vissuto, che vedono rispecchiato in quella storia, o quando sono loro stessi gli autori di una storia, mi viene spontaneo rapportarmi alle affermazioni di Goleman sull’importanza dell’intelligenza emotiva che interagisce con l’intelligenza cognitiva, “che può aiutarci a comprendere meglio noi stessi e le nostre relazioni”3.
Infine, anche se ci sarebbe molto altro da dire, una cosa che mi ha toccato veramente tanto e che ho sperimentato in maniera tangibile è la forza aggregante delle storie, che creano unione, che creano legami, perché hanno il potere di unire in un unico cerchio magico adulti e bambini, senza barriere di età, di ruoli, di pregiudizi, senza il timore o la vergogna di condividere i propri pensieri e le emozioni che provano.
Mariapaola Campanella, coordinatrice della scuola San Francesco di Sales


1 Amadei D., Sbaraglia E., Chiedilo ai libri. Il benessere della biblioterapia, Castelvecchi 2022, pag. 15
2 Amadei D., Sbaraglia E., op. cit, pag. 17
3 Amadei D., Sbaraglia E., op. cit, pag. 69

martedì 30 maggio 2023

Ognuno ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo di Iliara Dalmastri


“Ognuno ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l'incanto negli occhi, la legga e gliela racconti” Pablo Neruda.
Salve a tutti sono Ilaria e sono un’educatrice di asilo nido. In questo nuovo articolo (che ho avuto il privilegio di scrivere) ho voluto cominciare con un’immagine e con una citazione che raccontano un po’ di questa storia…È ormai un anno che, GRAZIE al fortunato incontro con i due “cacciatori di storie” Dario ed Elena, sto portando avanti anch’io nel nido in cui lavoro, il loro metodo di bibliolettura interattiva. È sicuramente un Progetto ambizioso ed in realtà una vera e propria sfida (inserita in un contesto educativo 0-3) ma questi due “cacciatori di storie” riescono a far vedere “…l’incanto e la meraviglia negli occhi” di chi li ascolta!!!
Grazie a questo fortunato incontro ho cominciato a raccontare le storie ai bambini (e non più a leggergliele semplicemente) accogliendo i loro feedback che, in questa fascia di età, non sono fatti solo di parole ma anche e soprattutto nell'attivazione e nel trarre fuori pensieri ed emozioni percepibili anche attraverso le loro espressioni, i loro gesti, la loro partecipazione attiva...
E d’altra parte l’etimologia stessa della parola EDUCARE, da “educere” trar fuori, la dice tutta!!!
Gli stimoli e i feedback dei bambini sono stati davvero entusiasmanti tanto che, quando il Dipartimento ha richiesto una relazione sulle Buone Pratiche nel nostro nido, il Progetto è stato inserito come tale da tutto il Gruppo Educativo.
Il racconto delle storie è fondamentale da un punto di vista psico-pedagogico sia perché permette di “lavorare” su un tipo di comunicazione efficace e allo stesso tempo coinvolgente e interattiva sia perché il racconto delle storie stimola non solo la comprensione del contenuto ma soprattutto la lettura delle emozioni insite nella storia stessa.
L’altro giorno un bimbo mi dice: “Ilaria mi leggi la storia del Libro Arrabbiato perché lui è arrabbiato come me…”
E un’altra bambina: “Ilaria mi leggi la storia di Buio? Io ho paura del buio…”
L’intelligenza emotiva è la capacità di comprendere e gestire le emozioni in modo consapevole quindi non è solamente “empatia” ma include anche la competenza regolativa delle emozioni.
Da questa definizione sull’intelligenza emotiva e alcuni piccoli esempi tratti dai feedback dei bambini, a me sembra evidente il visibile e decisivo apporto che porre le basi per la bibliolettura al nido può augurarsi e effettivamente sta dando!!!
Abbiamo voluto condividere tutto ciò anche con le famiglie creando all'entrata di ogni sezione una “piccola biblioteca per bambini e genitori” dove periodicamente esponiamo proposte e consigli di lettura.
Anche questo Progetto ha suscitato molto entusiasmo portato soprattutto dai bambini stessi.
Tutte le mattine, per esempio, Gabriele, prima di entrare in sezione, si fa leggere dalla mamma qualcuno (in realtà TUTTI!!!) i libri esposti.
Per i bambini la persona che legge o racconta loro le storie viene percepita come una persona disponibile e presente e questo è fondamentale per l’instaurarsi di un sano rapporto di attaccamento con i caragivers.
Gaia e Camilla hanno fatto comprare alla mamma i libri e di Cappuccetto Rosso e Ballando con il buio… forse anche perché “quando possiamo parlare delle nostre emozioni esse diventano meno spaventose e sovrastanti” (Rogers).
Il prossimo anno educativo proseguiremo sicuramente in questo Progetto e c’è anche l’idea di creare durante il percorso degli incontri genitori/bambini e anche solo genitori di lettura/racconto di storie.
Concludo dicendo solo: RACCONTIAMO STORIE AI NOSTRI BAMBINI perché oggi ne saranno lieti ed entusiasti e li aiuteranno a trarne tutti quei benefici che un domani da adulti saranno in grado di tramandare alle generazioni che verranno come l’umanità ha sempre fatto fin dai tempi antichi tirando fuori da ogni ascoltatore pensieri, emozioni, immaginazione e voglia di sognare…
Ilaria Dalmastri



martedì 7 febbraio 2023

BIBLIOLETTURA INTERATTIVA E LETTERATURA: UN ESPERIMENTO CON LE POESIE DI LEOPARDI

È possibile conquistare i ragazzi all’amore per la letteratura? È possibile dimostrare loro che la poesia - e in modo particolare la poesia di un autore del primo Ottocento - non è poi così lontana dalla loro sensibilità, dal loro vivere quotidiano?
La risposta (con una buona dose di ottimismo) è sicuramente affermativa, soprattutto se i ragazzi diventano protagonisti in prima persona del loro processo di apprendimento e se gli insegnanti si rendono disponibili a parlare il “loro” linguaggio.
L’ingrediente fondamentale di questo percorso? Le emozioni. Perché possono passare gli anni, perfino i secoli, ma le emozioni nel cuore dell’uomo restano sempre le stesse: gioia, tristezza, paura… dall’uomo delle caverne al geek che non riesce a sopravvivere separato dal suo smartphone, tutti siamo indissolubilmente legati dallo stesso filo rosso.
Ed è proprio seguendo questo filo che è nata l’idea di sperimentare la bibliolettura interattiva con le poesie di Leopardi.
Il “seme” di questo progetto è nato diversi anni fa, con gli studi su Daniel Goleman e l’intelligenza emotiva, ma in modo particolare con la lettura di un articolo di Umberto Galimberti “Il silenzio degli adulti” pubblicato su Repubblica nel febbraio del 2001.
Galimberti commenta un episodio di cronaca nera, avvenuto in una scuola superiore dell’hinterland milanese - un fidanzatino respinto che accoltella alla giugulare una compagna - e pone al lettore questi interrogativi: “Ma chi doveva insegnare a questi ragazzi a parlare, a utilizzare quell'abbondante letteratura a loro disposizione, dove la cosa più importante è come un'emozione trova forma di parola, di poesia e di sublimazione dell'amore e del dolore? Altrimenti perché leggere Petrarca e Leopardi, Pirandello o Primo Levi? A quell'età la letteratura o è educazione delle emozioni, o altrimenti val la pena di gettarla, e piazzare tutti gli studenti davanti a un computer e renderli efficienti in questa pratica visivo-manuale”.
Perché leggere Petrarca? Perché leggere Leopardi? Il quesito, che mi rimbombava nella mente già da un po’, ritornava, insistente. Quali strategie si possono impiegare per rendere interessanti, appetibili, autori della letteratura grandissimi, ma inevitabilmente distanti, perché lontani nel tempo, ma soprattutto perché confinati nel libro di testo, resi oggetto di lezione, di studio, di compiti in classe e di lavori per casa?
La risposta a questa domanda è arrivata lo scorso anno, quando ho incontrato per la prima volta Elena e Dario.
Ancora non conoscevo la bibliolettura interattiva… ma, come dice Hester Browne: “Ciò che è destinato a te troverà il modo di raggiungerti”.
Con Elena e Dario ho scoperto e sperimentato un modo totalmente nuovo di “essere lettore”, di trovarsi tra le pagine di una storia. Dall’incontro, al corso e poi alla sperimentazione in classe, con gli studenti, il passo è stato breve, quasi una corsa in bicicletta lungo una discesa. L’idea di provare il cerchio magico con le poesie è stata pressoché immediata, complici un autore un po’ ostico da digerire e una classe sempre in cerca di nuovi stimoli.
Affrontare Leopardi con dei tredicenni che tutto hanno per la testa tranne che il pessimismo cosmico di un poeta provinciale di primo Ottocento è una bella sfida: a leggerlo dalle pagine di un libro di testo, il sentire del recanatese sembra lontano anni luce dalla esperienza di un alunno di oggi, eppure decido di tentare la carta del “che libro sei?” riveduta e corretta per l’occasione.
Propongo quindi ai miei studenti di fare una ricerca e di trovare una poesia di Leopardi che li rappresenti, una serie di versi in cui ciascuno possa identificarsi. Tempo a disposizione: una settimana; unica regola: nessuno può portare la stessa poesia (o gruppo di versi) di un compagno… perché siamo tutti di-versi!
Il risultato va ben oltre ogni più rosea aspettativa: non solo tutti gli studenti hanno portato a termine il proprio lavoro nei tempi previsti, ma il momento della restituzione, che ci ha portato via ben due ore (e che sarebbe potuto durare anche di più) ha consentito a tutti di avere una panoramica delle poesie di Leopardi ben più vasta e approfondita di quella che in genere offrono i libri di letteratura della scuola media.
Ma non solo. Il valore aggiunto di questa attività sono state le emozioni che i ragazzi hanno fatto emergere - e che hanno voluto e saputo condividere - attraverso la lettura dei versi che avevano scelto: nelle parole di Leopardi ciascuno è riuscito a trovare se stesso, a identificarsi, a esprimere il proprio vissuto. I temperamenti più introversi e solitari si sono riconosciuti in “Vita solitaria” e “A se stesso”, la più sportiva in “A un vincitore nel gioco del pallone”, chi si è trovato ad affrontare situazioni difficili ne “La quiete dopo la tempesta”, chi rimpiange un passato più lieto ne “Le ricordanze”. E l’elenco potrebbe continuare.
Di colpo Leopardi è balzato fuori dalle pagine del libro ed è diventato uno di loro e loro hanno potuto assaporare e cogliere a pieno il gusto della sua poesia, sperimentando le sensazioni e le emozioni che i versi sono stati in grado di evocare, in un apprendimento più duraturo, perché ancorato alle emozioni, che li ha visti coinvolti in prima persona nell’attività, come soggetti attivi, che li ha resi “cercatori” di poesia ma anche mediatori nei confronti dei propri compagni di quello che avevano scoperto, in un “cerchio magico” che è diventato anche momento di scambio e di apprendimento alla pari.
E i contenuti disciplinari? Piano piano sono emersi anche quelli: i dati biografici, il pessimismo storico, quello cosmico, ma non a partire dalla classica lezione, piuttosto in un percorso che è scaturito dai versi letti e condivisi. Certo poi c’è stato anche il libro di testo, ma - per una volta - presente come “fanalino di coda”, come strumento che ha permesso di fare il punto su tutto quello che era stato detto, di “sistemarlo” in una forma organica, di rivederlo e di ripassarlo se fosse stato necessario.
Ricorderanno le nozioni che hanno appreso? La domanda resta inevasa, a volte mi chiedo se sia necessaria. O prioritaria. Non voglio negare l’importanza delle conoscenze che vengono trasmesse agli alunni, ma in alcuni casi ritengo che sia necessario andare oltre, o più a fondo. Alla base. Se un docente risveglia negli alunni la passione per la poesia, per la letteratura, se li rende protagonisti di una scoperta, se riesce a incuriosirli, ad emozionarli, o semplicemente a far vivere loro - all’interno dell’aula scolastica - un momento bello, uno di quelli da ricordare, la partita è senz’altro vinta.
Federica Cenci 


giovedì 9 giugno 2022

Bibliolettura interattiva al nido, con Ilaria si può

Salve a tutti, sono Ilaria e sono un’educatrice e sono qui per raccontare una storia…
In questa storia non ci sono principi con il cavallo bianco, draghi da sconfiggere e principesse da salvare, lupi neri dagli occhi gialli o animali parlanti che costruiscono case… ma ci sono i libri con tutti i loro personaggi veri o immaginari e il potente messaggio comunicativo, formativo ed emotivo che riescono a tirare fuori da ognuno di noi sfogliando quelle semplici pagine di carta ed inchiostro.
Quando ero piccola io, non ho avuto la fortuna di apprezzare la lettura resami un’attività dovuta per esigenze puramente scolastiche e vissuta da me con angoscia e ansia.
Poi all’Università, forse proprio per esorcizzare questa mia paura inculcata, ho scelto quattro semestralità di Letteratura per l’infanzia che mi hanno aiutato ad iniziare ad avere un approccio positivo al libro e alla varietà di testi più indicati da proporre alle varie fasce di età e questo mi è servito moltissimo nel mio lavoro al nido con i bambini.
E soprattutto ho cominciato ad avere piacere di leggere anch’io!!!
Non solo testi per la formazione professionale ma anche libri dove potessi trovare qualcosa di me e immergermi dentro quelle storie. Man mano che sfogliavo le pagine diventavano un po’ i miei vissuti, la mia storia…
Poi quest’anno, in occasione di un Corso di Formazione con Elena e Dario ho avuto il piacere di leggere il loro libro “Nati per Raccontare" che mi ha permesso di aggiungere un tassello in più alla mia storia.
Leggere ai bambini è un’attività che da sempre fa parte delle routines giornaliere al nido (e spero anche a casa).
Si creano momenti di lettura durante la mattinata, in piccolo gruppo, si legge prima del sonno e da quest’anno (grazie al Corso sull’Outdoor Education) si legge anche in giardino sotto l’albero.
Ci sono i libri “preziosi" quelli letti dalle educatrici e ci sono ceste o piccole librerie con i libri a portata di bambino per dare loro la possibilità di usufruirne autonomamente.
Sì, al nido si legge.
Ma non sarebbe meglio RACCONTARE???
La mia storia è proprio questa!!!
Quest’anno sono nella sezione medi una sezione in cui la fascia di età è molto variegata (1-2 anni).
Ho provato ad elaborare tutte le esperienze passate e recenti e a canalizzarle su alcuni punti chiave.
Dopo un’attenta osservazione ho selezionato alcuni testi che mostravano suscitare nei bambini un forte interesse.
Tra questi c’è sicuramente la favola di Cappuccetto Rosso.
Ho sentito alcuni (anche colleghe ahimè!!!) dire che Cappuccetto Rosso è una favola troppo cruenta e che non fa bene raccontarla ai bambini.
Forse queste persone non hanno mai avuto il piacere di leggere il saggio Il Mondo Incantato di Bruno Bettelheim!!!
La sua analisi psicoanalitica delle fiabe classiche potrebbe non trovare in tutti consensi, ma il fatto che le favole abbiano un linguaggio semplice e quindi sono di facile comprensione, che sono scritte nel linguaggio della fantasia che è lo stesso del bambino, che stimolano l’immaginazione e che attraverso i loro personaggi e le loro storie esercitano un forte impatto emotivo e formativo sui piccoli a tutti i livelli di personalità, questo glielo si deve riconoscere!!!
E lo dimostra il fatto che queste favole sono state tramandate di generazioni in generazione: i nostri nonni le hanno lette ai nostri genitori, i nostri genitori a noi e noi oggi ai nostri figli…
Ecco, continuiamo a tramandare storie!!!
C’è un momento della giornata in cui chiedo ai bambini se vogliono venire a leggere un libro.
Preferisco, vista l’età dei bambini, selezionare non più di 3/4 libri e leggerli per un certo periodo.
Ho notato che nel corso del tempo ho cominciato ad avere un gruppo di piccoli auditori sempre più vasto!!!
Li faccio sedere di fronte a me e chiedo loro che libro vogliono che racconti.
Lo prendo, faccio vedere loro l’anteprima e accolgo le loro prime reazioni: “È Cappuccetto Rosso", “Lupo Lupo!!!”, “È Cocco!!! Gnam", “Mamma Gufa!!!”…
Poi comincio a raccontare…
Il mio sguardo è rivolto sempre a bambini mentre le mie mani sfogliano le pagine per dare loro il supporto delle immagini che man mano seguono l’evolversi della storia.
Il tono di voce è modulato in base all’intensità dei momenti che caratterizzano la storia.
Se durante il racconto viene posta una domanda o un’esclamazione mi interrompo e accolgo il feedback in modo semplice anche solo ripetendo quell’esclamazione o rispondendo in modo chiaro alla domanda “È il lupo?” “Sì sì, è proprio il lupo”. “Nooo non è la sua mamma!!!” “Eh sì Cocco ha morso, ha fatto male!!!”
Quante reazioni si riescono ad intravedere e quante emozioni vengono tirate fuori e che traspaiono dai loro occhi e che finalmente riesco anch’io a vedere raccontando le storie e non semplicemente leggendole!!!
Con il tempo, quando i bambini sono entrati in confidenza con le storie, soprattutto i più grandi partecipano al racconto. Nel raccontare le favole cerco di usare sempre le stesse frasi e parole così che i bambini ne abbiano memoria.
L’altro giorno raccontando Cappuccetto Rosso ho dimenticato di dire il “toc toc” del lupo che bussa alla porta della nonna, ma fortunatamente c’erano loro che l’hanno detto per me!!!
È successo anche che finita la storia qualcuno mi ha chiesto: “E il lupo???”
Pochi secondi per rispondere… poi ho replicato io: “Eh già... E il lupo???”
Le risposte sono state: “È scappato via…” “Sta facendo la ninna.”
E allora ti rendi conto che sì, la Bibliolettura interattiva può essere sperimentata anche al nido!!!
Molto interessante è stato anche osservare che alcuni bambini, se dato loro il libro in un momento tranquillo, si raccontano la storia da soli, bisbigliando mentre sfogliano le pagine.
Queste osservazioni mi portano a credere e a sperare che già dal nido, magari nella sezione dei più grandi, non solo si può far approcciare i bambini alla lettura ma si può dar loro modo di leggersi attraverso la lettura e di raccontarsi attraverso di essa.
Questo è molto importante, perché, in questo mondo, i nativi digitali non solo sapranno apprezzare un libro, ma sapranno trarne da esso benefici sia a livello personale che sociale, perché le storie quelle vere o quelle immaginarie si tramandano davvero solo raccontandole!!!
Ilaria Dalmastri, educatrice

venerdì 29 gennaio 2021

Archiviare i saperi: conservare la memoria in continuità con il futuro

La documentazione è parte dell’esperienza educativa di bambini e adulti nel percorso 0-6 e nelle scuole di ogni ordine e grado. Per i bambini la rielaborazione/documentazione delle proprie esperienze (attrav
erso verbalizzazioni, produzione di immagini, costruzione di plastici, rielaborazione di sequenze ed eventi) è una potente forma di apprendimento che permette di rendere visibili e comunicabili le proprie conquiste conoscitive. Gli adulti, attraverso la documentazione, raccolgono materiali e tracce che consentono di narrare il percorso compiuto, i traguardi raggiunti, il tratto di strada ancora da affrontare, il confronto tra ciò che era prima e ciò che è ora. La documentazione realizzata in itinere viene rivista, ricostruita, risignificata, valutata e interpretata nel confronto e con il contributo di diversi punti di vista per progettare nuovi contesti che evolvono nelle zone di sviluppo potenziali emerse dall’osservazione. I documenti raccolti, nella loro analisi e discussione collegiale, diventano materiali per l’aggiornamento degli insegnanti ed educatori, strumenti educativi per i bambini (per ripercorrere insieme i loro percorsi di elaborazione e per lasciarne memorie nello spazio) e oggetto dello scambio comunicativo con i genitori.
Per me la documentazione è sempre stata un’esigenza primaria durante i miei laboratori scolastici. Sin dall’inizio ho ritenuto importante produrre qualcosa di concreto che coronasse il lavoro svolto, certificandone la qualità e gratificando i bambini, i loro genitori e il gruppo educativo.
“Tante ore di lavoro, tanto impegno da parte dei partecipanti, devono per forza produrre qualcosa di concreto” pensavo “il laboratorio non può finire nel nulla altrimenti sarebbe fiato sprecato”.
Non è stato facile identificare il prodotto giusto, ma alla fine ci sono riuscito, grazie anche alla collaborazione con Elena Sbaraglia che è stata decisiva. Nei laboratori di narrazione creativa siamo partiti quasi vent’anni fa, facendo le fotocopie dei testi scritti a penna e dei disegni colorati con i pastelli dai bambini, che venivano poi spillati insieme. Si realizzavano dei manoscritti anche abbastanza corposi, molto disordinati e un po’ raccogliticci che inevitabilmente si sfogliavano male e dei cartelloni sicuramente belli che però escludevano gran parte della storia. Non era nemmeno da trascurare il costo delle fotocopie, molte delle quali a colori e il tempo sprecato per fare fotocopie per l’intera classe. Insomma un documento finale veramente insoddisfacente, bisognava inventarsi qualcosa di nuovo. Così ho cominciato a trasferire nel mio pc sia i testi che i disegni e il risultato finale era un file che veniva stampato e poi spillato o rilegato in maniera rudimentale, a volte anche con l’intervento di una tipografia quando i genitori si entusiasmavano particolarmente per il lavoro dei loro figli. Ma c’erano sempre dei costi spesso non trascurabili, compreso il consumo della cartuccia della stampante se si faceva una stampa domestica.
La svolta è arrivata con il progetto “Dieci mosse per salvare il pianeta”, un lavoro molto bello, citato anche sul sito dell’Unesco. Il risultato finale era di novantanove pagine, tutte a colori veramente costose da stampare e così ho avuto un’intuizione: l’ho trasformato in una presentazione power point trasferita in un floppy disc che poteva essere proiettato durante un evento con i genitori, copiato con pochi spiccioli per tutti i bambini che poi avrebbero potuto sfogliarlo a loro piacimento sul loro pc. 
È stato un successo e la strada ormai era tracciata e i documenti hanno subito un’impennata con il miglioramento dei mezzi a disposizione e con l’avvento di Elena Sbaraglia, che negli anni è diventata una specialista in videoracconti. Le presentazioni sono diventate video realizzati con programmi sempre più sofisticati che ci hanno permesso di inserire effetti speciali, colonne sonore e tracce audio. I video sono stati caricati su youtube nel nostro canale e così i bambini hanno potuto guardarli a loro piacimento senza nemmeno ricorrere al Dvd e la nostra tecnica è stata argomento delle tesi di laurea in Scienze della Formazione di tre insegnanti che avevano collaborato con noi e questo ovviamente ci ha fatto molto piacere, perché ci ha fatto capire di essere sulla strada giusta, ma non ci sentiamo mai arrivati, perché pensiamo che nella vita ci si debba sempre migliorare.
Dario Amadei

sabato 2 gennaio 2021

Abbrutimento social(e)

Per quelli della mia generazione, cresciuti televisivamente parlando con le americane Dallas, Sentieri, Santa Barbara e con le sudamericane Topazio, Manuela, Anche i ricchi piangono e poi con Beverly Hills 90210, Melrose Place (solo per citarne alcune) fino ad arrivare alla primissima serie televisiva Lost, che è stata uno spartiacque tra le vecchie telenovelas, o soap opera che dir si voglia e le nuove serie tv, rimane un mondo abbastanza sconosciuto tutto quello che ruota intorno a queste ultime e che porta il nome di Fandom, una comunità di appassionati (o vogliamo chiamarli ossessionati?) che aleggiano intorno ai loro personaggi, montando situazioni pseudoreali che viaggiano in parallelo con quelle delle fiction. Ai nostri tempi, dicevo, il massimo della nostra “ossessione” era andare a comprare Cioè in edicola e appendere sulla parete della nostra camera il poster del nostro beniamino e scambarci con le amiche qualche commento, sogno o risata. Non voglio fare la nostalgica, perché vivo anche io nel mondo social con tutte e due le scarpe e non demonizzo la tecnologia, tutt'altro, so che i tempi evolvono e tutto, a livello mediatico, viene esposto e sovraesposto, troppo spesso senza filtri. 
Penso, però, che io e molti come me abbiamo gli strumenti per difenderci e per saper stare con discrezione in queste new community. Non tutti, ovvio, altrimenti non dovremmo inorridire per le gogne che debbono subire alcune persone, l'ultima in ordine di tempo la prima infermiera ad essere vaccinata contro il Covid, solo perché i cosiddetti “leoni da tastiera” (termine a mio avviso inappropriato perché i leoni sono animali intelligenti che attaccano solo se attaccati o per procacciarsi il cibo) non condividono quel pensiero o quell'azione e si sentono in dovere di attaccare solo per il malato senso di esistere come identità sociale. 
Siamo persone libere fin quando non si invade la libertà altrui non è solo una frase da baci Perugina, ma dovrebbe essere un tratto del nostro DNA. E quello che accade in queste comunità di ossessionati è proprio l'esatto contrario. Di queste fandom ne sono venuta a conoscenza per puro caso, tramite Instagram, quando mi sono capitati dei post su una serie televisiva turca Erkenci Kus (Day dreamer in Italia) interpretata da Can Yaman e Demet Ozdemir. 
Un vero e proprio successo mondiale per questi due attori, che però, sui social non hanno più un briciolo di libertà (e forse anche nelle loro vite private).
Quando si intraprende una carriera nello spettacolo è vero che il confine tra vita privata e pubblica è sottile, ma in questa specifica circostanza le varie fandom entrano a gamba tesa nella quotidianità degli attori come mai avevo visto fare fino ad ora. Non è che nel nostro Bel Paese manchino episodi di intromissione nelle vite altrui al limite del legale, ma in questo caso sono rimasta allibita. Non me ne vogliano le fan di uno o dell'altra, o quelle delle loro dizi (eh sì, molte scrivono anche in turco) che li sostengono come è giusto che sia, né quelle che hanno creato fandom in cui vorrebbero Yaman e Ozdemir insieme anche nella vita reale, perché è plausibile sognare visto che entrambi si sono dichiarati single. Mi rivolgo invece a quelle ossessionate che “odiano” lui o lei (più la Ozdemir, mi sembra, che ha la sola colpa di essere bellissima, indiscutibilmente e a detta di molti bravissima) e che legano Can Yaman ad un'altra attrice con cui ha lavorato in precedenza e che però è felicemente fidanzata da diversi anni. Ecco, quotidianamente assisto a post in cui li immaginano follemente innamorati, ma impossibilitati a vivere questo amore, ogni post che lui pubblica lo riferiscono a questa sofferenza amorosa e insultano verbalmente con una violenza inaudita chi va loro contro. Sono così cieche che non si rendono affatto conto di offendere in questo modo proprio i loro beniamini. 
Ora, a prescindere che tutto ciò che pubblichiamo diventa automaticamente di dominio pubblico e aperto alle libere interpretazioni di chi legge, trovo scandaloso l'accanimento morboso e sintomatico di giudizio sulla vita privata altrui che lo stesso David Rossi di Criminal Minds (per restare in tema televisivo) avrebbe difficoltà a spiegare. 
Ciò che spaventa di più, dicevo, è la guerra che si apre tra una e l'altra sponda a colpi di post che personalmente mi lasciano a dir poco perplessa, sia perché la produzione di botta e risposta è tale che non capisco quando le ossessionate hanno tempo per vivere la loro vita e sia perché leggerle è stato il pretesto per chiedermi (ci pensavo da molto in realtà ma questa faida, che trovo davvero insulsa, è stata la famosa goccia) quando e come è avvenuto questo abbrutimento social(e) che, purtroppo tocca problemi ben più gravi di questi. 
Quando siamo arrivati a questo punto di non ritorno? Non ci si poteva fermare prima? Siamo ancora in tempo per scendere? È anche questo figlio della C2B esperienziale? È giusto che i consumer (in questo specifico caso spettatori) siano liberi di interferire fino a questo punto nel business mediatico? 
Le grandi connessioni della nostra epoca dovrebbero servire per esportare conoscenza ed invece i cervelli si sono non solo appiattiti, ma uniformati ad un sentimento bruto e cieco. 
I social, se da un lato uniscono e fanno sentire parte di una grande comunità, dall'altro hanno sicuramente assunto il ruolo di sfiatatoi delle proprie frustrazioni, che invece di accettare e convertire in energia positiva, risulta più facile vomitare addosso a bersagli (umani), che siano attori, politici, sanitari o semplicemente persone che la pensano diversamente. Tutto quello che ci è successo questo anno non ci ha insomma reso migliori e non ci resta che sperare, nel 2021, in una radicale inversione di tendenza.
Elena Sbaraglia

giovedì 24 settembre 2020

Quando a parlare sono le storie a Lanuvio LibrIntorno

Sabato 19 settembre, in una piazza panoramica ai Castelli Romani, con un tram d'epoca a farci compagnia, abbiamo partecipato a Lanuvio LibrIntorno su invito dell'Associazione CastelliCult, intervenendo alla tavola rotonda Leggere/Scrivere: un approccio terapeutico. I nostri compagni di parole sono stati Giacomo Tortorici, Direttore presso il Sistema Bibliotecario Castelli Romani, Federico Trentanove, antropologo e referente per la Società Italiana di Medicina Narrativa e Simone Tempia, scrittore di Vita con Loyd. Insieme a Teresa Madonia, presidente di CastelliCult e direttrice artistica di Lanuvio LibrIntorno, che ha ideato e coordinato l'evento, abbiamo dato alle storie la loro meritata visibilità, in un momento in cui il timore e l'impatto pandemico spianano la strada ad un'inerzia culturale che però non ha minimamente scalfito il grande entusiasmo degli organizzatori. Come ci insegna Momo di Michael Ende, la narrazione viene in aiuto e riporta le cose nella giusta dimensione e proprio questo è successo, su un palco caldissimo, non solo per il sole che ci ha decisamente baciato. Giacomo ha raccontato di come le storie siano giunte da lui per salvarlo da una predisposizione caratteriale egoriferita, ma soprattutto, per mostrargli il percorso da intraprendere con la sua dolce Lulù. Federico, invece, ha parlato del potere terapeutico delle storie quando un evento doloroso, come può essere una malattia, vorrebbe far sentire solo la sofferenza che può essere sconfitta grazie anche alla relazione narrativa medico paziente. Noi, da cacciatori di storie quali siamo, non potevamo non raccontare che la scrittura e la lettura sono strumenti utili nella vita di tutti i giorni, che le storie esistono già dentro di noi e che dobbiamo solo dar loro voce attraverso i libri che possono diventare i nostri migliori amici. Simone ha rivelato che nelle sue storie non cerca di prevedere ciò che i lettori vorrebbero leggere, ma trasferisce su carta il suo mondo, le sue paure e le sue gioie, i suoi momenti di vita e li affida al potere narrativo che congiunge chi scrive con chi legge, perché riconoscersi in quelle righe è ciò che rende magica una lettura. 
Ritrovate un tempo per voi e concedetevi un buon libro, magari uno di quelli presentati nelle due giornate letterarie a Lanuvio, che hanno tenuto compagnia ad un pubblico affezionato ed emotivamente coinvolto. Grazie a tutti, è stato bello essere lì con voi. 
Dario e Elena 


martedì 28 luglio 2020

Galateo ed empatia nelle relazioni

Tra la gente in confusione
di quest'epoca un po' stanca
ci si accorge a proprie spese
che una certa forma manca.

Baci e abbracci son vietati
ci si guarda diffidenti
e restando ben distanti
le emozioni sono assenti.

Galateo è parola antica
degna di una vecchia zia
si recuperi al più presto
per diffondere empatia. 
Dario Amadei

È notizia di ieri (27 luglio 2020) su Forbes, che Adrian Cheng, miliardario di Hong Kong ambasciatore della cultura italiana, ha dichiarato: “Indossare la mascherina è galateo sociale”. Sono rimasta molto colpita da queste parole, perché esprimono un concetto che ho avuto in mente fin dall'inizio della pandemia, ma che non ero riuscita ad esprimere con la parola “galateo”. 
Avere corrette relazioni sociali, adottando parole e comportamenti consoni all'ambiente e al ruolo di ciascuno, rispettare usi e tradizioni, accogliere consapevolmente e avere a cuore persone e luoghi consente di vivere l'ambiente circostante e quello lavorativo in modo positivo e sereno. Salire su un autobus, entrare in un negozio, recarsi in un ufficio, in ospedale, in un ristorante, lavorare in una scuola richiedono da parte nostra atteggiamenti empatici che non dobbiamo dare per scontati, perché non sono abilità sociali innate, ma vengono apprese modellando ed educando la nostra intelligenza emotiva. 
La buona educazione è un concetto che purtroppo ha smarrito il suo significato, si è creduto (io no, sinceramente) che quanto ci è capitato ci avesse reso migliori ed invece non solo non è accaduto il miracolo, ma non ci stiamo neanche lontanamente avvicinando ad un qualcosa che sia simile al bon ton sociale. Ognuno di noi, però, nella propria bolla di realtà può iniziare a prendere lezioni di empatia e galateo per far sì che le relazioni sociali se ne possano giovare. Non è difficile, si può partire recuperando quelle semplici parole gentili come grazie, buongiorno, scusi che al momento hanno smarrito la strada di casa. Accendiamo la lanterna della gentilezza, ci sentiremo tutti migliori.
Elena Sbaraglia




martedì 14 luglio 2020

I corpi che abitano gli spazi

In quest'epoca un po' strana per i bambini e in un certo senso invivibile, non si gioca più in strada, non si può più fare perchè le strade sono invase dalle macchine e da pericoli di ogni tipo... Chi come me ha avuto la fortuna di vivere l'esperienza libera dei giochi di strada può sapere quanto è stata importante per comprendere le potenzialità del proprio corpo e per imparare a gestirlo anche nella relazione con gli altri. In alcuni momenti ci si sentiva forti in una maniera invincibile, sani abbronzati dal sole e accarezzati dall'aria con qualunque tempo, perchè sia nel freddo che nel caldo si possono scoprire tesori. I pomeriggi dei bambini di oggi sono gestiti e scanditi da un'attivita sportiva in strutture organizzate (piscine e palestre) che per fortuna esistono, ma che purtroppo vengono inquinate spesso da un avviamento ad un'attività preagonistica/agonistica, o comunque incanalata in schemi rigidi, troppo precoce. Il gioco viene sostituito dal sacrificio, dalla competitività, dall'ansia di raggiungere un risultato a tutti i costi e il bambino non scopre più da solo le potenzialità del suo corpo che lo rendono assolutamente unico, perchè viene imprigionato in schemi che lo costringono a ripetere gesti e movimenti che gli vengono imposti come se fosse una marionetta. Cavalli selvaggi, mustang vengono trasformati in cavalli da circo che danzano sulla pista, polli ruspanti trasformati in polli allevati in batteria. Il corpo viene poi seppellito sotto strati di vestiti che lo mortificano anche in climi non rigidi come il nostro... Spesso incontriamo a scuola bambini con magliette a mezze maniche in pieno inverno che non provengono da Marte, ma da Paesi del Nord Europa dove hanno imparato a non mortificare la termoregolazione... E ci sono mamme apprensive che vorrebbero accompagnare i propri pargoletti in macchina sin dentro la classe temendo di vederli morire assiderati o affogati sotto la pioggia. Si può quindi facilmente comprendere quanto importante sia in questo campo il ruolo delle insegnanti e delle educatrici che devono seguire la crescita del bambino permettendogli di scoprire liberamente la sua corporeità. Importantissimo è anche stimolare la manualità del bambino, spesso soffocata dall'utilizzo sbagliato di dispositivi elettronici, con l'uso di piccoli strumenti e con giochi fatti con ciò che è a portata di mano, che saranno una difesa contro l'uso ossessivo dei videogiochi. 

Queste riflessioni sono precedenti alla pandemia che stiamo vivendo, ma sono così tremendamente attuali, perché oggi più che mai i bambini e i ragazzi sono quelli che maggiormente stanno soffrendo l'immobilità a cui siamo stati tutti costretti. Nella fase della ripresa non si può in alcun modo prescindere da una proposta che viaggi nella direzione del rispetto e dell'avere cura dei messaggi provenienti dal corpo che sono alla base di un'educazione che contrasta i problemi causati dall'ipocinesia. 
Tutto ciò è previsto già nei nidi e nelle scuole dell'infanzia che pianificano le progettualità tenendo conto dei tempi e dei modi di tutti i bambini, accettando ed apprezzando le diversità etniche, culturali, linguistiche, ma anche le ridotte abilità di compagni meno dotati, che spesso sono vissute dai singoli come barriera, come ostacolo e, talvolta, con senso di rifiuto. Perché non ci dimentichiamo che il linguaggio del corpo è anche uno strumento di comunicazione e di relazione. Quando anni fa portammo il mimometro all'interno dei nostri progetti in biblioteca, ci consideravano un po' folli, ma la narrazione passa anche attraverso il corpo e non c'è momento più entusiasmante di quando si lasciano liberi i bambini di interpretare, con la loro corporeità, la storia che hanno appena raccontato. Fateci caso, la prima cosa che fanno i bambini quando entrano in un ambiente è abitarlo, spostando le sedie o altri oggetti per avere la giusta dimensione del movimento dei loro corpi. Quando andranno prese decisioni sul futuro della formazione dei ragazzi, ricordiamoci di permettere loro di vivere, con il proprio corpo, tutte le esperienze possibili, di scoprirne le varie parti che lo compongono, di sperimentare i vari movimenti nello spazio con tempi e ritmi diversi, da soli, con gli altri e con o senza oggetti. Perché se è vero che in questo particolare momento drammatico, i social e i mezzi informatici in genere hanno accorciato le distanze fisiche, sono strumenti che non potranno mai sostituirsi alle relazioni umane.
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

giovedì 14 maggio 2020

La metafora del sottomarino giallo nei servizi educativi

Viviamo tutti in un sottomarino giallo 
Sottomarino giallo, sottomarino giallo
E i nostri amici sono tutti a bordo
Molti altri vivono accanto
E la band inizia a suonare
(Beatles - Yellow submarine)

Quando negli anni settanta ascoltavo “Yellow submarine” dei Beatles il cuore mi si riempiva di gioia e percepivo con tutto me stesso che un futuro radioso mi stava attendendo. Non avrei mai immaginato che quel famoso sottomarino cinquant'anni dopo, durante i giorni tristi e grigi del Coronavirus, sarebbe diventato una metafora potente, capace di trasmettere dei messaggi importanti e di indicare una via di salvezza. 
Ad esempio, nelle scuole e nei nidi che vengono troppo poco nominati dall'opinione pubblica, la soluzione per riprendere l'attività potrebbe essere proprio salire su dei piccoli yellow submarine in grado di affrontare impavidi il mare infestato dal Coronavirus. 
Innanzitutto il sottomarino è giallo e questo porta bene e spinge all'ottimismo, perché è del colore della bandiera un tempo conosciuta come bandiera di “quarantena” con cui si dichiarava che tutto l’equipaggio era in buone condizioni di salute e si richiedeva il permesso di dirigere all’ormeggio in un porto straniero. 
Immagino ogni piccolo gruppo di bambini con le sue educatrici o insegnanti, salire a bordo del suo sottomarino che sarà a tenuta stagna, niente potrà entrarci dall'esterno e non ci saranno contatti con gli altri equipaggi. Questo permetterà di limitare e controllare la diffusione del contagio, prendendo ovviamente degli accorgimenti all'interno degli spazi, che verranno semplicemente guardati con occhi diversi, senza che questo possa scatenare turbe o nevrosi. In questo modo, parafrasando i Beatles, gli amici saranno tutti a bordo, molti altri navigheranno accanto in sicurezza e finalmente la band ricomincerà a suonare perché non possiamo permettere che i nostri bambini appassiscano nel silenzio. 
Dario Amadei

lunedì 20 aprile 2020

Il potere delle conversazioni nei primi anni di vita

Chi ci conosce e segue da anni, sa quanto la scelta di intitolare il nostro libro Nati per raccontare non sia affatto casuale, perché senza alcun dubbio, crediamo da sempre nell'immenso potere della narrazione orale. Non solo, siamo sempre stati fermamente convinti che raccontare sia un'esigenza primaria di fondamentale importanza per lo sviluppo della persona. Pertanto, stimolando precocemente il pensiero narrativo nei bambini, si potenzia anche il loro pensiero logico e quello critico, come ci insegna la neuroeducazione che negli ultimi anni sta svolgendo un ruolo importantissimo in pedagogia. 
La neuroscienziata e pediatra Kimberly Noble definisce ambiente linguistico di una famiglia il numero di parole ascoltate dai bambini e il numero delle conversazioni a cui partecipano ogni giorno e ritiene che questa sia per loro l'esperienza più utile a sviluppare il connettoma e a migliorare la capacità di apprendimento. Secondo la Noble, nei primi anni di vita, i bambini avvantaggiati ascoltano in media trenta milioni di parole in più rispetto ai loro coetanei svantaggiati. I bambini, sollecitati da conversazioni attive, tendono ad avere una maggiore estensione delle aree responsabili delle abilità linguistiche e di lettura. È importantissimo, quindi, facilitarli alle conversazioni piuttosto che al solo ascolto. 
L'economista Irene Tinagli dice che il maggior divario cognitivo si ha nella fascia di età al di sotto dei cinque anni; è in questa fase che i bambini iniziano ad apprendere parole e linguaggi, a sviluppare e “organizzare” le attività cerebrali e cognitive e, soprattutto, a interagire col mondo esterno, acquisire socialità, curiosità e sicurezza in sé stessi. Ed è in questo periodo che il background familiare e le scelte educative fanno la differenza... Se dalle università escono il 15% di professionisti, dall’infanzia esce il 100% del nostro futuro. 
In Spiriti animali, Akerlof e Shiller scrivono: «La mente umana è progettata per pensare in termini narrativi: sequenze di eventi con una logica e una dinamica interna che ci appaiono come un’unità di senso compiuto. [...] La conversazione umana, come sottolineavano Schank e Abelson, tende ad assumere la forma di racconto reciproco». È capitato a tutti: quando una persona sta raccontando una storia, l’altra che ascolta pensa a una storia correlata che racconterà a sua volta e si innescherà così uno scambio di storie tra i due interlocutori, come se stessero giocando una partita di tennis. Solo in apparenza casuali, queste narrazioni reciproche, in realtà, rinforzano e sono centrali per l’intelligenza, perché hanno il potere di animare l’azione umana. Capita più spesso di quanto si pensi e a volte in maniera involontaria, di zittire i bambini nel momento in cui vogliono entrare nella conversazione con un adulto che sta parlando e questo è un errore che può causare grandi inibizioni nel bambino che possono rimanere salde nei suoi comportamenti futuri. Un esempio per noi molto bello da riferire è quando, nei nostri laboratori scolastici paragoniamo, la narrazione alla discesa lungo una scala molto ripida e i bambini, in seguito a questo stimolo, iniziano spontaneamente a raccontare le loro esperienze di scale molto ripide in una maniera meravigliosamente inarrestabile. Fermare queste conversazioni sarebbe catastrofico, non solo per la riuscita del laboratorio, ma soprattutto per l'autostima e la fiducia che i bambini in questi momenti stanno sperimentando. Purtroppo abbiamo assistito a tante situazioni, anche durante presentazioni di libri, in cui gli adulti stoppano sul nascere il dialogo che un bambino vorrebbe iniziare e su questo auspichiamo davvero un'attenzione maggiore da parte di tutti. 
Nel capitolo di Nati per raccontare che abbiamo dedicato all'educazione attraverso la narrazione, si può leggere che l’intelletto dei bambini, stimolato precocemente attraverso dalle storie, diventa più vivace e inoltre educare al racconto potenzia la personalità e genera apertura mentale. I rapporti interpersonali in ambito familiare, scolastico, professionale e sociale migliorano grazie a una narrazione condivisa che riesce a interpretare i sentimenti, i valori, i bisogni reciproci e ad attivare la fiducia, un elemento essenziale nella costruzione del proprio sé e nella percezione dell’altro. Dare fiducia alle narrazioni che ispirano renderà il mondo migliore. 
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

*Nati per raccontare, Castelvecchi editore, 2020

sabato 18 aprile 2020

Sentirsi parte di una comunità durante e dopo l'emergenza

Tra il dolore per la solitudine, l'inimmaginato che è diventato realtà e il coraggio di guardare oltre, questa emergenza mondiale che stiamo vivendo ha sicuramente messo l'accento su un dato innegabile, cioè quello del senso di appartenenza, che forse è la risposta che serve alle incertezze che si vivono nel privato e nel lavoro. Abbiamo sempre fatto parte di una comunità, ma in questo periodo la sentiamo fortemente nostra perché psicologicamente ci sostiene. In questo preciso momento storico, siamo una grande famiglia allargata, perché il singolo individuo percepisce di essere maggiormente esposto al pericolo ed invece nella comunità sente di potersi esprimere in obiettivi condivisi e di poter contare su una solidarietà spontanea. In questo particolare momento storico, l'identità comunitaria non si crea con il contatto fisico, ma virtuale e questo basta, perché come diceva lo psicologo Seymour Sarason è la percezione della similarità con gli altri che fa sentire di appartenere ad una struttura affidabile in cui riconoscersi. Ed è così che assistiamo a case editrici che adottano librerie, ad industrie della moda che riconvertono la loro produzione, a professionisti che mettono a disposizione degli altri il loro talento, a educatori ed insegnanti che si rimodellano digitali per mantenere le relazioni e il lavoro con i loro allievi, a tutta la comunità medico-scientifica che, ininterrottamente, lavora per la nostra salute, alle singole persone che si organizzano in piccoli nuclei per dare sollievo ad altri con quello che hanno, alla comunità della filiera produttiva che in questo momento non ci ha fatto mancare i bisogni primari e alla comunità delle forze dell'ordine che ci fanno sentire al sicuro. È questa autorganizzazione spontanea che ci fa essere una comunità che non lascia solo nessuno nel momento del bisogno. 
Nel nostro nuovo libro “Nati per raccontare”, uscito a febbraio di quest'anno, in un capitolo affrontiamo l'importanza di sviluppare il senso di appartenenza in ambito professionale come fonte di benessere e ora più che mai, nel pensare al dopo pandemia, è fondamentale occuparsene con costanza e impegno, perché si tornerà nei luoghi di lavoro con un carico emotivo non indifferente. La società moderna post emergenza richiede, in tutti gli ambiti, ma soprattutto in quello organizzativo, nuove strategie di adattamento e rinnovamento, nonché la capacità per chi lavora di riuscire a reinventarsi per inserirsi in situazioni che mutano continuamente.
Tutti i contesti lavorativi (fabbriche, open-space, servizi educativi per l'infanzia, scuole, ospedali, istituzioni) devono essere luoghi deputati al benessere dove ricaricarsi, comunicare, crescere e formarsi per riuscire a ottimizzare anche la produttività. Gli strumenti in cui noi crediamo, utili a instaurare questo clima organizzativo, sono naturalmente la bibliolettura interattiva e la narrazione creativa, perché stimolano e sviluppano l’intelligenza emotiva di chi ne fruisce. Concedersi il piacere di leggere, condividere ciò che si è letto e narrativizzare delle storie è salutare. Leggere sicuramente riduce lo stress, come ci spiega il neuropsicologo David Lewis: “non importa che tipo di libro si scelga di leggere, perdersi nella lettura di un qualsiasi testo coinvolgente consente di evadere dalle preoccupazioni e dallo stress quotidiano. È più di una semplice distrazione, parliamo di un’attività che coinvolge l’immaginazione perché le parole stampate sulla pagina stimolano la creatività e fanno entrare in uno stato di coscienza parallelo”. La facilità di immedesimarsi nelle storie che si leggono migliora i livelli di coinvolgimento emotivo e la capacità di ascolto e di analisi, rendendo efficaci i rapporti tra i colleghi. Chi trascorre il tempo dedicandosi ai romanzi dimostra apertura e una notevole flessibilità mentale e si sente a proprio agio con le ambiguità, perché la lettura agevola il processo di comprensione delle varie informazioni acquisite. Queste qualità, o skills, naturalmente si riflettono nell’ambiente lavorativo, dando alla persona quella sicurezza nel prendere le decisioni più utili ai fini esecutivi. Non solo nelle classi scolastiche, ma anche nei contesti lavorativi, i gruppi si trovano a vivere delle dinamiche che la narrazione creativa e la bibliolettura interattiva, andando a stimolare i punti giusti, possono aiutare ad affrontare.
Sempre attraverso i romanzi, si può ragionare sulla leadership, o si può indagare la menzogna o l’inganno per riflettere sulla scelta delle persone di fiducia, ma soprattutto i romanzi possono accendere quelle scintille che generano la creatività e fortificano l’identità. Seguendo le orme indelebili di Adriano Olivetti, ogni organizzazione dovrebbe dar vita a una biblioteca aziendale, è un investimento che tornerà utile al capitale umano oltre che ai profitti. La chiave per capire se esiste o meno una cultura, ci direbbe Edgar Schein, è cercare la presenza di esperienze condivise e di un comune bagaglio culturale.
Elena Sbaraglia


*Nati per raccontare, Castelvecchi editore, 2020