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lunedì 14 settembre 2026

Alla scoperta del Ceis, Centro Educativo Italo Svizzero

Abbiamo un legame con Rimini e la Romagna più in generale che affonda in radici lontane, storie familiari che nutrono anche le nostre storie e nel tempo, grazie a delle insegnanti interessate, siamo riusciti a portare un po' di Magic BlueRay in riviera. Quest'anno, in più, abbiamo espresso un desiderio che siamo riusciti a realizzare: visitare il Ceis, Centro Educativo Italo Svizzero, il villaggio di Margherita Zoebeli.
A Roma, un paio di anni fa, i municipi hanno avviato il cambio dei nomi dei nidi e delle scuole pubbliche e in particolare, uno zerosei è stato intitolato alla pedagogista Margherita Zoebeli. Ora, chi ci conosce sa quanto il nostro amore per le storie è sconfinato e non conoscere la storia di questa grande educatrice ci lasciava un po' incompleti, così dallo scoprire il suo lavoro a Rimini subito dopo la guerra al chiedere di poter visitare il Centro il passo è stato breve e, ciliegina sulla torta, siamo andati, a maggio, nella settimana dell'ottantesimo anniversario.
Il Centro Educativo Italo-Svizzero (CEIS) di Rimini, fondato da Margherita Zoebeli nel secondo dopoguerra, rappresenta un modello d'avanguardia di pedagogia attiva e inclusione sociale che mantiene intatta la sua forte attualità educativa. Quando l'educatrice svizzera arrivò a Rimini, una città devastata dalla guerra, comprese subito che per ripartire c'era bisogno di portare educazione e così, quelle semplici "baracche", ancora oggi presenti, divennero un centro di accoglienza per l'infanzia e un laboratorio per la rinascita morale, civile e sociale del Paese.
Lo fu allora, e continua ad esserlo, un esempio di pedagogia attiva: in questo spazio, il gioco, la cura della persona, il senso di responsabilità e l'innovazione didattica si fondono per dare vita a un'idea di comunità aperta e proiettata verso il futuro.
A distanza di ottant'anni, l'asilo svizzero, ora CEIS, non è un semplice ricordo del passato, ma è un'eredità viva e quello che abbiamo potuto osservare è che il suo modello dimostra come lo sviluppo sociale e urbano comincia proprio dalla tutela dei bambini e dei più fragili.
L'inclusione non è una dichiarazione di intenti, ma un processo collettivo e concreto, in cui l'istruzione è il pilastro per ricostruire la società.
Quello che più ci ha affascinato entrando, sono stati gli spazi aperti: non a caso è pensato come un villaggio all'aperto e la sensazione, quando si entra da uno dei tre cancelletti della struttura, è proprio quello di trovarsi in una comunità. Anche l'ospitalità e la gentilezza della coordinatrice, che ci ha accompagnato durante la visita e ci ha raccontato di quel luogo, non sono casuali, ma sentite, perché il senso di appartenenza è molto forte e si respira in ogni “vicolo” del villaggio.
Rapporto con la natura e laboratori creativi e artigianali sono basi imprenscindibili per la loro visione educativa e sociale che è ben definita: dal primo anno di vita ai dieci anni tutti collaborano e crescono avendo come fine ultimo il bene comune.
La pratica di outdoor education lì non è uno slogan, ma rappresenta l'identità costitutiva della scuola fin dal 1946 e loro stessi si definiscono una scuola "naturalmente" outdoor. Le baracche sono collegate tra loro da percorsi pedonali, giardini e alberi e quindi già solo per spostarsi da un'attività all'altra, per andare in mensa, o in biblioteca o nei laboratori, i bambini devono necessariamente camminare all'aperto, vivendo lo spazio esterno come parte integrante della loro quotidianità scolastica. Quello che più ci ha colpito, oltre alle varie attività e ai giochi in cui erano impegnati i bambini, sempre sotto l'osservazione attenta, ma mai direzionale, degli educatori e degli insegnanti, è stato il vedere due o tre bambini di diverse età svolgere compiti per la comunità (spingere ad esempio dei carrelli con oggetti della cucina, o libri) accompagnati da un adulto di riferimento.
La continuità dentro – fuori è costante: il giardino non è lo “sfogatoio”, ma l'estensione delle aule. Si esce all'aperto in tutte le stagioni e con qualsiasi condizione meteorologica e la natura è realmente il "terzo educatore" che fornisce stimoli scientifici, geografici e fantasiosi nell'immediato. Tutti si prendono cura degli spazi verdi e dei giochi, bambini e bambine partono all'esplorazione libera, consapevoli delle proprie capacità fisiche e motorie e con un senso del rischio calcolato (si arrampicano, saltano, hanno una casa sull'albero) e soprattutto con il rispetto delle strutture all'aperto a seconda dell'età di utilizzo.
Da non sottovalutare è l'aspetto inclusivo che si vive nelle aree all'aperto del Ceis dove bambini con disabilità o con diverse esigenze possono muoversi liberamente e trovare il proprio modo di interagire con il gruppo, riducendo lo stress e l'ansia da prestazione.
Nella scuola primaria la cooperazione educativa come metodo d'insegnamento è realmente tangibile, sia nella formazione delle classi aperte sia nel mettere il bambino al centro del proprio processo di crescita.
Ci sono isole e non file di banchi, in cui vengono proposti lavori in gruppi e sottogruppi, che favoriscono lo scambio e l'aiuto reciproco e in cui le insegnanti cooperano con i bambini, si “mimetizzano” come abbiamo felicemente visto e quello che ti resta dentro è l'aver assistito a lezioni in cui emergono gli interessi reali, concreti e spontanei dei bambini.
L'inclusione e il supporto ai minori in condizioni di marginalità, devianza o disabilità sono risorse collettive, e non ostacoli, per il centro, in cui i bambini sperimentano concretamente i valori della solidarietà, dell'amicizia e della cittadinanza democratica.
Cosa ci siamo portati a casa? Bambini e bambine dai 2 agli 11 anni che sono cittadini consapevoli, un centro che ha compiuto ottant'anni ma ha lo sguardo sempre sul futuro, e l'aver toccato con tutti i sensi l'apprendimento emotivo e quello cooperativo, con adulti che guidano, osservano e facilitano e un ecosistema relazionale attivo e rispettoso di tutti i ruoli, in piena autonomia e responsabilità che si vivono quotidianamente.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia

lunedì 31 agosto 2026

Biblioterapia educativa: Quando le storie costruiscono comunità

Quando le storie costruiscono comunità
La letteratura per l'infanzia come dispositivo pedagogico nel Sistema Integrato 0-6

La lettura di un albo illustrato nella scuola dell'infanzia dura pochi minuti. Eppure, in quel tempo sospeso, può accadere qualcosa di straordinario. Un bambino riconosce in un personaggio una paura che non aveva mai saputo raccontare, una bambina osserva un'immagine e la collega a un ricordo vissuto con i nonni, un compagno interviene, aggiunge la propria esperienza, l’insegnante lascia fluire quei dialoghi, donandogli significato e ponendo domande circolari per aprire nuovi spunti.
L'insegnante assume un ruolo fondamentale in questo processo, oltre al lettore della storia è anche il facilitatore del dialogo che nasce intorno ad essa. Le sue domande, i suoi silenzi, la capacità di accogliere punti di vista differenti trasformano la lettura in un'esperienza di dialogo autenticamente partecipativa.
Qualche giorno dopo quel libro entra nelle case: un genitore lo rilegge prima di dormire, un fratello più grande ascolta, una famiglia continua la conversazione iniziata a scuola.
In quei momenti si stanno costruendo relazioni, significati condivisi e senso di appartenenza. Si sta dando forma, poco alla volta, a quella comunità educante di cui tanto si parla nei documenti pedagogici e che prende vita ogni volta che adulti e bambini condividono il piacere della narrazione.
La lettura e la narrazione non contribuiscono solo allo sviluppo cognitivo dei bambini, come da sempre utilizzate, ma anche emotivo e sociale. In particolare evidenziamo l’importanza della relazione tra adulto e bambino durante la lettura, e il valore delle storie nel favorire una maggiore consapevolezza di sé e degli altri.
Tutto questo l’ho notato ed esperito negli anni di storie condivise, con i bambini e le bambine, dove anche la mia postura di lettrice ad alta voce si è trasformata, dando forma a quel ruolo di facilitatrice tra strumento e persone creando relazioni narrative.
Ogni storia è un luogo di incontro. Attraverso le parole e le immagini, i bambini e le bambine esplorano emozioni, danno significato alle proprie esperienze, formulano domande e costruiscono interpretazioni della realtà. La narrazione offre uno spazio sicuro nel quale è possibile parlare della paura, della gioia, della perdita, dell'amicizia, della diversità e della scoperta, senza sentirsi giudicati.
Gli albi illustrati, in particolare, possiedono una straordinaria capacità di mettere in dialogo linguaggi differenti. Il testo e le immagini non si limitano a raccontare una storia ma invitano il lettore a osservare, interpretare, immaginare, completare ciò che non viene esplicitamente detto. I bambini e le bambine non sono ascoltatori passivi, ma co-costruttori delle storie.
La lettura condivisa diventa così un'esperienza dialogica. Ogni domanda, ogni osservazione, ogni silenzio contribuisce alla costruzione di significati comuni. Non è il libro, da solo, a produrre questa magia ma sono le relazioni che vi nascono intorno, il libro è solo uno strumento.
Negli scritti di Jerome Bruner leggiamo spesso come il pensiero narrativo rappresenti una delle modalità fondamentali attraverso cui gli esseri umani attribuiscono significato all'esperienza, potremmo ipotizzare, quindi, che il pensiero narrativo possa essere la prima forma del pensare: attraverso le nostre narrazioni costruiamo una visione di noi stessi nel mondo.
Questo assunto assume un valore particolare nei servizi educativi per l'infanzia. I bambini piccoli costruiscono la propria identità attraverso le relazioni con gli altri e attraverso le narrazioni che condividono quotidianamente. Ogni storia ascoltata diventa una risorsa per comprendere sé stessi e gli altri, per dare forma al mondo emotivo interno, per sperimentare punti di vista differenti.
La lettura ad alta voce, la conversazione intorno a un albo illustrato, l'invenzione collettiva di una storia o la documentazione delle esperienze vissute rappresentano pratiche che alimentano il dialogo e favoriscono la partecipazione. I genitori che possono osservare i processi di lettura e dialogo dei propri figli attraverso la documentazione educativa, sono stimolati a fare altrettanto a casa.
Questa dimensione relazionale rende la letteratura per l'infanzia uno strumento prezioso per il Sistema Integrato 0-6. Le storie non appartengono esclusivamente ai libri. Appartengono alle persone che le raccontano, le ascoltano, si interrogano, le reinterpretano e le condividono.
Le sezioni dei servizi educativi sono oggi sempre più caratterizzate da diversità culturali, linguistiche, familiari e sociali. Accogliere questa pluralità significa andare oltre una logica di integrazione, per costruire contesti nei quali ogni bambino e ogni bambina possa riconoscersi e sentirsi parte della comunità.
Bambini e bambine portano con loro esperienze familiari, lingue, culture e modi diversi di guardare il mondo. La narrazione permette a queste differenze di incontrarsi.
Un albo illustrato può offrire l'occasione per parlare di una festa vissuta in famiglia, di una lingua parlata a casa, di una paura condivisa, di un viaggio, di ricette, delle routine familiari. Attraverso il racconto, ciascun bambino e ciascuna bambina trova uno spazio nel quale sentirsi riconosciuti e, nello stesso tempo, scopre qualcosa dell'esperienza degli altri.
In questo modo la lettura diventa un esercizio quotidiano di ascolto reciproco. Non perché insegni direttamente, pedagogicamente e moralmente il rispetto delle differenze, ma perché crea le condizioni e un ponte narrativo affinché le differenze possano essere raccontate, accolte e valorizzate e dove tutte e tutti possono esprimersi.
Un albo illustrato che racconta una famiglia composta da persone diverse da quella classica, un wordless picture book (silent book) che lascia spazio all'interpretazione personale, una fiaba proveniente da un'altra cultura o un racconto che affronta il tema dell’imprevisto, permettono ai bambini e alle bambine di confrontarsi con la complessità del mondo in modo rispettoso e accessibile.
La narrazione rende visibili esperienze che spesso rimangono sullo sfondo, permette di raccontare sé stessi, ma anche di ascoltare le storie degli altri. In questo modo l'inclusione smette di essere un obiettivo dichiarato e diventa un'esperienza vissuta quotidianamente.
Negli ultimi anni il concetto di comunità educante è entrato con forza nel lessico pedagogico italiano. Le Linee pedagogiche per il sistema integrato zero-sei richiamano la necessità di superare una visione della scuola e dei servizi educativi come luoghi chiusi e autosufficienti, promuovendo invece una rete di relazioni capace di coinvolgere famiglie, istituzioni, biblioteche, associazioni, realtà culturali e territorio.
La comunità educante non coincide con la semplice collaborazione tra scuola e famiglia, né con la partecipazione occasionale dei genitori alle attività educative. È, piuttosto, un modo di intendere l'educazione come responsabilità condivisa, nella quale ogni soggetto contribuisce, con le proprie competenze e la propria storia, alla crescita dei bambini e delle bambine.
In questa prospettiva, educare significa costruire legami. Significa creare connessioni con contesti nei quali ciascun bambino e ciascuna bambina possa sentirsi accolto/a, ascoltato/a e riconosciuto/a, mentre gli adulti imparano a condividere responsabilità, linguaggi e obiettivi educativi.
Ma una comunità non nasce per decreto. Non basta prevedere momenti di partecipazione o organizzare incontri con le famiglie. Una comunità educante prende forma attraverso esperienze significative, capaci di generare fiducia, dialogo e appartenenza. Ed è proprio qui che la letteratura per l'infanzia può esprimere una delle sue potenzialità meno esplorate.
Quando un albo illustrato entra in una sezione della scuola dell'infanzia, non appartiene più soltanto all'insegnante o ai bambini. Può diventare un ponte tra i diversi contesti di vita dei bambini e delle bambine.
Pensiamo, ad esempio, ai progetti di lettura condivisa in cui il libro viene portato a casa, attraverso il prestito delle biblioteche scolastiche, letto in famiglia e poi restituito alla scuola.
In queste esperienze la narrazione continua oltre le pareti della sezione, attraversa le case, coinvolge fratelli, nonni e genitori, per poi ritornare a scuola arricchita di nuovi significati.
La storia diventa così un terreno comune di incontro, non esiste più una separazione netta tra ciò che accade a scuola e ciò che accade a casa. Esiste un racconto che continua, cambia voce, si trasforma attraverso le esperienze di chi vi partecipa e può essere riletto e interpretato con nuovi sguardi e diversi punti di vista.
È in questi passaggi che si costruisce la corresponsabilità educativa. Non attraverso documenti o dichiarazioni d'intenti, ma grazie a pratiche quotidiane che permettono agli adulti di condividere un linguaggio comune e di riconoscersi parte dello stesso progetto educativo.
La lettura condivisa assume allora un significato che va ben oltre la promozione della lettura. Diventa un'esperienza di partecipazione, capace di rafforzare la fiducia reciproca tra educatori/educatrici, insegnanti e famiglie, creando continuità tra i diversi ambienti di vita dei bambini e delle bambine.
Cosa succede quando una famiglia non è abituata alla lettura? Come si fa ad “educare” anche gli adulti alla pratica della lettura ad alta voce e a fruire di quello strumento meraviglioso e trasformativo che è l’albo illustrato?
Nelle nostre sezioni non solo abbiamo fatto uscire gli albi illustrati attraverso il prestito settimanale, pratica che ha un rituale bellissimo: i bambini e le bambine passeggiano tra gli albi, precedentemente sistemati a terra dalle insegnanti e, lasciandosi “chiamare” da essi, ne scelgono uno da portare a casa. Abbiamo anche fatto entrare gli albi illustrati nelle riunioni di sezione, nei colloqui individuali, negli Open Day, così da far conoscere ed esperire il loro potenziale attraverso il coinvolgimento diretto in una pratica consolidata.
La costruzione della comunità educante non può limitarsi ai confini della scuola. I libri hanno la straordinaria capacità di uscire dalle aule e di creare connessioni con il territorio.
Ma è anche il territorio che deve entrare nelle scuole, attraverso aperture straordinarie ed eventi che hanno come attività principale quella della lettura e la possibilità di poter avere a disposizione i libri utilizzati nelle pratiche quotidiane, da poter sfogliare, leggere, esplorare e conoscere.
Quando un servizio educativo collabora con la biblioteca del quartiere per organizzare letture ad alta voce, quando invita un autore o un illustratore a incontrare i bambini, quando coinvolge le famiglie in un progetto di festa della lettura, notti degli albi illustrati, notti bianche delle fiabe, non sta promuovendo un'attività culturale, sta ampliando la rete educativa del territorio e offrendo ai bambini l'esperienza concreta di una comunità che educa insieme.
Così la letteratura per l'infanzia diventa un bene comune, le storie non appartengono più ai libri o alla scuola: appartengono alla comunità che le legge, le racconta, le custodisce e le rinnova attraverso nuove esperienze condivise.
Forse è proprio questa la sfida più significativa per il Sistema Integrato 0-6: riconoscere che ogni pratica narrativa può trasformarsi in un'occasione per rafforzare il tessuto educativo di un territorio. Ogni libro letto insieme può diventare un piccolo laboratorio di cittadinanza, di dialogo e di partecipazione.
Oggi il Sistema Integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni, invita i servizi educativi e le scuole dell'infanzia a ripensare il proprio ruolo. Educare non significa più soltanto progettare esperienze di apprendimento, ma costruire contesti nei quali bambini, famiglie, educatori e comunità possano riconoscersi parte di un percorso di fiducia comune.
Sono le relazioni a dare forma ai contesti educativi, senza di loro non esisterebbero progetti, metodologie e strumenti educativi. La letteratura per l'infanzia ci ricorda che ogni storia letta insieme è un invito ad ascoltare, a dialogare e a costruire significati, forse è proprio qui che risiede il suo valore pedagogico più autentico, perché ogni bambino ha diritto a crescere in una comunità che sappia ascoltare le sue storie, ri-narrarle insieme e raccontare il mondo.
Luana De Quattro, insegnante, psicoterapeuta e biblioterapeuta

Per approfondire
• Amadei D.; Sbaraglia E., La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado. Castelvecchi.
• Amadei D., Sbaraglia E., Bibliotherapy in educational-scholastic contexts. The Bi.Ne. method, in V. 10 N. 1 (2025): Medical Humanities e Medicina Narrativa - MHMN
• Bruner J., La fabbrica delle storie.
• Bruner J., La cultura dell’educazione.
• Beseghi E., (a cura di), Infanzia e racconto.
• De Quattro M.L., Uno strumento della medicina narrativa: la biblioterapia, Quaderni del master in Medical Humanities: scienze umane per la cura, in appendice a “Medical Humanities & Medicina Narrativa”, n. 1, anno 4, giugno 2023.
• Dal Gobbo A., Quando i grandi leggono ai bambini.
• Linee pedagogiche per il sistema integrato zero-sei (Ministero dell'Istruzione, 2021).
• Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l'infanzia (Ministero dell'Istruzione e del Merito, 2022).

lunedì 9 marzo 2026

Narrazione ed emozioni: un binomio inscindibile

In questi anni stiamo sperimentando nel nostro istituto scolastico, che comprende il nido, la scuola dell’infanzia e la primaria, il valore prezioso del raccontare storie, perché ciò permette ai bambini di acquisire e sviluppare la capacità di riconoscersi in esse, ma anche di elaborare e narrare a loro volta le proprie esperienze. Stiamo scoprendo, giorno dopo giorno, che la narrazione ha un immenso valore educativo perché contribuisce a organizzare l'esperienza, genera empatia e sviluppa l’intelligenza emotiva. Incrementa e rinforza, inoltre, le competenze linguistiche, arricchendo il patrimonio lessicale dei bambini e rendendo la costruzione delle frasi sempre più ricca e strutturata, ma ancor di più promuove e stimola la creatività di ciascuno, nutrendone l’immaginazione. Essa si concretizza in idee che vengono espresse da ciascun bambino nel cerchio magico e queste idee condivise danno poi vita a nuove storie. 
Gli albi illustrati, dei quali abbiamo scoperto la ricchezza attraverso percorsi di formazione intensi e ricchi di contenuti preziosi, guidati dai nostri immancabili formatori, Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, si sono rivelati una miniera preziosa alla quale attingere continuamente, per qualsiasi argomento e tematica da affrontare. Essi sono strumenti validi e potentissimi, che vanno molto al di là della lettura di una semplice storia. Hanno una forza comunicativa ineguagliabile, in quanto offrono immagini semplici, ma ricche di significato che si coglie a prima vista e poche parole che vanno dritte al cuore. La potenza delle immagini e la loro capacità di presentare, sinteticamente e con estrema semplicità, con pochi tratti grafici, tematiche e concetti complessi, permettono ai più piccoli e ai più grandi, adulti inclusi, di comprenderli e interiorizzarli. 
Quest’anno, in cui il tema trasversale e multidisciplinare scelto per tutti gli ordini di scuola, dal nido alla primaria, è “Un lungo viaggio sul pianeta Emozioni”, gli albi illustrati ci stanno conducendo verso mete meravigliose e inaspettate, attraverso strade e sentieri fatti di cerchi magici in cui non solo si ascoltano le storie, ma i bambini condividono tra loro esperienze vissute ed emozioni provate in varie circostanze. 
I più piccoli, dall’ultimo anno di nido all’ultimo della scuola dell’infanzia, con l’aiuto di educatrici e maestre nel loro ruolo di facilitatrici, attraverso le storie narrate e le immagini degli albi illustrati stanno imparando a dare il loro nome e riconoscere le emozioni, i più grandi di loro sono bravissimi nell’esprimere attraverso il disegno varie situazioni in cui hanno vissuto l’una o l’altra emozione. 
Il gruppo dei bambini di quattro anni sta facendo un’esperienza meravigliosa utilizzando l’albo “Il dottor Capriccio”, che offre un percorso emozionale e sensoriale allo stesso tempo e i bimbi con la loro maestra stanno creando la profumatissima bacheca del dott. Capriccio in cui ogni aroma è la “terapia” per qualsiasi tipo di capriccio. Per tutti, poi, dai due anni in su, canzoncine che abbinano un colore ad ogni emozione, balletti e giochi di gruppo rendono ancora più attraenti questi percorsi.
Alla scuola primaria per ogni classe si è realizzato un progetto strutturato in tre incontri, uno a settimana. Il punto di partenza è stato sempre un bellissimo albo illustrato, scelto ad hoc per ogni gruppo. La prima emozione provata, in ognuno dei cinque percorsi, da parte della coordinatrice e dell’insegnante responsabile della classe, è stata quella di ritrovarsi nell’aula speciale, allestita all’inizio dell’anno scolastico proprio in vista del tema che avremmo trattato, con i bambini tutti seduti in cerchio su materassini e cuscini, con gli sguardi carichi di attesa e di curiosità e col desiderio di ascoltare la storia proposta. Ogni momento di condivisione poi è sempre stato molto ricco e profondo. Ognuno ha saputo cogliere della storia i momenti più toccanti, ma anche più vicini alla propria sensibilità e al proprio vissuto. 
A volte, soprattutto da parte dei più grandi, sono emerse riflessioni e considerazioni, a voce e per iscritto, di una profondità disarmante, insieme a desideri, sogni da realizzare, aspettative, speranze, ma a volte sono emersi anche dubbi e timori relativi al futuro. Il raccontare e raccontarsi è passato anche attraverso momenti ludici molto divertenti, come la tombola delle emozioni per i più piccoli, la ruota delle emozioni per le classi di terza e quarta e il gioco dell’oca dei ragazzi di quinta. Con un gruppo si è affrontato un percorso sul peso che possono avere le parole sulle nostre emozioni e sulla nostra vita e insieme abbiamo creato il barattolo delle “parole carezza”, che fanno bene al cuore, e quello delle “parole pesanti” che, come un sasso, ci colpiscono e ci feriscono profondamente. Ogni gruppo ha rappresentato la storia ascoltata con un cartellone realizzato in gruppo e il progetto è terminato per ogni classe con un momento di condivisione da cui sono emerse cose veramente belle e toccanti e già aleggia…un alito di nostalgia e la richiesta di ritrovarci ancora in un cerchio magico attorno a un albo illustrato.
Quest’esperienza ci ha arricchito moltissimo. Per noi insegnanti è stato un continuo, piacevole sorprenderci per il mondo interiore di ogni bambino, che trapela dai suoi racconti, che si affaccia attraverso le sue emozioni ed è molto più ricco e variegato di quanto possiamo immaginare. Per i bambini è stato sicuramente un percorso narrativo ed emozionale di crescita, di empatia, di apertura nel condividere con noi adulti e con i coetanei le loro emozioni e racconti di momenti della loro vita, sentendosi serenamente a proprio agio perché «narrare un’esperienza, un’emozione dà forma e coerenza all’avvenimento e suscita, successivamente una sensazione di benessere in chi narra».1
Suor Mariapaola Campanella, Ist. San Francesco di Sales


1 Dario Amadei – Elena Sbaraglia, La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado, Castelvecchi, 2025

venerdì 13 febbraio 2026

Il bianco che accoglie: esperienze sensoriali ed educazione emotiva nei primi anni

Immaginare una stanza che profuma di aria fresca, dove la luce si fa azzurra e morbida, il silenzio ricorda una nevicata lenta, e le mani incontrano superfici fredde, lisce, granulose.
Non è solo un ambiente scenografico: è uno spazio pedagogico immersivo, progettato per attivare cervello, corpo ed emozioni insieme. Una stanza della neve e del ghiaccio diventa così un laboratorio sensoriale dove l’esperienza precede la parola e dove l’apprendimento nasce dal sentire.

Neuroscienze: perché l’immersione funziona!
Le neuroscienze ci mostrano che il cervello infantile apprende meglio quando l’esperienza è:
• multisensoriale
• corporea
• emotivamente significativa

1. Attivazione sensoriale integrata
Texture fredde, luci soffuse, suoni ovattati stimolano contemporaneamente:
• corteccia somatosensoriale (tatto, temperatura)
• sistema visivo (luci, movimento, riflessi)
• sistema vestibolare e propriocettivo (movimento nello spazio)
Questa integrazione sensoriale rafforza le connessioni sinaptiche e favorisce la memoria a lungo termine.

2. Emozione e memoria
L’esperienza “fredda” e insolita attiva il sistema limbico, in particolare:
• amigdala → coinvolgimento emotivo
• ippocampo → consolidamento dei ricordi
Quando un bambino prova meraviglia, sorpresa o calma, il cervello rilascia dopamina e serotonina: l’apprendimento diventa più stabile e significativo.

3. Regolazione neurofisiologica
Le tonalità blu e bianche, i suoni lenti e il ritmo rallentato:
• abbassano il livello di cortisolo
• favoriscono uno stato parasimpatico (calma e sicurezza)
• migliorano attenzione e autoregolazione
La stanza diventa quindi anche spazio di riequilibrio emotivo.
Le emozioni come porta dell’apprendimento Il freddo evoca immagini primarie e archetipiche: silenzio, quiete, attesa, trasformazione.

Nella stanza immersiva emergono emozioni sottili:
• stupore
• curiosità
• calma
• ascolto
• concentrazione profonda.
Queste emozioni creano uno stato di presenza, condizione ideale per apprendere.
Il bambino non “fa un’attività”: abita un’esperienza.

Valenze pedagogiche
Apprendimento scientifico
• stati dell’acqua (solido/liquido)
• trasformazioni termiche
• osservazione e ipotesi
Sviluppo sensoriale
• discriminazione caldo/freddo
• percezione tattile fine
• coordinazione motoria delicata
Sviluppo emotivo
• riconoscere sensazioni corporee
• verbalizzare stati interni
• autoregolazione
Linguaggio e simbolico
• narrazioni invernali
• metafore (ghiaccio che si scioglie, neve che copre)
• gioco immaginativo (igloo, esploratori, orme)
Proposte di esperienze
• vasche con ghiaccio colorato
• neve artificiale o farina di riso
• proiezioni di fiocchi e aurore
• suoni ovattati di vento lieve
• tavoli luminosi con cristalli trasparenti
• rituale finale di “scioglimento” (acqua tiepida sulle mani)
Ogni proposta deve rispettare lentezza, silenzio, libertà esplorativa.

Il ruolo dell’adulto
L’educatore non dirige: custodisce l’atmosfera. Osserva, nomina le emozioni, offre parole gentili:
“Com’è questo freddo sulle mani?”
“Ti fa sentire sveglio o tranquillo?”
Diventa mediatore tra esperienza corporea e consapevolezza.


Una stanza immersiva “Neve e Ghiaccio” non è solo un allestimento tematico. È un paesaggio educativo dove neuroscienze ed emozioni si incontrano. Nel bianco silenzioso, il bambino scopre qualcosa di essenziale: che conoscere il mondo significa prima sentirlo sulla pelle!
E mentre il ghiaccio si scioglie tra le dita, nasce la prima forma di sapere: la meraviglia!
Angela Melillo

lunedì 2 febbraio 2026

La Stanza delle Emozioni: uno spazio pedagogico per l’ascolto, la scoperta e la crescita

La Stanza delle Emozioni nasce da una progettazione intenzionale e consapevole, che pone al centro il bambino come soggetto attivo del proprio apprendimento. Non si tratta di un ambiente neutro o casuale, ma di uno spazio pensato per accogliere, stimolare e sostenere l’esperienza emotiva, sensoriale e creativa di bambini e bambine, nel rispetto dei loro tempi, delle loro unicità e dei loro bisogni evolutivi.
In questo ambiente educativo non esistono modelli prestabiliti da imitare, né risultati da raggiungere secondo standard definiti. Al contrario, la Stanza delle Emozioni si fonda su possibilità aperte, su proposte non strutturate che invitano all’esplorazione e alla libera interpretazione. Gli stimoli presenti parlano ai sensi, accendono l’immaginazione e favoriscono un apprendimento autentico, che nasce dal fare, dal sentire e dal pensare.
Il contatto diretto con materiali diversi, naturali, di recupero, morbidi, ruvidi, leggeri o resistenti, permette ai bambini di sperimentare attraverso il corpo. Toccando, manipolando, trasformando, essi danno forma non solo a oggetti, ma anche a pensieri ed emozioni. Le mani diventano strumenti di conoscenza, capaci di collegare l’esperienza sensoriale a quella cognitiva ed emotiva. Il corpo, pienamente coinvolto, diventa parte integrante del processo di apprendimento, superando una visione frammentata dello sviluppo.
In questo contesto, ogni bambino è libero di costruire i propri significati.
L’educatore assume un ruolo di osservatore attento e facilitatore, capace di leggere i segnali, valorizzare i processi e sostenere senza dirigere. L’ascolto profondo, l’attenzione ai gesti, ai silenzi e alle scelte spontanee diventano strumenti fondamentali per accompagnare la crescita, favorendo un clima di fiducia e sicurezza emotiva.
La Stanza delle Emozioni è uno spazio vivo, in continuo dialogo con chi lo abita. Respira e cambia insieme ai bambini, si trasforma seguendo i loro bisogni emergenti, accoglie i loro interessi e si lascia modellare dalle esperienze quotidiane. Non è un ambiente statico, ma un luogo in evoluzione, capace di adattarsi e rinnovarsi, mantenendo sempre al centro la relazione educativa.
In questo spazio, il percorso di crescita si configura come un viaggio condiviso: un cammino fatto di scoperte, tentativi, emozioni e meraviglia. La Stanza delle Emozioni accompagna i bambini nei loro primi passi verso la conoscenza di sé e del mondo, sostenendo con delicatezza e rispetto il meraviglioso processo dello sviluppo umano.
Angela Melillo

venerdì 23 gennaio 2026

LE ORIGINI DEL CERCHIO MAGICO DELLE STORIE

“La lettura è quel sesto senso che va piantato, annaffiato, curato”
(Gianni Rodari)

Come “seminiamo” un po’ di magia della lettura per fare in modo che poi il resto lo faccia la voglia di narrare?
Nel corso del nostro percorso professionale come educatrici di nido, tutto è partito da un’attenta, diretta e continua osservazione sui nostri piccoli lettori in un viaggio a ritroso che ha richiesto del tempo, ma la nostra curiosità e la voglia di scoprire ciò che di bello i bambini ci insegnano, ci hanno trasmesso l'energia necessaria per andare avanti.
I bambini grandi (parliamo di 2-3 anni) ascoltano, osservano e arrivano a immergersi nelle storie, le scelgono, le sfogliano e si raccontano, ma soprattutto le narrano ai propri compagni che a loro volta sono attratti e pronti all’ascolto. Tutto ciò ci ha portate a riflettere su una domanda: visto che abbiamo tutti una storia da raccontare, come arrivano i bambini a narrare le storie?

Partiamo dallo spazio
All’interno della sezione dei piccoli abbiamo allestito un angolo morbido, uno spazio che “profumerà” di storie, caratterizzato da un grande e accogliente tappeto blu, dove abbiamo posizionato una cesta di vimini piena di libri, che aspettano solo di essere manipolati, “assaggiati”, e alla fine sfogliati…
I primi approcci (6 mesi circa)
È in questo periodo che il bambino scopre il libro. Quando il libro è alla sua portata, inizia a conoscerlo, lo passa da una mano all’altra, lo assaggia, lo mordicchia e comincia a girare le pagine avanti e indietro solo per il piacere del movimento e del rumore che provocano. Poco importa se qualche pagina verrà rovinata o stropicciata, anche questo fa parte del processo di conoscenza e di avvicinamento al libro, che per i bambini è caratterizzato da immagini grandi e riconoscibili, di tipo non narrativo perché non raccontano storie, ma piuttosto hanno illustrazioni che rispecchiano la vita reale.

Il libro diventa… ”Libro”! (6/10 mesi circa)
È in questo periodo che il libro acquista la sua vera identità, perché il bambino realizza che quell’oggetto non è un giocattolo come gli altri, ma rappresenta un mondo di curiosità e scoperte. Ora è in grado di seguire le pagine con lo sguardo, ed è attratto dalle figure grandi e colorate. Da questo momento il libro diventa l’oggetto su cui condividere l’attenzione, ed è per questo che introduciamo la “lettura guidata”, durante la quale, tenendo il bambino in braccio (ovviamente rivolto verso il libro), gli mostriamo gradualmente come sfogliarlo con calma, facendo in modo che presti attenzione alle figure, indicandole e nominandole, e poi lasciando che lui torni a giocarci.

Ora faccio io! (8/12 mesi circa)
Da questo momento, grazie all’acquisizione della posizione seduta in modo autonomo, i bambini possono avere un approccio più fisico con i libri. È a questa età, infatti, che da soli li prendono dalla cesta utilizzandoli a loro piacimento, ad esempio li possono guardare nel verso sbagliato, li girano e rigirano, saltano le pagine, li fanno cadere per poi arrivare a immergersi in un’osservazione più attenta. Tutto fa parte del percorso di scoperta, che pone le basi per lo sviluppo delle intelligenze, di cui quella narrativa è il tema principale della nostra riflessione.

Arrivano gli Albi Illustrati (12/18 mesi)
Fino a ora, abbiamo preparato le basi per fare in modo che il rapporto fra “bambini e lettura” abbia il suo naturale epilogo, cioè uno scambio interattivo e continuo attraverso il quale ascoltare una storia poi spingerà il bambino a raccontarla a sua volta.
È a questo punto che noi possiamo iniziare a raccontare loro le storie degli albi illustrati. All’inizio ovviamente saranno storie brevi per poter stimolare e via via rafforzare i tempi della loro attenzione. In questa fase giocano un ruolo importante i Neuroni Specchio, in quanto, attraverso l’imitazione, favoriscono lo sviluppo dell’empatia e la comprensione delle emozioni. È proprio questo tipo di lettura relazionale a essere particolarmente preziosa per il bambino, perché lo stimola a partecipare attivamente e a immergersi nelle “storie”.

Ce l’abbiamo fatta! Narratori si diventa!
Bruno Munari scrive: “trovare una sorpresa in un libro quando si è piccoli, conduce a ricercarla tutta la vita nei libri”.
In questo nostro viaggio a ritroso verso l’importanza della lettura prima, e della narrazione poi, siamo entrate in punta di piedi, e ne siamo uscite alla fine con gli occhi pieni di meraviglia e di soddisfazione nel vedere “chi ascolta e chi racconta”, e come tutto questo incanto arriva agli occhi di chiunque li osserva nel cerchio magico della narrazione.

Alessia Pietrini, Fabiana Casetta, educatrici del nido Il glicine, Roma Capitale

domenica 4 gennaio 2026

Lo spazio terzo narratore in biblioterapia educativa

Ci occupiamo di biblioterapia nei contesti educativi e scolastici ormai da molti anni utilizzando il nostro metodo Bi.Ne. (bibliolettura interattiva e narrazione emotiva) che permette di sviluppare un processo emozionale che, grazie al libro, genera un flusso di idee ed emozioni che altrimenti resterebbero sopite. Ciò avviene all’interno di un cerchio che definiamo magico, in cui un narratore racconta o legge una storia, rispettando la centralità dell’ascoltatore e non quella del libro. L’ascolto permette un’introiezione e poi una restituzione della storia che a quel punto è quella dell’ascoltatore, rimasto sempre attivo, che racconta o si racconta secondo delle libere associazioni che appartengono ai suoi vissuti.
Ci troviamo quindi nella situazione in cui ascoltatore e narratore hanno come fine comune la storia e collaborano in uno spazio condiviso e in un tempo dedicato all’ascolto e al racconto.
Ora, una componente molto rilevante nel cerchio magico è lo spazio, che può potenziarlo, se utilizzato in maniera corretta.
Sappiamo da Loris Malaguzzi che lo spazio è il terzo educatore: «lo spazio deve essere progettato e predisposto per garantire che tutti i bambini e gli educatori si sentano a loro agio e sviluppino il piacere del fare insieme».
Sappiamo dagli studi sull'empatia degli spazi (Mallgrave su tutti) che gli ambienti suggeriscono il modo di essere abitati e per questo, secondo noi, lo spazio riveste una funzione di terzo comunicatore: se consideriamo gli spazi che abitano i bambini nei nidi e nelle scuole dell’infanzia (e perché no, anche nelle scuole di ogni ordine e grado) questi devono avere un linguaggio chiaro, semplice, riconoscibile nell’immediato, perché il bambino possa avviare un dialogo di fruibilità e di agio.
Ciò che, invece, abbiamo colto nelle molteplici osservazioni nei servizi educativi zerosei, è che durante i laboratori di narrazione, spesso, non si coglie l'importanza dello spazio come terzo narratore.
Ricordiamo che in biblioterapia educativa, al centro del cerchio magico delle storie non c'è il libro, come comunemente si pensa, ma il bambino che è il principale narratore. Lo scopo del facilitatore è di portarlo a raccontare e raccontarsi. Il facilitatore che legge o racconta la storia è il narratore attivatore, o trigger, che ha la funzione di accendere i neuroni specchio dei bambini innescando in loro quel flusso di idee ed emozioni che li porterà a raccontare e a raccontarsi. In questo contesto, lo spazio ha la funzione di terzo narratore, o narratore di supporto, ma deve assecondare il narratore attivatore e non sovrastarlo con stimoli sensoriali potenti che raccontano un'altra storia.
La consapevolezza del facilitatore sta nel creare quella coincidenza narrativa tra la storia e lo spazio, altrimenti gli elementi che compongono lo spazio possono risultare di distrazione per il bambino che verrà attratto più dall'ambiente che dalla storia.
Distrazione, però, che non è responsabilità del bambino, ma dell'adulto che ha sottovalutato il potere narrativo degli elementi con cui ha preparato lo spazio per la narrazione: il bambino entra in dialogo con tutto ciò che ha davanti, perché per lui ogni oggetto diventa un'occasione per alimentare la sua immaginazione, per costruire ipotesi e soluzioni.
Cosa intendiamo per coerenza tra la storia e lo spazio terzo narratore?
Le stanze immersive scelte come luoghi per la narrazione sono un esempio importante, perché sono pensate a tema (le quattro stagioni, o gli ambienti naturali come il mare o il bosco) e quando si porta una storia all'interno della stanza immersiva il bambino, a sostegno di ciò che sta ascoltando, deve ritrovare nello spazio elementi, suoni e luci che stimolino il suo pensiero narrativo con un meccanismo polisensoriale.
I. S. Francesco di Sales
nido Peter Pan
Non necessariamente però un cerchio magico di storie deve attivarsi in una stanza immersiva, perché anche quando si svolge nella sezione si può creare, all'interno del cerchio, una coerenza narrativa tra la storia e lo spazio, che assume la funzione di terzo narratore.
nido Contea degli hobbit
nido Peter Pan
Invitiamo, dunque, le insegnanti e le educatrici, impegnate in un laboratorio narrativo sia di routine che durante un evento, a riflettere sempre sulla coerenza tra spazio e storie, presupposto questo indispensabile per coltivare in maniera efficace l'intelligenza narrativa dei bambini.
Dario Amadei Elena Sbaraglia


Bibliografia
Amadei D., Sbaraglia E., La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado, Castelvecchi editore, 2025
Amadei D., Sbaraglia E., Chiedilo ai libri, Castelvecchi editore, 2022
Amadei D., Sbaraglia E., Nati per raccontare, 2020
Pubblicazioni di Malaguzzi
Pubblicazioni varie sull'empatia degli spazi

martedì 28 ottobre 2025

La magia della “Notte delle Fiabe”: tra narrazione, emozioni e appartenenza


Il giardino dell’Asilo Nido Massimina a Roma, come ogni anno nel mese di maggio, all’inizio del risveglio primaverile, si trasforma in un palcoscenico incantato: al calar del sole, infatti, i bambini e le bambine arrivano mano nella mano con i loro genitori, ognuno con in braccio il proprio cuscino, indossando il pigiamino preferito. La luce dorata del tramonto, si intreccia con piccole lanterne appese agli alberi, mentre le educatrici, vestite con appositi mantelli e coroncine di fiori al fine di creare una atmosfera fiabesca, accolgono tutti con sorrisi e carezze. 
Già all’arrivo, comprendono che quella non sarà una serata qualunque: l’accesso al giardino del nido è stato trasformato, infatti, in un vero e proprio portale verso un mondo magico, intriso di mistero con archi di stoffe leggere che ondeggiano al vento, lanterne e piccole luci guidano il percorso, mentre figure fiabesche decorano e tracciano il cammino.
Ad accogliere gli ospiti, una violinista suona dal vivo brani dolci e sognanti, e il suono del violino accompagna i passi tanto che sembra raccontare una storia ancor prima che la voce delle educatrici si levi.
Non c’è bisogno di parole: la musica crea un’atmosfera sospesa, calma i più agitati e invita tutti, piccoli e grandi, a entrare con il cuore pronto ad ascoltare. Alcuni bambini rallentano il passo per cercare con lo sguardo da dove provenga la melodia, altri si stringono alla mano del genitore, incuriositi e incantati. Il violino diventa la chiave d’ingresso alla fiaba: il varco che segna la differenza tra la quotidianità e il tempo straordinario dell’evento.
Anche il resto dell’allestimento è curato in ogni minimo dettaglio, con tende colorate che delimitano piccoli angoli segreti, i cuscini sparsi come inviti a fermarsi, e i tavoli decorati con stelle e lune richiamano il tema scelto per l’anno. Persino i sentieri del giardino sembrano condurre luoghi nascosti, pronti a svelare una sorpresa.
Le luci soffuse, posizionate tra gli alberi, non illuminano semplicemente ma disegnano ombre che alimentano la suggestione del racconto. Così, prima ancora che la fiaba inizi a essere narrata, i bambini e le famiglie sono già immersi in una dimensione altra: la fiaba è cominciata con il loro ingresso, e l’incanto prende forma nei suoni, nei colori, nelle sensazioni che li avvolgono.
Questo evento ha nome “Notte delle Fiabe” e nasce come iniziativa dei servizi educativi comunali di Roma dedicati all’infanzia: a partire dal 2018, infatti, il Polo Educativo 0-6 coordinato prima dalla dottoressa Stefania Bossini e portato avanti dalla pedagogista, dottoressa Roberta Pagnini ha promosso una serie di serate-evento nei nidi e nelle scuole dell’infanzia dei Municipi XII e XIII, in cui i bambini, accompagnati dai genitori, arrivano in pigiama portando cuscini o peluche e attraversano percorsi luminosi “magici” nel nido e assistono a letture animate di fiabe.
La magia non nasce da sola, e come detto un grande lavoro è svolto dalle educatrici, le quali per settimane progettano il tema dell’anno: il mare, il viaggio, il giardino incantato. Le storie vengono scelte tra albi illustrati, kamishibai o teatrini di marionette e l’ambiente si trasforma grazie a luci soffuse, scenografie naturali, stoffe e oggetti che richiamano il tema scelto. Le educatrici, in questo senso, diventano custodi di immaginari, e non solo leggono, ma interpretano, animano, si lasciano guidare dal ritmo della narrazione. La loro competenza narrativa si unisce a quella educativa, rendendo la fiaba un’esperienza estetica e al tempo stesso pedagogica.
Un esempio significativo di questo impegno creativo è rappresentato dall’esperienza delle educatrici del Nido Massimina, le quali a seguito di un corso di formazione organizzato dal Comune di Roma, hanno elaborato una storia originale dal titolo Il giardino di via Aquilanti, molto apprezzata dai formatori e dalla coordinatrice dottoressa Roberta Pagnini, e poi letta durante l’evento, in occasione del quale sono state realizzate anche marionette e scenografie, coinvolgendo i bambini in una narrazione viva e partecipata.
Il protagonista, Massimino, è il giardiniere che si prende cura del giardino del nido, simbolo di solidarietà, collaborazione e inclusione — valori che le educatrici desideravano trasmettere ai bambini e alle famiglie.
A completamento della magia, si è aggiunta anche una mamma che ha contribuito all’iniziativa, condividendo un racconto da lei scritto e pubblicato, dedicato al tema del buio e della notte stellata, offrendo così un ulteriore momento di partecipazione attiva e di incontro tra scuola e famiglia.
Sebbene la Notte delle Fiabe sia un’invenzione relativamente recente, affonda comunque le proprie radici in pratiche educative comuni nei nidi e nelle scuole dell’infanzia, e trova espressione anche in altre occasioni come la “Notte di Fiaba” di Riva del Garda, che dal 1950 anima la città trentina trasformandola in un teatro a cielo aperto, e che tuttavia non sembra avere un collegamento diretto con la Notte delle Fiabe capitolina.
Seduti su teli di stoffa e cuscini, bambini e genitori entrano nello stesso spazio simbolico, e lo stupore sul volto dei piccoli si riflette negli sguardi dei grandi, che ritrovano un ascolto attento e una calma spesso dimenticata nella vita quotidiana. Le emozioni diventano qui un ponte, grazie a questo approccio i bambini imparano a riconoscerle, a gestirle, a esprimerle, mentre i genitori riscoprono il valore dell’ascolto lento. Come avviene nella lettura partecipata di albi illustrati, anche qui la storia non è solo ascoltata ma vissuta, e grazie ad essa i bambini elaborano paure, si immedesimano, rielaborano nel gioco simbolico. Le fiabe diventano allora non solo intrattenimento, ma esperienza trasformativa che educa alla gentilezza, all’empatia, al rispetto. Dal punto di vista emotivo, dunque, l’evento permette ai bimbi di riconoscere e simbolizzare paure o desideri propri, e in questo senso, la fiaba parla ai bambini del mondo interiore, nei linguaggi e schemi che loro stessi sanno decodificare permettendo di elaborare esperienze universali e personali.
La Notte delle Fiabe appartiene all’intera comunità educativa, dai bambini alle famiglie sino a educatrici e territorio; il giardino del nido ampio e rigoglioso, non è solo un luogo fisico, ma uno “spazio educante” che si trasforma e accoglie. In quella notte non c’è distinzione tra ruoli, ma tutti diventano parte di un’unica storia: per le famiglie, l’evento resta nella memoria come un dono, e quindi non più il classico saggio di fine anno, ma un momento autentico, capace di lasciare tracce emotive profonde.
Per le educatrici, è una buona occasione per mettere in campo creatività, professionalità e sensibilità, mentre per i bambini, è un ricordo d’infanzia che continuerà a nutrire la loro immaginazione.
Ogni anno la Notte delle Fiabe, rinnova la sua magia. È un’esperienza che unisce, che celebra la crescita dei bambini e che ricorda agli adulti quanto sia importante rallentare, ascoltare, lasciarsi incantare. Le fiabe, con la loro forza antica, continuano così a educare e a ispirare, trasformando una semplice serata in un rito collettivo che resterà nel tempo come parte della nostra tradizione educativa.
Per concludere l’idea sulla quale poggia questa nostra iniziativa è quella di far evolvere oltre la semplice lettura condivisa e trasformarla in un’esperienza pedagogica e comunitaria più ampia, dandole così la possibilità di diventare un vero e proprio laboratorio di intelligenza narrativa, che permetta a bambini, educatrici e genitori di incontrarsi e costruire insieme significati, emozioni e racconti condivisi. Si tratta di una modalità partecipativa che apre nuove prospettive, e fa uscire la fiaba dai confini del nido per incontrare il territorio, immaginando così un futuro in cui l’evento possa estendersi anche in una piazza del quartiere, coinvolgendo l’intera comunità.
Proprio da qui, forse, nasce il desiderio di andare oltre e di riflettere ancora su come il nido Massimina possa continuare a sperimentare forme sempre nuove di narrazione e partecipazione collettiva: questa riflessione sarà, infine, oggetto di un prossimo articolo, dedicato a esplorare come la fiaba possa diventare strumento di relazione, partecipazione e crescita condivisa.
Alessandra Altobelli, educatrice


lunedì 7 luglio 2025

Esplorando l’infinito blu e… oltre

Esplorando l’infinito blu e… oltre
Percorso didattico immersivo
Scuola d’Infanzia C. Collodi Polo 0-6

Quest’anno il mare ha deciso di fermarsi a Collodi per rapire, con le sue meraviglie e i suoi tesori nascosti, i bambini, le bambine e le insegnanti della scuola d’infanzia C. Collodi. Un percorso pensato soprattutto con il cuore, prima che con la mente, per restituire a ciascuno un’esperienza unica da poter custodire e da cui attingere.
Un viaggio sensoriale, tra luci, suoni, profumi e colori in cui i bambini e le bambine sono stati guidati con cura ed amore verso un’esperienza educativa coinvolgente ed interattiva. L’interazione con l’ambiente immersivo ha favorito l’esplorazione e la sperimentazione e ciascun partecipante ha esplorato l’IO mare.
L’allestimento del laboratorio didattico immersivo è stato strutturato nel seguente modo per ricreare l’ambiente marino: utilizzando tessuti, luci, torce, materiali naturali (conchiglie, sassi, bastoncini ecc), stampe e gigantografie fotografiche, videoproiezioni sull’ambiente marino, meduse realizzate con materiali da riciclo, lenti di in gradimento per osservare.
Partendo da un grande tessuto adagiato su tutta la superficie del pavimento abbiamo cercato di ricreare il movimento delle onde sistemando il tessuto in maniera morbida e con l’utilizzo di luci blu e bianche abbiamo evidenziato le increspature del tessuto proprio per dar “volto” alle onde.
Il percorso è stato strutturato sfruttando i tre locali messi a disposizione dalla scuola; i bambini e le bambine (6 per volta, due per ciascuna sezione), dopo un breve “circle time” all’esterno del laboratorio, venivano esortati a lasciare fuori scarpe e calzini per entrare scalzi in una dimensione magica; l’attenzione si accendeva, gli occhi si facevano curiosi ed una volta entrati la magia aveva inizio. Una prima vasca accoglieva i piedini nella sabbia, dopo pochi passi, l’altra li abbracciava nell’acqua.
Una tenda ondulata li accompagnava nella prima grande sala dove il mondo marino si palesava ai loro occhi: il suono delle onde, il profumo dell’acqua marina facevano da sfondo al loro osservare, toccare, annusare, esplorare. Un angolo morbido con cuscini accoglieva albi illustrati, l’angolo con pietre e conchiglie attirava gli esploratori più audaci, la sabbiera quelli più curiosi ed infine nell’angolo dei travasi l’acqua diveniva la protagonista indiscussa del loro agire. Come piccoli alchimisti riempivano bottigliette, ciotole, e facevano fluire, con le loro sapienti manine, questo liquido carico di magia!
Dalla sala più grande, a gruppi di due, si accedeva in una saletta nella quale si poteva dipingere al buio aiutati dalle lucine che, come in un acquario, proiettavano pesci sospesi da fili invisibili. Ciascun bambino ha avuto la possibilità di esprimere liberamente la propria creatività e ha lasciato la traccia del proprio IO mare su una tela trasparente.
L’esperienza della pittura era l’ultima del percorso. Una volta transitati in questo ambiente il gruppo veniva accompagnato fuori e li, nel cerchio magico, il mare faceva loro un piccolo regalo… ogni bambino e bambina, come ricordo di questa magica esperienza, ha portato a casa una piccola medusa, un pezzetto di quel mare che è entrato a far parte del loro cuore e della loro mente stimolando la loro creatività grazie alla meraviglia, alla curiosità e al desiderio di scoperta.
Auguriamo ai nostri bambini e alle nostre bambine che la meraviglia alberghi sempre nei loro occhi e nei loro cuori e che la bellezza sia sempre nutrita e abbracciata.
Simona Marfia
Maria Antonietta Rocco

martedì 29 aprile 2025

Le emozioni dei bambini: oggi mi sento…

Nella sezione dei grandi dell’asilo nido Aquilanti alle 9.30, come ogni mattina, S. è l’ultimo bambino ad arrivare in sezione. Saluta la mamma in fretta e furia, entra correndo con l’espressione furba di chi già sa cosa farà, e infatti si dirige subito nel suo spazio preferito dove lo stanno aspettando i suoi amici disavventure.
La richiesta di noi educatrici a sedersi a mangiare la frutta viene sommersa da schiamazzi continui e dal baccano dei giochi smontati e rimontati in continuazione.
Cantando il ritornello in rima di una canzoncina piano piano riportiamo le cose al loro ordine abituale.
Mangiato frettolosamente l’ultimo pezzettino di frutta, arriva il momento della contesa dei bambini nel proporre la lettura della mattina e ognuno scalpita affinché venga scelta la sua storia preferita.
- Il lupo! Il lupo!, esclama B. (l’albo dal titolo Io sono il più forte)
- I mostri! I colori dei mostri!, richiede L. con tono esuberante (l’albo dal titolo I colori delle emozioni)
Una volta deciso cosa raccontare, ci sediamo tutti in un Cerchio Magico che rappresenta un girotondo, simbolo di pace e amicizia, che accoglie tutti fino a diventare sempre più grande. Più si fa grande il Cerchio più si arricchisce il nostro bagaglio e ci aiuta a guardare da prospettive diverse. Le relazioni si intrecciano in un linguaggio universale e il Cerchio acquisisce il sapore del mistero e il profumo dell’unicità.
La scelta dei bimbi cade su un albo illustrato molto laborioso, I colori delle emozioni di Anna Llenas, ricco di proposte emozionali tanto che i piccoli attori coinvolti, contenitori di vitalità effervescente, improvvisamente si posizionano seduti in rispettoso silenzio. Con occhi curiosi cominciano a percorrere un sentiero misterioso, quello della fantasia, dai colpi di scena inaspettati che colgono i loro visi di sorpresa. Ma sono anche momenti di riflessione, in cui si fanno attenti, con uno sguardo differente e curioso, e si mostrano desiderosi di ascoltare ed essere ascoltati.
Rievocando sensazioni vissute durante il loro quotidiano ci aiutano a comprendere, sin da piccolissimi, ciò che provano.
Alessandra Altobelli

sabato 29 marzo 2025

Decostruire gli stereotipi di genere al nido: il potere trasformativo degli albi illustrati

Nel contesto educativo del nido, ogni esperienza, relazione o oggetto comunicativo contribuisce alla costruzione dell’identità del bambino. In questo delicato e potente processo, anche i libri assumono un ruolo fondamentale. In particolare, gli albi illustrati rappresentano uno strumento pedagogico prezioso per accompagnare bambine e bambini in una crescita libera da stereotipi, offrendo nuove narrazioni, immagini e modelli possibili di sé e dell’altro.
Infanzia e identità di genere: un processo in divenire
La costruzione dell’identità di genere ha inizio già nei primi anni di vita, attraverso un insieme complesso di esperienze, osservazioni e interiorizzazioni. I bambini, fin dalla più tenera età, ricevono messaggi più o meno espliciti su ciò che “è da maschio” o “da femmina”. Questi messaggi possono essere veicolati da parole, gesti, giochi, vestiti, ma anche – e forse soprattutto – dalle storie che ascoltano e dalle immagini che vedono.
La ripetizione di ruoli convenzionali – la principessa da salvare, il cavaliere coraggioso, la mamma premurosa, il papà lavoratore – contribuisce a costruire un immaginario rigido e limitante. L’educazione al nido ha il compito, e l’opportunità, di spezzare questa catena, offrendo contesti narrativi e relazionali aperti, plurali e non stereotipati.
Albi illustrati: strumenti educativi per l’equità
Gli albi illustrati, per loro natura, parlano al bambino attraverso due linguaggi fondamentali: quello visivo e quello narrativo. Le illustrazioni colpiscono direttamente l’immaginazione e creano mondi possibili; le parole accompagnano, amplificano o contrastano il messaggio visivo, aprendo spazi di riflessione.
Scegliere albi illustrati che rappresentano personaggi fuori dagli schemi tradizionali – bambine avventurose, bambini sensibili, famiglie variopinte, ruoli fluidi – significa seminare nel bambino la possibilità di riconoscersi in modalità differenti da quelle imposte dalla cultura dominante. È un gesto educativo di responsabilità e cura.
La lettura condivisa come spazio pedagogico
La lettura ad alta voce, soprattutto in contesti come il nido, non è mai un atto neutro. È un incontro tra adulti e bambini, mediato dalla narrazione. Quando un’educatrice legge un albo con attenzione, intonazione e partecipazione, crea uno spazio di relazione che stimola l’ascolto, l’identificazione e la scoperta.
In questo spazio, le storie diventano strumenti per esplorare emozioni, ruoli, relazioni e desideri. L’adulto può fare domande, stimolare osservazioni, accogliere interpretazioni: “Che cosa pensi di questo personaggio?”, “Ti è mai capitato qualcosa di simile?”, “Avresti fatto la stessa scelta?”.
Scegliere con cura: una responsabilità pedagogica
Non tutti gli albi sono adatti a un’educazione libera da stereotipi. Alcuni, anzi, perpetuano modelli rigidi, con ruoli e comportamenti legati al genere in modo implicito o esplicito. Per questo, è importante che le educatrici e gli educatori si formino in modo critico, imparino a leggere anche tra le righe e si dotino di strumenti per selezionare albi coerenti con una prospettiva di genere inclusiva.
Tra i criteri utili per la scelta:
• Protagonisti/e non convenzionali
• Rottura degli schemi familiari tradizionali
• Linguaggio non sessista e inclusivo
• Storie che valorizzano diversità, collaborazione, empatia.
All’interno del Nido Peter Pan il gioco simbolico si è rivelato una potente chiave educativa per promuovere lo sviluppo dell’identità, delle relazioni affettive e della libertà di espressione nei bambini e nelle bambine. Il progetto documentato, frutto di osservazioni quotidiane e riflessioni pedagogiche, affronta in modo concreto e sensibile il tema degli stereotipi di genere nella prima infanzia, mostrando come già dai primi anni di vita sia possibile costruire contesti educativi accoglienti, liberi da pregiudizi e capaci di stimolare il pensiero critico.
Il potere delle storie: la maglietta rosa
Tutto ha preso forma a partire da un episodio reale e spontaneo: un bambino,si bagna la maglietta durante un’attività e l’educatrice gli fa indossare una maglietta rosa, l’unica asciutta disponibile. Alla vista del padre, questo semplice gesto diventa oggetto di stupore e imbarazzo. La risposta del bambino, però, è disarmante: “Ma papà, è rosa come l’amore!”.
Un’affermazione tanto semplice quanto potente, che racchiude il senso più profondo dell’intero progetto: educare alla libertà significa permettere ai bambini e alle bambine di essere ciò che sono, senza vincoli imposti da aspettative sociali o culturali.
Il gioco simbolico come specchio dell’esperienza vissuta:
Attraverso l’osservazione sistematica del gioco simbolico nelle varie sezioni del nido (Piccoli, Medi e Grandi), gli educatori e le educatrici hanno potuto rilevare come i bambini, indistintamente dal genere, utilizzino gli oggetti e gli spazi messi a disposizione per esplorare il mondo e le relazioni.
Cucine, bambole, culle, travestimenti, macchinine, trenini: ogni oggetto diventa strumento per rielaborare esperienze, affetti, ruoli. I bambini allattano le bambole, le mettono a dormire, si travestono, si prendono cura degli altri. Lo fanno con naturalezza, senza preconcetti, imitando i gesti degli adulti in un gioco che è al tempo stesso scoperta e costruzione di sé.


L’importanza dell’atteggiamento educativo
Uno degli elementi centrali di questo percorso è stata la riflessione sul ruolo dell’adulto. Le educatrici, osservando i bambini, hanno osservato anche sé stesse. Accogliere significa mettersi in ascolto autentico, rinunciare a giudizi preconfezionati e creare uno spazio in cui ogni bambina e ogni bambino possa esprimersi liberamente.
Il nido, quindi, non è solo un luogo di cura e apprendimento, ma diventa terreno fertile per un’educazione affettiva, sociale e culturale. Un luogo in cui si leggono storie che parlano di emozioni, di uguaglianza, di diversità. Un luogo in cui si impara che i colori non hanno genere, e che ogni gesto di cura è universale.
Educare alla parità: un atto politico e culturale
Questo progetto ci ricorda che l’educazione alla parità non è un obiettivo da rimandare alla scuola primaria o all’adolescenza, ma una semina quotidiana che inizia fin dai primi anni di vita. Attraverso il gioco, le relazioni, le parole, gli sguardi.
Come recita una delle citazioni conclusive del documento:
“Stimolare i desideri delle bambine e dei bambini, educare al rispetto e alla libertà di poter essere ciò che si sceglie è importante già dal nido.”
In un mondo ancora attraversato da disuguaglianze e stereotipi, esperienze come questa ci indicano una direzione chiara: educare alla libertà significa educare al rispetto, all’empatia, all’autenticità. E questo comincia proprio lì, dove tutto ha inizio: nel gioco.
Gli albi condivisi e utilizzati durante il progetto:
1. Una bambola per Alberto – C. Zolotow, C. Delacroix – Ed. Giralangolo
Un albo che mostra come la cura e la dolcezza non abbiano genere: un bambino desidera una bambola per allenarsi a diventare un buon papà.
2. Il trattore della nonna – A. Roveda, P. Domeniconi – Ed. Giralangolo
La nonna è esperta di trattori e crostate: una figura femminile fuori dagli stereotipi.
3. Anche i papà piangono – C. Ravizza, S. Covelli – Ed. Sassi
Un albo che valorizza l’espressione emotiva nei papà: “Anche i papà hanno un cuore colmo di emozioni!”
4. Uno di questi non è come gli altri – Barney Saltzberg – Ed. Salani
Un inno all’inclusione e alla bellezza delle differenze.
5. Ci sono bambini e bambine – Cristina Petit – Ed. Valentina
Un invito a mescolarsi e scoprirsi uguali e diversi allo stesso tempo.
6. Evviva le unghie colorate – Alicia Acosta – Ed. Nube Ocho
Un bambino ama mettersi lo smalto: il piacere dei colori va oltre il genere.
7. Nei panni di Zaff – M. Salvi, F. Cavallaro – Ed. Fatatrac
Zaff gioca con bambole e sogna di fare il ballerino: un racconto sulla libertà di espressione.
8. Tea e Marcello carota e pisello – M. Hood – Emme Edizioni
Due bambini diversi che si completano: Tea non è un pisello, Marcello non è una carota.
9. Chi sono? – Caroline Dell’Ava – Ed. Terre di Mezzo
Un albo poetico sull’identità mutevole, legata al momento e alle emozioni.
10. Io sono foglia – A. Mozzillo, M. Balducci – Ed. Bacchilega
Ogni giorno possiamo essere diversi: accettarsi e accogliere le emozioni.
11. I cinque malfatti – B. Alemagna – Ed. Topipittori
Essere imperfetti può renderci unici e felici.
12. La prima volta che sono nata – V. Cuveillière, C. Dutertre – Ed. Sinnos
Una riflessione poetica sulle tappe della crescita e dell’identità.
13. Piccolo uovo – F. Pardi – Ed. Lo Stampatello
Alla scoperta delle diverse tipologie di famiglia, tutte felici e valide.
Angela Melillo