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venerdì 28 dicembre 2012

L'alba della Tecnologia Nera

Auguriamoci per questo nuovo anno la forza di contrastare l'avanzare della Tecnologia Nera con armi innocue ma molto potenti: i libri, la cura della nostra persona e dell'ambiente... perché un mondo migliore è possibile!!!

mercoledì 1 febbraio 2012

Effetti delle piogge acide sulle piante

Le piogge acide danneggiano l’intero patrimonio vegetale del pianeta: in molte parti dell'Europa e del Nord America, come anche in Brasile, le piante vengono danneggiate in modo più o meno grave. Se non interverranno delle inversioni di tendenza entro 10-20 anni molte foreste nel mondo saranno completamente distrutte, e questo provocherà localmente l'espansione del fenomeno carsico (cioè la penetrazione dell'acqua nel sottosuolo), la siccità, la progressiva aridità dei suoli, l'aumento della possibilità di inondazioni e il cambiamento del clima.
L’aggressione nei confronti delle piante è duplice. Può avvenire attraverso le foglie oppure attraverso modificazioni nella composizione chimica del terreno.
Le foglie rappresentano le parti della pianta più esposte e vulnerabili all’azione degli inquinanti dell’aria in quanto rappresentano la sede degli scambi gassosi. Attraversando gli stomi i gas penetrano all’interno delle foglie dove vanno a sciogliersi nel velo liquido intercellulare che permea le pareti delle cellule del mesofillo. Da qui si diffondono nella foglia dove si possono accumulare in concentrazioni tossiche.
Gli effetti di gran lunga più dannosi sono dovuti all’anidride solforosa.
L’inquinamento da biossido di azoto viene considerato di minore importanza in quanto provoca dei danni alla vegetazione solo a concentrazioni molto più alte della SO2; i sintomi sono comunque simili a quelli descritti per l’anidride solforosa (vedi nella sezione degli inquinanti principali).
Quando gli inquinanti acidi (soprattutto anidride solforosa) arrivano al terreno sottoforma di precipitazioni o di deposizioni secche allora si attua l’acidificazione del suolo (per maggiori informazioni vedi il paragrafo successivo). Nel terreno si libera lo ione alluminio che è in grado di sostituire il calcio dai suoi siti di legame sui peli radicali delle piante; avviene una diminuzione dell’apporto dei nutrienti e la pianta si indebolisce notevolmente, esponendosi all’attacco di insetti, malattie e variazioni climatiche eccessive. Questi fenomeni si evidenziano particolarmente nelle zone dove il suolo è più sottile e nelle aree nelle quali le piante sono maggiormente esposte alle intemperie (come l’alta montagna).

http://www.nonsoloaria.com/piacepi.htm

Il Wwf lancia l'allarme sull'Artico "Animali uccisi dalle sostanze chimiche". Orsi bianchi diventano cannibali a causa del riscaldamento globale

ROMA - Che l'Artico stia diventando una discarica chimica è ormai accertato, ora il Wwf chiede che il governo italiano e l'Unione Europea si facciano promotori per salvare una zona cruciale per la salute del pianeta. Una zona molto più vicina, per problematiche e importanza, di quanto comunemente si pensi. Proprio per questo il Wwf sottolinea che impegnarsi per la salvaguardia dell'Artico non è solo dovere etico, ma anche investimento economico.
Il rapporto del Wwf. L'organizzazione mondiale per la conservazione della natura ha reso pubblico un nuovo rapporto sullo stato di salute delle specie animali artiche, dal quale emerge che le sostanze inquinanti provenienti dalle regioni industrializzate dell'America del Nord e dell'Europa occidentale stanno alterando in modo consistente l'habitat. Se non si interverrà subito, denuncia il Wwf, si rischia "l'alterazione irreversibile di un'intera regione del pianeta".
Nell'immaginario comune l'Artico è una distesa di ghiaccio, semideserta e come tale poco esposta al rischio di inquinamento, poiché la presenza dell'uomo è limitata ed è scarsa l'attività industriale. In realtà correnti marine e venti spingono verso l'Artico quantità enormi di agenti chimici volatili di origine industriale e agricola. Già nel 2005 il Wwf aveva stilato un rapporto sui livelli di concentrazione dei prodotti chimici nell'Artico, il rapporto diffuso oggi evidenzia in particolare gli effetti che queste sostanze hanno sugli animali della zona.
Gli effetti dell'inquinamento chimico. I prodotti chimici che inquinano l'Artico creano drammatiche alterazioni nella fauna della zona, gli agenti tossici interferiscono con il sistema ormonale e immunitario degli animali, indeboliscono le loro ossa, modificano i loro comportamenti intervenendo su funzioni neurologiche, stimoli della fame e della sete, impulsi sessuali. Tra le specie che più risentono di tali mutamenti gli orsi polari, dei quali sono stati provati i cambiamenti ormonali (stanno nascendo individui ermafroditi) e comportamentali.
L'ursus maritimus è solo il più noto tra gli animali minacciati e quello sul quale gli effetti sono più visibili, poiché si trova al vertice della catena alimentare e si nutre degli altri animali, vittime a loro volta dell'inquinamento. Il rapporto del Wwf indica però come i danni dell'inquinamento chimico sono riscontrabili anche sui beluga, cetacei che risalgono le foci dei fiumi, dove la concentrazione di sostanze tossiche è altissima: alcune carcasse di beluga trovati morti vicino al fiume San Lorenzo, in Canada, sono state smaltite come rifiuti tossici, tanta era la concentrazione di sostanze inquinanti nelle loro carni.
Le specie a rischio. A rischio per l'inquinamento dell'Artico sono lepri, volpi, renne, caribù, buoi muschiati, foche, trichechi, uccelli, a riprova che il grado di inquinamento è tale da colpire ogni gradino della catena alimentare. E' stato accertato, per esempio, che nei volatili le sostanze chimiche passano direttamente alle uova, nel tuorlo, quindi l'embrione è esposto dalle prime fasi dello sviluppo al rischio di malformazioni. Agli effetti dell'inquinamento chimico si aggiunge il riscaldamento progressivo dell'Artico, che obbliga gli animali a doversi adattare rapidamente a nuove situazioni ambientali. Un compito difficile, che diventa quasi impossibile per animali indeboliti dalle alterazioni metaboliche dovute alle sostanze tossiche.
L'azione politica. "Il Parlamento Europeo, a fine ottobre prossimo, tornerà a decidere su "Reach", cioè Registrazione, valutazione e autorizzazione delle sostanze chimiche - sottolinea il Wwf - riteniamo indispensabile che venga approvato un testo in cui sia chiaro e netto il principio di sostituzione delle sostanze più pericolose, e la progressiva eliminazione di quelle per le quali è già disponibile un'alternativa".
Ambientalismo ed economia. L'organizzazione per la tutela della natura si appella anche al governo italiano, ponendo l'accento sulla necessità di un'azione che non ha solo fondamenti ambientalisti ma anche economici, poiché investire sulla ricerca ecologica significa anche investire in innovazione: "Il principio stabilito dall'Ue dovrà poi essere recepito dal Consiglio dei Ministri e il Wwf si augura che il governo italiano giochi un ruolo positivo in tal senso, dal momento che l'industria italiana non potrà che trarre vantaggi da una forte spinta all'innovazione".

Animali in pericolo a causa dell'inquinamento

L’estinzione degli animali non è dovuta solo alla caccia (che è un problema portatosi avanti da centinaia di anni), ma anche all’inquinamento.
Ci sono tanti tipi di inquinamento che fanno scomparire gli animali e qui sono
elencati i più importanti :
-         inquinamento atmosferico
-         effetto serra
-         inquinamento idrico
-         inquinamento luminoso
-         inquinamento elettromagnetico (provocato da cellulari, ripetitori ecc…)
-         inquinamento chimico
Tutti questi tipi di inquinamento stanno sconvolgendo la vita di quasi tutti gli animali mettendo a grave rischio la loro esistenza, anzi gli animali sono messi più in pericolo da ciò che dalla caccia che compie l’uomo da moltissimi anni.
Un dato che ci fa capire l’estinzione degli animali è stato l’improvvisa mancanza di passeri, un esempio è la Gran Bretagna dove nel 1970 si erano registrate 12milioni di coppie di passeri, mentre nel 2007 la quota è scesa a 6 milioni, quindi quasi la metà. Il dato più sconcertante è stato ricavato in Irlanda con la diminuzione del 95% di questa magnifica specie. Ciò sta portando l’ aumentare degli insetti che distruggono molte culture, i pesticidi ormai sembrano che non facciano più nulla, gli insetti si sono abituati a tutti i veleni. Si è rotto un importante equilibrio. Un altro problema è la mancanza di api. Molti sostengono che è a causa dei cellulari e dell’inquinamento elettromagnetico, ma la spiegazione più plausibile è che non ci sono più mezze stagioni, il clima è cambiato di 1,8°C.  Dal 1900 al 1995, così le api si sono trovate scombussolate, non hanno più il calendario regolare di una volta, inoltre impollinano fiori e molti fiori sono impregni di sostanze chimiche per farli crescere di più e renderli immune dagli insetti e quindi anche dalle api… In molte zone dell’Europa questo importantissimo e bellissimo insetto è scomparso tra il 20% e il 50%. In Italia si stima intorno ai 30%-40%. Gli scienziati dicono che l’uomo senza le api non avrà più di 4 anni di vita e quindi anche la specie umana si estinguerebbe. Ma non è finita: a causa dell’inquinamento marino, e dell’effetto serra i mari più freschi come i mari Europei stanno diventando tropicali, portando molti  pesci migratori come squali, moltissimi pesci in branchi e soprattutto le balene ad arenarsi su molte coste Europee, perché si aspettavano un clima freddo e invece si sono trovati un clima caldo che è mutato di poco dall’ ambiente da cui venivano. Ma non solo le balene stanno scomparendo a causa di ciò, stanno scomparendo moltissimi altri pesci come aringhe, merluzzi ecc… che finiscono sulle nostre tavole. L’eccessiva pesca avvenuta negli anni ’90 e il nostro odierno inquinamento stanno distruggendo un equilibrio importantissimo. A causa dell’effetto serra e della mancanza di acqua si stima che in Africa i Leoni siano diminuiti del 15%, facendo aumentare così i roditori che distruggono le foreste.  Non solo questi animali sono in pericolo nel mondo, perché tutti gli animali sono in pericolo, molte specie sono quasi sul punto di non ritorno. E quindi si sta rompendo un equilibrio importantissimo per tutti gli esseri viventi del pianeta Terra, provocando l’ estinzione di moltissime specie e lo scombussolamento dell’ ecosistema. L’uomo come tutti gli animali ne fa parte di questo ecosistema, e prima o poi si troverà anche lui a soccombere sotto le sue stesse mani.  Molti scienziati dicono che l’uomo è sul punto di non ritorno, e se l’uomo cessasse tutte le cose che sta facendo, specialmente l’inquinamento si troverebbe ugualmente sul punto di estinguersi come tutti gli animali. E’ come se si avesse dato un calcio a un pallone e non c’è nessuno che lo può fermare perché il pallone va fino alla fine che si ferma, e quando il “ pallone” si fermerà sarà veramente troppo tardi, tardi di circa 150 mila anni, se non milioni dicono gli scienziati. Quindi questo per far capire che anche se l’uomo la smettesse di fare quello che sta facendo non ci sarebbe più soluzione e le cose riprenderanno ad avere equilibrio da più di 1 milione di anni, con nuove specie e nuovi equilibri.  Questi dati non sono frutto dell’ immaginazione di scienziati pazzi o pessimisti, ma frutto di scienziati con anni di carriera e a mio parere pure troppo ottimisti.  Quindi ora la situazione è in mano alla gente, cosa fare? Ci sarà mai una soluzione? Oppure si darà l’irrazionale spiegazione che provvederà Dio? Il problema ce lo siamo creati e ora ne paghiamo le spese, purtroppo però ne paga tutta la Terra.

giovedì 19 gennaio 2012

Nel Pacifico l'Isola della spazzatura per l'80 per cento formata di plastica

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell'Oceano Pacifico, ha un diametro di circa 2500 chilometri è profondo 30 metri ed è composto per l'80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. "E' come se fosse un'immensa isola nel mezzo dell'Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa "isola" di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate", spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco, che è da poco tornato da un sopralluogo.
Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all'esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. L'area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci.
Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Ed è per questo che è poco conosciuta ai più. Ma proprio a causa di quel vortice l'area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante. Il materiale poi, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare la propria vita su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura su quelle della California.
In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l'80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.
Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all'anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare.
La maggior parte di questa plastica è poco biodegradabile e finisce per sminuzzarsi in particelle piccolissime che poi finiscono nello stomaco di molti animali marini portandoli alla loro morte. Quella che rimane si decomporrà solo tra centinaia di anni, provocando da qui ad allora danni alla vita marina.

mercoledì 4 gennaio 2012

Tessuti naturali: quali i vantaggi?

I vestiti che indossiamo oltre a permetterci di esprimere i molteplici lati di noi stessi in contesti sociali differenti, ricoprono la funzione base di proteggerci dal freddo, dal caldo e da possibili contaminazioni batteriche.
Fibre naturali o sintetiche? Animali o vegetali? Sono tante le scelte che deve affrontare il consumatore quando entra in un negozio di vestiti;
e poiché il materiale e la provenienza dei capi non sempre sono segnalati come prevede la legge, per realizzare un acquisto consapevole bisogna fare ordine nella giungla delle informazioni reperibili.
Dopo il cibo, l’abbigliamento è ciò con cui entriamo più a stretto contatto nella vita quotidiana; i tessuti, attraverso la pelle, rilasciano nel nostro corpo le particelle chimiche derivanti dai trattamenti industriali subiti.
La natura mette a disposizione molte materie prime che possono trasformarsi in meravigliosi tessuti con differenti caratteristiche: dalle più comuni come cotone, lino e lana, alle meno conosciute quali canapa e kapok; dalle stoffe più pregiate come cachemire e seta, a quelle più esotiche come la fibra di bambù.
Nonostante l’ampia offerta naturale il consumo di fibre sintetiche continua ad aumentare a causa del basso costo di commercializzazione, ma ci sono degli svantaggi nell’indossare usualmente abbigliamento sintetico.
Le fibre sintetiche, non permettendo la circolazione dell’aria e l’evaporazione del sudore, non lasciano “respirare la pelle”; dal punto di vista igienico un ambiente umido crea le condizioni per la proliferazione batterica. Per questo motivo gli indumenti sintetici devono essere lavati più spesso  ed è facile che le pelli più sensibili possano sviluppare allergie ai poliesteri come nylon ed acrilico.
Anche dal punto di vista strettamente tecnico i tessuti sintetici esposti ad un numero elevato di lavaggi sono soggetti ad  usura maggiore, oltre ad essere per la loro struttura chimica meno resistenti all’acqua calda. Con l’acquisto di un “vestito naturale” il consumatore potrà vestirsi con un capo resistente da poter usare negli anni e potrà sostenere direttamente le economie di produzione che rispettano il nostro corpo e l’ambiente.



La salvaguardia del patrimonio forestale

Quanto vale un bosco? Rappresenta solo il legname che è possibile ricavarne oppure porta con sé altri valori? A conclusione dell’anno internazionale per le foreste abbiamo una visione decisamente più chiara sull’argomento. Il valore delle foreste va ben oltre la semplice produzione di legname e di biomassa per il riscaldamento e la produzione di energia.
Delle foreste oggi viene studiata e valutata la capacità di fornire una grande varietà di beni e servizi che influenzano l’intero ecosistema: la salvaguardia della biodiversità, la  cattura di CO2, la regolazione delle risorse idriche, il contenimento dell’erosione, l’infiltrazione delle acque e la funzione di ritenzione.
Aumentare dunque la superficie forestale, e proteggere quella esistente, rappresenta per l’intero pianeta l’opportunità più naturale attraverso la quale creare valore in ultima analisi anche economico. E’  proprio questo che mette in luce la Conferenza “Le risorse forestali nazionali e i servizi ecosistemici. Il ruolo delle Istituzioni”, organizzata dall’ISPRA tenutasi a Roma lo  scorso 6 dicembre.
In Italia, ad esempio, è stato calcolato, sarebbero disponibili circa 9,5 milioni di ettari, quasi un terzo del territorio nazionale, per interventi di riforestazione che avrebbero il vantaggio di mettere in sicurezza il territorio contribuendo a frenare l’erosione dei suoli.
Solo 1 di questi potrebbe essere, infatti, destinato alla creazione di grandi  foreste chiuse; gli altri 8,5 sarebbero costituiti da tante piccole aree verdi sparse sul territorio nazionale e integrate in altre destinazioni d’uso del territorio, comprese quelle agricole, urbana e industriale.
Al contrario, ci ricordano gli esperti dell’Ispra presenti al convegno, “la trasformazione delle aree naturali in parcheggi e centri commerciali non fa altro che rallentare o impedire il ruscellamento delle piogge il cui deflusso viene accelerato e gli effetti diventano a volte distruttivi.
Anche a livello di riduzione dell’inquinamento atmosferico le foreste italiane giocano un ruolo chiave, immagazzinando una quantità di carbonio pari a quella che viene emessa in atmosfera in 9 anni dal nostro Paese. Al prezzo attuale d’una tonnellata di anidride carbonica sul mercato delle quote europee delle emissioni di gas-serra (circa 8 euro), la capacità fissativa delle foreste italiane avrebbe un valore di circa 520 milioni di euro l’anno.
Se non bastassero i dati economici a giustificare la necessità di un’azione urgente, ci sono da considerare anche aspetti culturali come la memoria “boschiva” profonda  presente in ciascuno di noi, ed il legame tra il godimento di boschi e foreste e il benessere individuale e culturale.
E benché la misurazione economica dei servizi culturali e di ricreazione risulta difficile, rappresenta il tentativo di assegnare un peso ad aspetti importanti per la nostra vita e per il nostro futuro, al fine di renderli tangibili a noi stessi e alle istituzioni.

Ecologia urbana: ripensare al modello per tutelare l’eco-sistema

Vi siete mai fermati a pensare alla forma che stanno prendendo le nostre città e a quanto il loro sviluppo possa essere determinante per la vita del nostro eco-sistema?
Probabilmente non siamo molto abituati a fare questo tipo di considerazioni. Ma secondo la ricerca “Time for a change: dynamic urban ecology”, pubblicata da Trends in Ecology & Evolution, le città contemporanee si stanno espandendo molto rapidamente e soprattutto in un modo spazialmente complesso e non sempre lineare.
Scopo del presente studio è quello di fornire «gli elementi essenziali di un nuovo quadro per l’ecologia urbana, che integra le caratteristiche dell’urbanizzazione contemporanea e consente così agli ecologisti di capire e intervenire nella pianificazione e nella gestione delle città», secondo le parole degli autori.
I ricercatori, infatti, ritengono che gli attuali modelli utilizzati dagli ambientalisti per valutare l’urbanizzazione guardano a questo problema in un modo «piuttosto semplificato», utilizzando ampie categorie come urbano, suburbano e rurale.
Mentre in passato le città sono cresciute lentamente ma in modo abbastanza “compatto” e secondo un modello definito ad “anelli progressivi”, ora le nostre metropoli prendono dimensioni sempre più ampie ma disperse, diventando «[…] tentacolari, in configurazioni simili a tele di ragni sulle grandi distanze, e incorporano frammenti di terreni con altri usi in un paesaggio in rapido cambiamento».
Da un punto di vista ecologico, questo tipo di espansione crea degli impatti negativi al nostro eco-sistema, causando la frammentazione e la perdita su larga scala degli habitat naturali e semi-naturali.
In Paesi come Usa ed Australia, ad esempio, l’urbanizzazione attualmente è uno dei principali fattori di perdita della biodiversità.
Uno stimolo di riflessione per gli ambientalisti "una prospettiva temporale, che consideri la frammentazione, l’uso del territorio e la storia, può fornire una conoscenza delle condizioni ambientali e dei residui valori di conservazione e, quindi, essere utilizzata per stabilire le priorità di intervento e di conservazione. Priorità che potrebbero essere, ad esempio, assegnate ai resti significativi rimasti sui territori che sono stati recentemente frammentati".

Lazio ai primi posti dell’economia verde italiana

Il Lazio, con le sue 30.240 imprese che tra il 2008 e il 2010 hanno investito in prodotti e tecnologie green, è al terzo posto nella graduatoria italiana solo dopo la Lombardia e il Veneto. Questo quanto rileva il rapporto Green Italy 2011, presentato pochi giorni fa da Unioncamere a Milano, e testimone del salto in avanti di tutta l'economia verde del nostro Paese.
Il rapporto mette in evidenza, infatti, che è l'intero tessuto economico italiano a muoversi seguendo un "filo verde" che attraversa e innova non solo i comparti tradizionalmente ambientali – come per esempio il risparmio energetico, le fonti rinnovabili o il riciclo dei rifiuti – ma anche i settori più maturi della nostra economia, perché la peculiarità della green economy italiana sta proprio nella riconversione in chiave ecosostenibile dei comparti tradizionali dell’industria italiana di punta.
Sembra essere in atto una vera rivoluzione verde: il 23,9% delle imprese italiane hanno investito in prodotti e tecnologie green e il 38% delle assunzioni programmate per l’anno in corso è per figure professionali legate alla sostenibilità. 
Altro dato positivo è che quest'onda di cambiamento attraversa il Paese da nord a sud, tanto che le prime dieci posizioni della classifica regionale per diffusione delle imprese che investono in tecnologie green, sono occupate equamente da cinque regioni settentrionali e cinque meridionali.
Claudio Gagliardi, segretario generale Unioncamere, nel suo contributo alla presentazione del rapporto Green Italy 2011, mette in evidenza come il modello italiano di green economy non sia frutto di politiche pubbliche ma il risultato di un processo bottom-up. Un processo  guidato da 6 milioni di imprese e fondato sia sullo sviluppo di settori alternativi "classici" che sulla rivitalizzazione dell'offerta economica legata al territorio e ai saperi delle PMI. La strada verde dell’industria italiana, a cui il rapporto Green Italy ha dato voce, è il “racconto collettivo” delle tante imprese protagoniste, spesso inconsapevoli, di questa riconversione "silenziosa".
Sempre Gagliardi ci offre un approfondimento nella lettura di quanto è accaduto, nei vari settori produttivi:
Conciario - Dall'emergenza ambientale all'efficienza: il 95% delle acque utilizzate nel processo viene depurato, mentre il 75% dei rifiuti viene riutilizzato all‟interno dello stesso ciclo conciario o in altre filiere.
Cartario - Ha ridotto di un terzo i consumi energetici, mentre il macero del riciclato rappresenta la prima fonte di fibre per i prodotti cartari italiani, con una percentuale del 50% sul totale delle materie prime utilizzate.
Legno e arredo - Forte crescita delle certificazioni forestali che riguardano l‟origine stessa dei prodotti in legno e sviluppo di innovazioni nel segno della sostenibilità in tutte le fasi della filiera.
Agricoltura - Boom del biologico in Italia: ottava al mondo per superficie bio e seconda in UE, maggior esportatore mondiale di prodotti bio, prima in UE per n° di imprese agricole che hanno scelto il metodo biologico.

Per approfondire: www.unioncamere.gov.it

Carta d’identità per i pini di Villa Borghese

Un check up completo per i 600 pini ultracentenari di Villa Borghese.
Questo prevede il piano deciso, e già avviato, dall’Assessorato all’Ambiente del Comune di Roma per salvaguardare gli alberi ultracentenari e garantire la sicurezza dei visitatori del famoso parco cittadino.
Ogni pino verrà “visitato” e analizzato da forestali “tree-climbers” in 30 punti diversi, dal bulbo ai rami più alti, attraverso l’impiego di uno speciale strumento che misura la densità del legno.
Al termine dei controlli ogni albero avrà la sua carta d’identità, con il numero di serie, età, circonferenza, localizzazione sul territorio e annotazioni sanitarie.
Tutte queste informazioni faranno parte dell'anagrafe delle circa 8000 piante di Villa Borghese e saranno utilizzate per stilare una graduatoria di intervento e di manutenzione.

Città italiane e nuove insicurezze urbane

L’insicurezza urbana? Non è solo quella legata alla microcriminalità o alla percezione del  rischio, ma è anche quella che viviamo in modo inconsapevole e che riguarda la vivibilità e la salute delle città, dallo smog, al traffico, ai  rifiuti, agli sprechi d’acqua, alle industrie e alle abitazioni a rischio.
I risultati del 18esimo Rapporto Ecosistema Urbano, l’annuale ricerca di Legambiente e dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia, presentati lo scorso ottobre, hanno messo in evidenza proprio questo tipo di insicurezze, di cui si parla troppo poco.
La ricerca, che ha interessato 104 città suddivise in 3 fasce in base alla loro popolosità, mette in evidenza uno scenario decisamente preoccupante e rivela che, una delle prime emergenze ambientali delle città italiane capoluogo di provincia, è quella dello smog.
Sono ancora molti i casi in cui le concentrazioni di sostanze tossiche nell'aria continuano a superare le soglie considerate pericolose per la salute umana. In particolare in circa 50 città, infatti, si rileva la presenza di aree critiche per le concentrazioni da biossido di azoto, e in  6 quelle delle polveri sottili.
Per quel che riguarda il problema della dispersione idrica sono 12 le città che continuano ad avere perdite idriche superiori al 50% (Siracusa, L’Aquila, Potenza, Catania, Grosseto, Avellino, Pescara, Trieste, Latina, Campobasso, Gorizia e  Cosenza), mentre negli altri capoluoghi le percentuali variano dall’11% di Milano al 73% di Cosenza.
Questione rifiuti: in una situazione di stallo generale, alcuni centri fanno lievi progressi, posizionandosi ai primi posti della classifica in termini di qualità urbana. È il caso del Nord est (Venezia, Bolzano, Belluno), a cui però si contrappone il caso della Sicilia che precipita in fondo alle graduatorie, sia che si parli di  grandi capoluoghi come Palermo, Messina e Catania, che di città medie come Siracusa.
La nuova impostazione della ricerca non rende possibile un confronto diretto con gli anni precedenti, ma consente di avere una fotografia sicuramente più equilibrata rispetto al passato.
Ecco allora che per le grandi città troviamo al primo posto di vivibilità Venezia, per le medie città conquista la vetta Bolzano, mentre la regina dei piccoli centri è Belluno.

Per approfondimenti: www.legambiente.it

Riscaldamenti: consigli utili per risparmiare

D’estate, quando ci basta una t-shirt ed un paio di sandali non è molto difficile essere ecologisti e risparmiare sui consumi casalinghi.
In vista dell’inverno la questione cambia molto e i riscaldamenti iniziano ad assorbire la maggior parte dei consumi domestici. 
Possiamo fare molto per risparmiare energia senza sentire freddo!

Ecco alcuni consigli:
- Tenere una stanza a una temperatura inferiore di 1° permette un risparmio energetico del 6%. Indossiamo un maglione caldo ed evitiamo di alzare il riscaldamento.
- La notte la temperatura può diminuire di 5°. Teniamo chiuse le porte degli ambienti più freddi.
- Ogni ambiente ha la sua temperatura ideale: le camere da letto intorno ai 16°, la sala da pranzo, il salotto e la camera dei bambini tra i 18° e i 21°. Il bagno può essere caldo solo al mattino e la sera. Riscaldiamo a temperature differenti le singole stanze. Con termostati elettronici possiamo controllare le temperature e con apposite valvole montate sui termosifoni possiamo gestirne l'afflusso di acqua calda.
- Arieggiare bene, ma velocemente, i locali: più volte al giorno a finestre spalancate e per pochi minuti. Avremo aria sempre fresca, ma pareti e pavimento caldi.
- Non coprire i termosifoni.
- Finestre e porte isolate male possono causare importanti perdite di calore: utilizziamo paraspifferi o guarnizioni isolanti per migliorarne la chiusura.
- Le persiane aiutano a mantenere il calore. Chiudiamole sempre nelle ore notturne.

Impronta idrica: usare l’acqua consapevolmente

Le pratiche quotidiane di risparmio idrico sono semplici da ricordare e da concepire; azioni come chiudere l’acqua quando non è necessaria, sono entrate a far parte della nostra educazione al non spreco.  Ogni persona nel suo (grande) piccolo ha modo di controllare tutti gli sprechi nelle azioni quotidiane.
Esistono però altre azioni, magari meno visibili, ma che determinano in maniera significativa l’ammontare del nostro consumo di acqua. Acquistare un capo di abbigliamento porta con sé, attraverso la tecnica di produzione, la quantità d’acqua necessaria affinché il capo venga prodotto ed arrivi sui banchi dei negozi.
A monitorare la quantità di acqua utilizzata sul nostro pianeta ci pensa il Water Footprint, ovvero “impronta idrica”: uno studio a livello mondiale che raccoglie ed analizza i tanti usi (e gli sprechi) dell’acqua.
Grazie a questo strumento è possibile conoscere precisamente la quantità d’acqua necessaria a produrre la nostra automobile, il nostro frigorifero o i nostri pantaloni.
Risparmiare acqua, quindi, non significa soltanto fare attenzione quando innaffiamo o ci laviamo. Oltre alla rete idrica pubblica, anche l’industria, l’agricoltura e il turismo sono fra i principali consumatori di acqua. Uno dei settori più “idro-dipendenti”, ad esempio, è la produzione di energia elettrica in quanto arriva a consumare il 44% sul totale dell’acqua consumata a livello mondiale.
Sempre più numerose sono le prove scientifiche che sottolineano il legame tra i cambiamenti climatici e la disponibilità di risorse idriche.
L’importanza di queste evidenze esprime l’urgenza, a livello sistemico, di favorire un uso quanto più possibile “cosciente” delle risorse idriche.
In tal senso ci fanno ben sperare i risultati di un nuovo studio relativo al risparmio idrico dell’UE: la quantità d’acqua utilizzata in Europa potrebbe essere ridotta anche del 40% grazie a nuove tecnologie per il risparmio idrico nell’industria, a migliori tecniche di irrigazione e, chiaramente, alla riduzione degli sprechi domestici. Secondo la relazione, l’acqua utilizzata a fini personali potrebbe  essere quasi dimezzata, da una media attuale di 150 litri a 80 litri al giorno.
Secondo l’ente Europeo IPCC, esperto di cambiamento climatico, negli ultimi 30 anni almeno il 17% del territorio europeo e l’11% della sua popolazione sono stati colpiti da carenza idrica, e l’accelerazione del cambiamento climatico accentuerà questa tendenza.
Pensare all’intero ciclo di vita dei prodotti che compriamo significa anche essere consapevoli della quantità di acqua reale che è stata necessaria per produrli, utilizzarli e smaltirli.
Se non troviamo metodi innovativi per utilizzarla al meglio, l’acqua è destinata a diventare “il nuovo petrolio”, con la differenza che guidare un’auto non è essenziale alla sopravvivenza, mentre bere acqua lo è; considerazione questa che ci aiuta a dare il giusto valore alle cose.

Per approfondimenti: www.waterfootprint.org

domenica 20 novembre 2011

Inquinamento acustico: incidenza inferiore solo a quello dell’aria

L’inquinamento acustico ha un’incidenza inferiore solo a quello dell’aria. Si tratta di una questione da non sottovalutare e che viene determinata da diversi fattori. A provocare rumori fastidiosi non sono soltanto le automobili, ma anche le ferrovie, gli aeroporti, le sirene delle ambulanze, i lavori eseguiti nelle strade. Un problema che riguarda tutte le città in Europa. A far riflettere sulla questione sono alcuni dati che sono stati messi in evidenza dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Viene sottolineato soprattutto il fatto che l’inquinamento acustico provoca gravi problemi di salute.
Si è calcolato che a causa dell’inquinamento acustico sono stati persi circa 1 milione di anni di vita. Una misura che ci dà l’idea di come sia importante riuscire a limitare i danni di questa forma di inquinamento. L’inquinamento acustico può essere considerato un vero e proprio nemico invisibile, in grado di causare difficoltà di apprendimento, acufeni, pressione alta e disturbi cardiovascolari. I rumori possono non rendere facile il riposo e il sonno.
Riguardo all’inquinamento acustico esistono una specifica normativa e delle sanzioni previste dalla legge. È essenziale applicare queste normative, effettuando degli appositi controlli, in modo da determinare un impatto ambientale ridotto anche da questo punto di vista. Potremmo fare rientrare tutto ciò nella definizione e nelle regole per vivere a impatto zero.
L’inquinamento acustico costituisce un aspetto rilevante della sostenibilità ambientale, nei confronti della quale occorre rivolgere il nostro impegno collettivo ecoresponsabile.

Inquinamento acustico: in pericolo i pesci

L’inquinamento acustico rappresenta un problema per i pesci dell’oceano, che sarebbero minacciati da questa forma di inquinamento provocata dall’uomo. A dare l’allarme è stata una ricerca condotta da un gruppo di studiosi inglesi, che ha preso in considerazione la Grande Barriera Corallina. Il problema sarebbe rappresentato dal fatto che i pesci si allontanano dai loro habitat naturali a causa dell’inquinamento acustico. I pesci infatti sarebbero deviati dai rumori artificiali e non riuscirebbero a seguire i suoni naturali, per orientarsi e ritrovare l’ambiente che è loro congeniale.
L’inquinamento acustico che mette in pericolo i pesci è determinato da vari fattori. Le navi, le operazioni relative alla ricerca e all’estrazione del petrolio, gli impianti eolici sono da annoverare tra le cause primarie. A causa di tutti questi elementi i pesci non sarebbero più in grado di utilizzare i suoni emessi dalle altre specie marine, per ritornare alle barriere coralline. Ecco perché la questione si pone con urgenza. La tutela ambientale dovrebbe tenere conto anche di queste forme particolari di inquinamento che interessano il mare.
I ricercatori sono giunti alla conclusione che i pesci sono in grado di memorizzare i suoni e di ricordarli nel tempo. Per questo il loro comportamento potrebbe essere sconvolto dai rumori artificiali prodotti dall’attività umana sul mare.
Puntare alla conservazione dell’ambiente vuol dire tenere conto anche di tutte queste questioni, le quali non possono essere ignorate, se si vuole procedere alla realizzazione di un vero e proprio impatto zero a livello ambientale.

sabato 29 ottobre 2011

Cina, enorme ingorgo in autostrada. 100 km di coda, in fila da nove giorni


I lavori di manutenzione sulla National Expressway 110 hanno deviato il traffico su una strada parallela dove dal 14 agosto si è formato un serpentone di macchine e Tir. Bancarelle di ogni tipo affiancano i mezzi fermi
BLOCCATI in autostrada da giorni, senza poter andare avanti o tornare indietro. Un ingorgo gigantesco sulla strada che collega Pechino a Jinin, in Tibet, che si è formato oltre una settimana fa e che non si smaltirà prima di metà settembre. Tutto è iniziato lo scorso 14 agosto quando la National Expressway 110, principale autostrada che dalla capitale porta a nord-ovest ed è normalmente utilizzata dai mezzi pesanti, è stata chiusa per lavori di manutenzione. I numerosi camion e Tir sono stati dirottati sul percorso alternativo, una strada parallela di appena due corsie che non è in grado di sopportare un traffico così intenso. Piccoli incidenti o guasti alle macchine hanno fatto il resto, e da allora è iniziato un incubo per migliaia di automobilisti, intrappolati in un serpentone di oltre cento chilometri, che ha raggiunto oggi il nono giorno di permanenza.
Secondo quanto riferisce il quotidiano statale Global Times, in molti si sono ingegnati e hanno improvvisato bancarelle di ogni tipo lungo le decine di chilometri di automobili in fila, dando vita a una micro-economia locale. I commercianti della zona hanno approfittato della situazione per vendere acqua e cibo a prezzi maggiorati, fino a quattro volte superiori, ma si trovano anche centri ricreativi che organizzano tornei di carte e piccoli concerti per ammazzare il tempo.

Affascinanti misteri. A proposito del traffico cittadino

Siamo tanti, tantissimi. E tutti hanno tanto da fare. Tragicomici paradossi del traffico cittadino. ..un esempio romano.

Roma è un immenso e ininterrotto ingorgo. Tra le ore trascorse nell'ingorgo e quelle nella ricerca del parcheggio, la gente svolge il più rapidamente possibile le faccende della vita, tipo lavorare, sposarsi, avere dei figli. Spesso queste cose si fanno anche restando sulla soglia, controllando la macchina parcheggiata in quarta fila.
L'ingorgo è tentacolare, si snoda intorno ai monumenti, si infila nei vicoli, si ingigantisce sulla tangenziale, la sua velocità di movimento è quasi sempre impercettibile, eppure piano piano, inspiegabilmente, tra ripetuti blocchi, si arriva.
L'ingorgo però non si ferma mai, anche se per qualche minuto qualcuno ne esce, lui continua a tempo pieno, alle due di notte come a mezzogiorno, alle quattro del mattino come alle otto e mezza. Dove vanno tutti quanti, a tutte le ore del giorno e della notte? Inutile chiederselo: l'importante per noi è muoverci.
Il fatto è che siamo tanti, tantissimi. E tutti abbiamo tanto da fare, a partire dai bambini che a tre anni ogni pomeriggio devono attraversare la città per andare in piscina, al campo di polo, alle lezioni di recitazione, al corso simultaneo di inglese, arabo e cinese, al coro e alle prove di free climbing.
E poi i romani lo sanno che le strade sono strette, che non ci si passa, che non c'è parcheggio, però non sanno resistere al fascino della macchinona. E così imbottigliati nel familiare ingorgo ci sono migliaia di bolidi rombanti, con il solito unico passeggero che, sentendosi molto “figo” sulla sua macchinona, sterza a destra e a sinistra, sale sui marciapiedi, uccide tre o quattro passanti e rientra nell'ingorgo una macchina dopo, avendo guadagnato un bel metro di strada tondo tondo.
Ma i romani sono felici, perché così non si annoiano, e anche perché quasi tutti preferiscono di gran lunga l'ingorgo alla terrificante idea di dover fare un metro a piedi o ancor peggio di prendere un autobus.
Ormai siamo geneticamente modificati: respiriamo benzene e polveri sottili al posto dell’ossigeno e quando andiamo in vacanza ci mettiamo in auto, tutti in fila sul lungomare per prendere il gelato a 100 metri di distanza.
Ma se provassimo a scendere?

Original post: http://www.terranauta.it/a297/l_urlo/affascinanti_misteri_a_proposito_del_traffico_cittadino.html

domenica 23 ottobre 2011

Climate change/ Un buco dell'ozono si è aperto sull'Artico come sull'Antartide

Per la prima volta nella storia, si è aperto sull'Artico un buco nello strato di ozono di dimensioni pari a tre volte la superficie della Germania. Provocato da un freddo eccezionale al Polo nord, questo buco si è spostato per un paio di settimane sopra i cieli dell'Europa dell'Est, della Russia e della Mongolia, le cui popolazioni sono state esposte a livelli elevati di raggi ultravioletti.
"Per la prima volta, la diminuzione è tale perché si possa ragionevolmente parlare di buco dell'ozono in Artico" si legge nello studio pubblicato ieri dalla rivista scientifica britannica Nature.
L'ozono, una molecola composta da tre atomi di ossigeno, si forma nella stratosfera, dove filtra i raggi ultravioletti che potenzialmente sono in grado danneggiare la vegetazione e gli esseri umani, causando in particolare tumori della pelle e cataratte.
Questo scudo naturale è regolarmente attaccato, a livello dei due Poli, in inverno e in primavera, in parte a causa dei clorofluorocarburi utilizzati dall'uomo per esempio con i sistemi di refrigerazione e con gli aerosol. Grazie al protocollo firmato nel 1985 a Montreal la produzione di Cfc è ormai quasi inesistente.
Sarebbe quindi il freddo intenso il fattore principale della distruzione dell'ozono. Normalmente il buco dell'ozono è molto più marcato al Polo Sud (Antartide) che al Polo Nord (Artico).
Original post: http://affaritaliani.libero.it/green/ozono_artico_climate04102011.html?refresh_ce

L'effetto serra e il cambiamento del clima

Fourier, un fisico e matematico francese, amico di Napoleone, aveva infatti intuito una proprietà dell’atmosfera terrestre simile a quella dei vetri di una serra. In una serra i raggi solari passano attraverso la copertura fatta di pannelli di vetro e riscaldano il suolo all’interno. Il calore, risalendo dal suolo, riscalda l’aria mentre i vetri impediscono all’aria di uscire. Tutto ciò permette alla serra di diventare un posto caldo dove le piante possono crescere e fiorire.
Nel caso del clima, il calore proveniente dal Sole viene riflesso dalla superficie terrestre e dagli oceani. Questa radiazione diretta verso lo spazio (in senso contrario a quella solare) viene in parte trattenuta dall’atmosfera, che così contribuisce ad aumentare le temperature terrestri.
A permettere questa “intercettazione”, come dimostrato a metà dell’Ottocento da un altro fisico, l’irlandese John Tyndall, è una serie di gas contenuti nell’atmosfera: trasparenti nei confronti della luce solare, i cosiddetti gas serra, sono invece opachi una volta che i raggi solari riflessi dalla Terra da luminosi si trasformano in infrarossi.
Ad agire in questo modo, a fare quindi le veci del vetro di una serra (anche se, ovviamente, in questo caso non esiste una barriera fisica alla circolazione dell’aria), sono il vapore acqueo e alcuni gas come anidride carbonica, metano, ozono, ecc. I principali componenti dell’atmosfera, invece, gas come azoto, ossigeno e argon (che rappresentano circa il 99% del sottile strato che circonda il nostro Pianeta), non hanno nessuna capacità di trattenere il calore, essendo trasparenti tanto alla radiazione solare luminosa quanto a quella non luminosa.
L’effetto serra è dunque un fenomeno naturale. Senza di esso la Terra sarebbe un posto molto più freddo di quello attuale, sul quale la vita si sarebbe difficilmente evoluta. La potenza della sola radiazione solare, infatti, non sarebbe insufficiente a sostenere la vita.
Ma da alcuni decenni gli effetti dell’azione dell’uomo hanno ingigantito questo fenomeno, dando vita ai cambiamenti climatici. Il riscaldamento della temperatura ha effetti molto gravi sugli ecosistemi, che non riescono ad adattarsi a cambiamenti così rapidi.
La combustione di fonti energetiche fossili – ovvero il carbone, il petrolio e il gas – determina infatti l'emissione di grandi quantità di anidride carbonica che si trasferiscono nell’atmosfera, che avvolgendo la Terra intrappola il calore, provocando così l’innalzamento della temperatura globale.
Molti confondono il problema dell’effetto serra con quello del buco dell’ozono: sono due fenomeni diversi, anche se hanno in comune l’attività umana come causa. L’ozono è un altro gas che forma uno strato sottile nella parte più alta dell’atmosfera. Questo strato protegge la Terra dalle dannose radiazioni ultraviolette. Viene danneggiato, al punto di scomparire del tutto in alcune aree, da alcuni gas usati come propellenti in alcune bombolette spray oppure usati nei sistemi refrigeranti e nei condizionatori (i clorofluorocarburi).

sabato 22 ottobre 2011

Ma il mare non vale una cicca?

Fino a cinque anni per smaltire un filtro di sigaretta, pochi istanti per preservare l’ambiente: “Ma il mare non vale una cicca?”.
A lanciare la provocazione e l’omonima campagna di salvaguardia dei quasi 8.000 km di coste italiane è stata, anche quest’anno, l’associazione ambientalista Marevivo, in collaborazione con JTI – Japan Tobacco International, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e del Corpo delle Capitanerie di Porto ed il supporto di SIB – Sindacato Italiano Balneari.
La scorsa estate, il 6 e 7 agosto, mille volontari guidati dall’associazione Marevivo hanno percorso in lungo e in largo – persino a bordo di gommoni – le coste italiane per offrire ai bagnanti 100.000 posacenere tascabili, lavabili e riutilizzabili, insieme ad un piccolo vademecum sui tempi di degrado in mare dei principali oggetti – lattine, bottiglie di vetro e di plastica – di uso quotidiano.
L’obiettivo della campagna, giunta al suo terzo anno consecutivo, è quello di liberare le spiagge dai rifiuti – in particolare dai mozziconi – e, soprattutto, di invitare i bagnanti ad un comportamento eco-responsabile.
Secondo una recente ricerca delle Nazioni Unite, i mozziconi sono ai primi posti nella top-ten dei rifiuti che soffocano il Mediterraneo (le cicche rappresentano il 40% dei rifiuti, contro il 9,5% delle bottiglie di plastica).
Sensibilizzare a non disperdere i mozziconi nell’ambiente vuol dire non aggiungere alle migliaia di rifiuti di vario genere – fattori di rischio per la sopravvivenza di cetacei, tartarughe, uccelli marini e pesci nei nostri mari – anche le cicche.