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domenica 21 giugno 2026

Biblioterapia educativa: raccontare con il mediatore immaginario

*La farfalla che faceva da ponte*
Laboratorio di biblioterapia educativa in sezione, scuola dell’infanzia

Quel giorno in una scuola dell’infanzia, è successo qualcosa di veramente magico che ci ha fatto volare lontano nello spazio e nel tempo, portandoci dove solo la fantasia dei bambini può arrivare.
Mentre tutti stavano giocando in giardino, una farfalla immaginaria, invisibile agli occhi, ma non al cuore puro di chi riusciva comunque a vederla, è entrata in sezione e ha lasciato dei regalini, ha fatto delle sorprese, a volte dei dispetti, poi se n’è andata con la promessa di tornare ogni volta che l’avremmo chiamata.
«Raccontate con un disegno quello che la farfalla ha fatto per voi» abbiamo proposto ai bambini che hanno subito iniziato a disegnare pieni di entusiasmo.
In questo caso abbiamo usato come trigger un mediatore immaginario, un pretesto fantastico, leggero come le ali della farfalla.
Il suo compito era uno solo, quello di aprire una piega nella realtà abbastanza grande da farci entrare tutti nel “facciamo finta che...”.
E da quella piega sono uscite tante storie, che solo un adulto disattento avrebbe potuto considerare piccole, perché in realtà erano grandi come il mondo dei bambini.
Ad esempio Barbara, una bambina di quattro anni, ha disegnato la farfalla con le ali spalancate che teneva tra le zampine un coniglietto di peluche.
«Me lo ha riportato lei» mi ha sussurrato seria.
Quel coniglietto Barbara lo aveva perso durante le vacanze, sul lungomare, quando era più piccola. Era caduto dal passeggino in mezzo alla folla e disperata lo aveva cercato con i suoi genitori per un bel po’ di tempo, ma poi gli adulti avevano chiuso la storia.
«Non c’è più» avevano detto, «dobbiamo farcene una ragione».
Per la farfalla però quella storia chiusa non era finita e così l’aveva riaperta riportando il coniglietto alla bambina, con un gesto semplice.
Quella mattina Barbara non stava solo disegnando, stava riparando, stava riscrivendo con l’inchiostro di quelle piccole ali magiche un ricordo triste che da sola non sapeva contenere.
Invece Charlotte, una bambina di cinque anni, con gli occhi australiani e il cuore diviso tra due continenti, ha disegnato la farfalla posata sulla testa di un uomo con i capelli grigi, seduto su una panchina.
«È mio nonno» ci ha spiegato con gli occhi un po’ lucidi, «mi manca un sacco, perché è rimasto a vivere in Australia e purtroppo non lo vedo quasi mai».
«La farfalla però lo vede tutti i giorni» ha poi aggiunto convinta, «gli porta i miei baci e gli racconta cosa faccio a scuola. Lui le dice sempre che mi aspetta sulla sua panchina preferita e che non vede l’ora di riabbracciarmi».
Charlotte non può volare dal nonno tutte le volte che vuole e così ha scovato nella sua fantasia una farfalla-corriere, un ponte di migliaia di chilometri fatto di baci, parole e attese, un mediatore immaginario che tiene in caldo quel legame così importante in attesa che il vuoto si colmi anche nella realtà.
Alla fine abbiamo messo insieme tutti i disegni e il risultato è stato un’antologia di micro-storie che in realtà era un’unica grande storia che raccontava chi erano quei bambini a cui nessuno aveva detto di “fare bene” o di “stare attenti”, ma solo di condividere in piena libertà le loro emozioni, come avevano fatto Barbara, riparando il passato e Charlotte, custodendo il futuro.
La farfalla, quel giorno, non ha avuto la pretesa di insegnare nulla, ha solo prestato le sue ali magiche e i bambini ci hanno appoggiato sopra ciò che avevano nel cuore.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia

venerdì 23 gennaio 2026

LE ORIGINI DEL CERCHIO MAGICO DELLE STORIE

“La lettura è quel sesto senso che va piantato, annaffiato, curato”
(Gianni Rodari)

Come “seminiamo” un po’ di magia della lettura per fare in modo che poi il resto lo faccia la voglia di narrare?
Nel corso del nostro percorso professionale come educatrici di nido, tutto è partito da un’attenta, diretta e continua osservazione sui nostri piccoli lettori in un viaggio a ritroso che ha richiesto del tempo, ma la nostra curiosità e la voglia di scoprire ciò che di bello i bambini ci insegnano, ci hanno trasmesso l'energia necessaria per andare avanti.
I bambini grandi (parliamo di 2-3 anni) ascoltano, osservano e arrivano a immergersi nelle storie, le scelgono, le sfogliano e si raccontano, ma soprattutto le narrano ai propri compagni che a loro volta sono attratti e pronti all’ascolto. Tutto ciò ci ha portate a riflettere su una domanda: visto che abbiamo tutti una storia da raccontare, come arrivano i bambini a narrare le storie?

Partiamo dallo spazio
All’interno della sezione dei piccoli abbiamo allestito un angolo morbido, uno spazio che “profumerà” di storie, caratterizzato da un grande e accogliente tappeto blu, dove abbiamo posizionato una cesta di vimini piena di libri, che aspettano solo di essere manipolati, “assaggiati”, e alla fine sfogliati…
I primi approcci (6 mesi circa)
È in questo periodo che il bambino scopre il libro. Quando il libro è alla sua portata, inizia a conoscerlo, lo passa da una mano all’altra, lo assaggia, lo mordicchia e comincia a girare le pagine avanti e indietro solo per il piacere del movimento e del rumore che provocano. Poco importa se qualche pagina verrà rovinata o stropicciata, anche questo fa parte del processo di conoscenza e di avvicinamento al libro, che per i bambini è caratterizzato da immagini grandi e riconoscibili, di tipo non narrativo perché non raccontano storie, ma piuttosto hanno illustrazioni che rispecchiano la vita reale.

Il libro diventa… ”Libro”! (6/10 mesi circa)
È in questo periodo che il libro acquista la sua vera identità, perché il bambino realizza che quell’oggetto non è un giocattolo come gli altri, ma rappresenta un mondo di curiosità e scoperte. Ora è in grado di seguire le pagine con lo sguardo, ed è attratto dalle figure grandi e colorate. Da questo momento il libro diventa l’oggetto su cui condividere l’attenzione, ed è per questo che introduciamo la “lettura guidata”, durante la quale, tenendo il bambino in braccio (ovviamente rivolto verso il libro), gli mostriamo gradualmente come sfogliarlo con calma, facendo in modo che presti attenzione alle figure, indicandole e nominandole, e poi lasciando che lui torni a giocarci.

Ora faccio io! (8/12 mesi circa)
Da questo momento, grazie all’acquisizione della posizione seduta in modo autonomo, i bambini possono avere un approccio più fisico con i libri. È a questa età, infatti, che da soli li prendono dalla cesta utilizzandoli a loro piacimento, ad esempio li possono guardare nel verso sbagliato, li girano e rigirano, saltano le pagine, li fanno cadere per poi arrivare a immergersi in un’osservazione più attenta. Tutto fa parte del percorso di scoperta, che pone le basi per lo sviluppo delle intelligenze, di cui quella narrativa è il tema principale della nostra riflessione.

Arrivano gli Albi Illustrati (12/18 mesi)
Fino a ora, abbiamo preparato le basi per fare in modo che il rapporto fra “bambini e lettura” abbia il suo naturale epilogo, cioè uno scambio interattivo e continuo attraverso il quale ascoltare una storia poi spingerà il bambino a raccontarla a sua volta.
È a questo punto che noi possiamo iniziare a raccontare loro le storie degli albi illustrati. All’inizio ovviamente saranno storie brevi per poter stimolare e via via rafforzare i tempi della loro attenzione. In questa fase giocano un ruolo importante i Neuroni Specchio, in quanto, attraverso l’imitazione, favoriscono lo sviluppo dell’empatia e la comprensione delle emozioni. È proprio questo tipo di lettura relazionale a essere particolarmente preziosa per il bambino, perché lo stimola a partecipare attivamente e a immergersi nelle “storie”.

Ce l’abbiamo fatta! Narratori si diventa!
Bruno Munari scrive: “trovare una sorpresa in un libro quando si è piccoli, conduce a ricercarla tutta la vita nei libri”.
In questo nostro viaggio a ritroso verso l’importanza della lettura prima, e della narrazione poi, siamo entrate in punta di piedi, e ne siamo uscite alla fine con gli occhi pieni di meraviglia e di soddisfazione nel vedere “chi ascolta e chi racconta”, e come tutto questo incanto arriva agli occhi di chiunque li osserva nel cerchio magico della narrazione.

Alessia Pietrini, Fabiana Casetta, educatrici del nido Il glicine, Roma Capitale

giovedì 14 marzo 2024

A scuola in compagnia delle storie dal Nido alla Primaria

È sempre motivo di grande gioia e soddisfazione, per chi ha il compito delicato e talvolta gravoso di coordinare una scuola, raggiungere obiettivi e traguardi desiderati e vedere con immenso piacere e quasi con occhi increduli, l’intero team di docenti ed educatrici intraprendere un importante percorso unitario con risultati veramente incredibili.
Quest’anno tutti e due i settori del nostro istituto scolastico San Francesco di Sales: il Polo Zerosei, con Nido e scuola dell’Infanzia, e la Scuola Primaria si sono lasciati avvolgere dal meraviglioso vortice delle storie e, in base all’età e al livello scolastico, stanno maturando percorsi di crescita davvero sbalorditivi.
Diciamo che all’origine di questo piccolo “miracolo” ci sono i nostri due carissimi amici – ormai chiamarli esperti o formatori è riduttivo, dato il rapporto di amicizia creatosi con tutto il team – Dario Amadei ed Elena Sbaraglia. In realtà la loro presenza e attività nella nostra scuola, attraverso i laboratori di narrazione e scrittura creativa, ha vent’anni di vita, senza interruzioni, come abbiamo narrato nel libro scritto insieme A scuola di storie ed è bellissimo pensare che, allo scadere di questo ventennale, ci sia stata un’immensa fioritura, che si è estesa a tutta la scuola. Finora solo un paio di classi della Scuola Primaria si erano impegnate a fare, anno dopo anno, questa bellissima esperienza con Dario ed Elena. Nel settembre 2022, con l’inaugurazione del Polo Zerosei, ecco arrivare la svolta: l’attuazione di un corso di formazione sulla bibliolettura interattiva e narrazione emotiva (metodo BiNe) per le educatrici e docenti del Polo Zerosei. L’intento era quello di offrire loro principi e strumenti adeguati a porgere le storie ai propri bambini, stimolandone l’interesse, facendo maturare in loro la capacità di ascoltare, ma anche mettersi in ascolto del loro raccontarsi attraverso le storie. A distanza di un anno, nel settembre 2023, il corso di formazione è stato programmato per tutto il personale della scuola, inizialmente il primo livello per la Primaria e successivamente il secondo livello per tutti.
Fin dall’inizio è stato evidente l’interesse e il coinvolgimento dell’intero team che, dopo aver seguito con attenzione Dario ed Elena e la ricchezza dei contenuti che ci offrivano, si è messo in gioco impegnandosi in un enorme cerchio magico. Ne è nata una storia, iniziata con l’incipit suggerito da Dario stesso e proseguita con le idee che fluivano, come una cascata zampillante, dal cassetto della fantasia di ciascuno, nel rispetto della tecnica “step by step” appena appresa. La storia della maestra Samantha è diventata poi un racconto che ogni insegnante ha portato nella propria classe o sezione, accolto dai bambini che lo hanno personalizzato, concluso in modi diversi, rappresentato in sequenze con bellissimi disegni, alcuni hanno cercato e portato a scuola gli oggetti che facevano parte della storia. Si sono attivati veri e propri percorsi educativi, emozionali e didattici, condivisi alla fine con i genitori, classe per classe. 
Questa è stata la partenza della nostra avventura con le storie, proseguita poi in ogni settore della scuola con modalità diverse. Per i piccoli del Nido 12-14 e 24-36 mesi l’appuntamento quotidiano con le storie è il momento in cui vengono completamente rapiti dal racconto, dal coinvolgimento fisico ed emotivo che ne scaturisce e questo grazie anche alla capacità delle educatrici di accompagnare la narrazione con diverse intonazioni di voce, la mimica facciale, i movimenti, il sottofondo musicale. È meraviglioso osservare i bambini che ascoltano una storia, mi fanno pensare a una nidiata di uccellini col becco spalancato in attesa di essere imbeccati dalla mamma. Hanno un’espressione attenta e concentrata con gli occhioni grandi grandi che fissano l’educatrice-narratrice e le bocche aperte.





I bambini della Scuola dell’Infanzia, un po’ più grandi, non solo ascoltano le storie che la maestra racconta, le rappresentano con i disegni, a volte le drammatizzano, ma ne costruiscono tante loro stessi, con la sapiente guida dell’insegnante, nel rispetto della tecnica “step by step”.
C’è poi da aggiungere anche che, diventati Polo Zerosei bilingue, ogni giorno alcune piccole storie vengono raccontate anche in lingua inglese e i bambini le apprezzano molto.
Per quanto riguarda la Scuola Primaria, la nostra più grande soddisfazione è che, classe dopo classe, tutte hanno vissuto la bellissima esperienza del laboratorio narrativo con la tecnica “step by step”, guidati da Dario ed Elena. Anzi, la cosa molto bella è che si sono inseriti nel nostro progetto annuale, verticale e multidisciplinare, sul tema “La natura è bellezza”. Dopo aver trattato negli anni scorsi la natura da tanti punti di vista, quest’anno abbiamo puntato all’aspetto della bellezza e alle sensazioni ed emozioni che proviamo davanti a tanti spettacoli della natura. Abbiamo conosciuto persone che amano rappresentare con colori e pennelli non solo quello che vedono con gli occhi, ma soprattutto quello che vedono col cuore ed ecco dedicarci alla scoperta della natura attraverso i dipinti di grandi pittori. Quadri di impressionisti francesi e non solo sono passati sotto i nostri occhi, esaminati nei particolari, riprodotti dalle mani dei piccoli pittori in erba. Dario ed Elena nei laboratori ogni volta hanno proposto un quadro che, proiettato sul monitor interattivo, ha avuto la funzione di trigger e di lì è partita la storia. Sono racconti meravigliosi, che fanno toccare con mano come la fantasia dei bambini sia infinitamente più ricca di quella di noi adulti. Sono anche racconti che rivelano non solo una buona abilità nello scrivere, ma anche capacità di problem solving e di lavorare in gruppo, confrontandosi, ricercando insieme le parole più adeguate, rispettando e valorizzando le idee dei compagni. 

Che dire? Stiamo toccando con mano ogni giorno che “l’interazione che la narrazione creativa genera fa sperimentare ai bambini un senso di efficacia personale e di piacere, perché li fa sentire riconosciuti e confermati. La narrazione aiuta a riflettere, a produrre idee e a identificarsi con l’altro”. (Amadei D. e Sbaraglia E., Nati per raccontare, Roma, Castelvecchi Ed. 2020, pag. 22).
La coordinatrice Suor Mariapaola Campanella

mercoledì 5 aprile 2023

Tutti intorno a una storia

Una delle esperienze più soddisfacenti che la nostra scuola propone periodicamente alle famiglie dei bambini del Polo Zerosei è quella di dedicare uno spazio di tempo pomeridiano ai bambini e ai genitori, che inizia sempre col racconto di una storia da parte delle insegnanti ed educatrici e prosegue poi con un laboratorio in cui si propone un’attività legata alla storia che coinvolgerà bambini e genitori, mentre le maestre svolgono la funzione di facilitatrici.
Per i bambini del Nido 12-24 e 24-36 mesi gli appuntamenti fissi sono il Natale, la festa del papà e quella della mamma, quest’anno anche il carnevale. Alla Scuola dell’Infanzia abbiamo introdotto il “Primaveralab”, ovvero un bel laboratorio che ha come tema la primavera e anche la Pasqua, sempre molto vicina.
Si parte sempre raccontando una storia, scegliendone insieme ai bambini una che a loro piace particolarmente e si condivide con i genitori, raccontandola anche a loro.
Le storie sono fondamentali, accompagnano l’uomo fin dall’inizio della sua esistenza, veicolano emozioni e sentimenti, spingendoci a tirarle fuori dal più profondo di noi stessi. A scuola non possono mancare!
Osservando le reazioni dei bambini durante questi pomeriggi non possiamo fare a meno di notare la loro eccitazione, motivata dalla presenza dei loro genitori e dall’idea di poter fare qualcosa insieme a loro a scuola, condividendo con loro gli spazi scolastici che essi “abitano” ogni giorno. Si crea sempre un clima molto particolare: da una parte i genitori con gli occhi luccicanti per l’emozione e incuriositi nel vedere le azioni e reazioni dei loro figli nel contesto scolastico, le interazioni tra loro e con le maestre ed educatrici; dall’altra i bambini che non si tengono dalla gioia, che vogliono mostrare a mamma e papà di che cosa sono capaci e qualche volta i più vivaci danno prova delle loro miglior “prestazioni”. Tutti insieme in ascolto della stessa storia, tutti insieme in un turbinio di emozioni…
È di fondamentale importanza per ogni bambino poter percepire che c’è qualcuno fuori lui, proprio la sua mamma o il suo papà, che percepisce la sua stessa stessa emozione e che, perciò, sa comprendere e condividere la sua esperienza.
Nei tre “Primaveralab” – uno per ogni sezione della scuola dell’Infanzia – di pochi giorni fa si è trattato di un vero e proprio percorso in tappe successive: il punto di partenza è stato il racconto della storia e il susseguirsi “a pioggia” degli interventi dei bambini, ognuno con le sue esperienze, emozioni e racconti di momenti vissuti, poi le riflessioni insieme con le maestre.
A questo primo, intenso momento è seguito quello della rappresentazione grafico-pittorica della storia, in sequenze, su tavole di cartoncino, che poi venivano mostrate, volta per volta, durante il racconto ai genitori; infine l’attività laboratoriale, in tema con la storia, che prevedeva caccia alle uova (di polistirolo) da trovare e poi dipingere oppure campanelle e colombe pasquali da ritagliare, colorare e…far volare, legate a una cannuccia e a un filo e molto altro.

Ma il bello non scaturiva tanto da ciò che si stava facendo, quanto dal clima e dall’aria “di famiglia” che si respirava. Guardandomi intorno osservavo compiaciuta tutto ciò, mi aggiravo tra i tavoli col cellulare sempre in modalità “foto”, pronta a cogliere e immortalare in uno scatto – in realtà decine e decine di scatti - gli evidenti segnali di gioia e di complicità sui volti dei bambini, delle mamme e dei papà e riflettevo…
Pensavo che si parla e si scrive tanto – e giustamente - di alleanza educativa, di rapporti scuola-famiglia, di corresponsabilità educativa…perché non partire dalle storie?
Le storie hanno il potere di captare la nostra attenzione, di metterci in ascolto dell’altro, di cogliere le sue emozioni ed esprimere le nostre, di condividere momenti della nostra vita.
Le storie hanno il potere di unire chi racconta e chi ascolta e proprio di qui può partire una costruttiva alleanza!
Suor Mariapaola Campanella, direttrice dell'Istituto San Francesco di Sales, Roma

giovedì 9 giugno 2022

Bibliolettura interattiva al nido, con Ilaria si può

Salve a tutti, sono Ilaria e sono un’educatrice e sono qui per raccontare una storia…
In questa storia non ci sono principi con il cavallo bianco, draghi da sconfiggere e principesse da salvare, lupi neri dagli occhi gialli o animali parlanti che costruiscono case… ma ci sono i libri con tutti i loro personaggi veri o immaginari e il potente messaggio comunicativo, formativo ed emotivo che riescono a tirare fuori da ognuno di noi sfogliando quelle semplici pagine di carta ed inchiostro.
Quando ero piccola io, non ho avuto la fortuna di apprezzare la lettura resami un’attività dovuta per esigenze puramente scolastiche e vissuta da me con angoscia e ansia.
Poi all’Università, forse proprio per esorcizzare questa mia paura inculcata, ho scelto quattro semestralità di Letteratura per l’infanzia che mi hanno aiutato ad iniziare ad avere un approccio positivo al libro e alla varietà di testi più indicati da proporre alle varie fasce di età e questo mi è servito moltissimo nel mio lavoro al nido con i bambini.
E soprattutto ho cominciato ad avere piacere di leggere anch’io!!!
Non solo testi per la formazione professionale ma anche libri dove potessi trovare qualcosa di me e immergermi dentro quelle storie. Man mano che sfogliavo le pagine diventavano un po’ i miei vissuti, la mia storia…
Poi quest’anno, in occasione di un Corso di Formazione con Elena e Dario ho avuto il piacere di leggere il loro libro “Nati per Raccontare" che mi ha permesso di aggiungere un tassello in più alla mia storia.
Leggere ai bambini è un’attività che da sempre fa parte delle routines giornaliere al nido (e spero anche a casa).
Si creano momenti di lettura durante la mattinata, in piccolo gruppo, si legge prima del sonno e da quest’anno (grazie al Corso sull’Outdoor Education) si legge anche in giardino sotto l’albero.
Ci sono i libri “preziosi" quelli letti dalle educatrici e ci sono ceste o piccole librerie con i libri a portata di bambino per dare loro la possibilità di usufruirne autonomamente.
Sì, al nido si legge.
Ma non sarebbe meglio RACCONTARE???
La mia storia è proprio questa!!!
Quest’anno sono nella sezione medi una sezione in cui la fascia di età è molto variegata (1-2 anni).
Ho provato ad elaborare tutte le esperienze passate e recenti e a canalizzarle su alcuni punti chiave.
Dopo un’attenta osservazione ho selezionato alcuni testi che mostravano suscitare nei bambini un forte interesse.
Tra questi c’è sicuramente la favola di Cappuccetto Rosso.
Ho sentito alcuni (anche colleghe ahimè!!!) dire che Cappuccetto Rosso è una favola troppo cruenta e che non fa bene raccontarla ai bambini.
Forse queste persone non hanno mai avuto il piacere di leggere il saggio Il Mondo Incantato di Bruno Bettelheim!!!
La sua analisi psicoanalitica delle fiabe classiche potrebbe non trovare in tutti consensi, ma il fatto che le favole abbiano un linguaggio semplice e quindi sono di facile comprensione, che sono scritte nel linguaggio della fantasia che è lo stesso del bambino, che stimolano l’immaginazione e che attraverso i loro personaggi e le loro storie esercitano un forte impatto emotivo e formativo sui piccoli a tutti i livelli di personalità, questo glielo si deve riconoscere!!!
E lo dimostra il fatto che queste favole sono state tramandate di generazioni in generazione: i nostri nonni le hanno lette ai nostri genitori, i nostri genitori a noi e noi oggi ai nostri figli…
Ecco, continuiamo a tramandare storie!!!
C’è un momento della giornata in cui chiedo ai bambini se vogliono venire a leggere un libro.
Preferisco, vista l’età dei bambini, selezionare non più di 3/4 libri e leggerli per un certo periodo.
Ho notato che nel corso del tempo ho cominciato ad avere un gruppo di piccoli auditori sempre più vasto!!!
Li faccio sedere di fronte a me e chiedo loro che libro vogliono che racconti.
Lo prendo, faccio vedere loro l’anteprima e accolgo le loro prime reazioni: “È Cappuccetto Rosso", “Lupo Lupo!!!”, “È Cocco!!! Gnam", “Mamma Gufa!!!”…
Poi comincio a raccontare…
Il mio sguardo è rivolto sempre a bambini mentre le mie mani sfogliano le pagine per dare loro il supporto delle immagini che man mano seguono l’evolversi della storia.
Il tono di voce è modulato in base all’intensità dei momenti che caratterizzano la storia.
Se durante il racconto viene posta una domanda o un’esclamazione mi interrompo e accolgo il feedback in modo semplice anche solo ripetendo quell’esclamazione o rispondendo in modo chiaro alla domanda “È il lupo?” “Sì sì, è proprio il lupo”. “Nooo non è la sua mamma!!!” “Eh sì Cocco ha morso, ha fatto male!!!”
Quante reazioni si riescono ad intravedere e quante emozioni vengono tirate fuori e che traspaiono dai loro occhi e che finalmente riesco anch’io a vedere raccontando le storie e non semplicemente leggendole!!!
Con il tempo, quando i bambini sono entrati in confidenza con le storie, soprattutto i più grandi partecipano al racconto. Nel raccontare le favole cerco di usare sempre le stesse frasi e parole così che i bambini ne abbiano memoria.
L’altro giorno raccontando Cappuccetto Rosso ho dimenticato di dire il “toc toc” del lupo che bussa alla porta della nonna, ma fortunatamente c’erano loro che l’hanno detto per me!!!
È successo anche che finita la storia qualcuno mi ha chiesto: “E il lupo???”
Pochi secondi per rispondere… poi ho replicato io: “Eh già... E il lupo???”
Le risposte sono state: “È scappato via…” “Sta facendo la ninna.”
E allora ti rendi conto che sì, la Bibliolettura interattiva può essere sperimentata anche al nido!!!
Molto interessante è stato anche osservare che alcuni bambini, se dato loro il libro in un momento tranquillo, si raccontano la storia da soli, bisbigliando mentre sfogliano le pagine.
Queste osservazioni mi portano a credere e a sperare che già dal nido, magari nella sezione dei più grandi, non solo si può far approcciare i bambini alla lettura ma si può dar loro modo di leggersi attraverso la lettura e di raccontarsi attraverso di essa.
Questo è molto importante, perché, in questo mondo, i nativi digitali non solo sapranno apprezzare un libro, ma sapranno trarne da esso benefici sia a livello personale che sociale, perché le storie quelle vere o quelle immaginarie si tramandano davvero solo raccontandole!!!
Ilaria Dalmastri, educatrice

martedì 27 aprile 2021

Schegge di Nati per raccontare: Ascoltare le storie in dialogo con Chiara Pugliese

Chiara Pugliese racconta libri, li legge, parla con chi li ha scritti, alternando alla sua voce quella di scrittori e lettori che vengono ospitati nella sua Radio Blog

La voce delle storie... per rivedere la puntata vai sulla pagina di Nati per raccontare o, se non hai facebook, clicca qui



giovedì 17 dicembre 2020

Schegge di Nati per raccontare: La via della cura in dialogo con MariaGiovanna Luini

Quegli incontri speciali che aprono alla meraviglia... Iniziate a percorrere la vostra via della cura, accendete la vostra fiamma vitale.
Per rivedere la puntata vai sulla pagina di Nati per raccontare o, se non hai facebook, clicca qui



martedì 4 agosto 2020

Si parla di Nati per raccontare

L'ANGOLO DELLA LIBROTERAPIA (dalla pagina Il profumo delle pagine dei libri)
Buonasera a tutti, dopo un mese di vacanza, torna la nostra rubrica che vi da appuntamento ogni primo lunedì del mese per un libro "terapeutico".
Oggi vi propongo un saggio, che vi darà a 360° gradi il senso di ciò che intendo quando dico che un libro è "terapeutico".
di Dario Amadei e Elena Sbaraglia
Un libro che vi condurrà lungo un sorprendente viaggio, dalla narrazione creativa alla biblioterapia.
Passando attraverso l'arte del narrare, vi farà conoscere l'immenso potere della lettura approdando nella vera essenza dei libri.
Una conoscenza importante per chi ama leggere, che cambierà radicalmente il vostro approccio alla lettura.
"Secondo noi ci sono due modi di leggere i libri: seguire lo svolgimento della storia dalla prima all'ultima pagina per arrivare a conoscere il finale, oppure soffermarsi ad aprire tutte quelle porticine che lo scrittore dissemina lungo il percorso. E dietro ad ogni porticina ci può essere un consiglio da seguire, una lacrima da asciugare, o un sorriso da far brillare e dobbiamo sempre essere consapevoli che, se ci abbandoniamo al loro potere, i libri sono come una sorgente di acqua purissima a cui abbeverarsi per non dimenticare che la lettura è libertà". p. 55.
Buona lettura estiva!
dr.ssa Luana De Quattro, terapeuta familiare

giovedì 23 luglio 2020

Schegge di nati per raccontare: le artiterapie in dialogo con Viviana Rubichi

L'ottavo appuntamento della rubrica "Schegge di Nati per raccontare" è stato con Viviana Rubichi per conoscere l'importanza delle artiterapie.
Viviana Rubichi, docente presso l'università degli studi Guglielmo Marconi, è una nata per raccontare che ci farà scoprire le storie meravigliose e benefiche che si possono raccontare con le immagini.

giovedì 16 luglio 2020

Schegge di Nati per raccontare: PerCorsi sensoriali in dialogo con Michela Zanarella

Il settimo appuntamento della rubrica "Schegge di Nati per raccontare" è stato con Michela Zanarella e i suoi PerCorsi sensoriali.
Michela Zanaralla è una nata per raccontare sensibile e attenta che attraverso i suoi incantevoli versi racconta di emozioni e di vita.

giovedì 9 luglio 2020

Schegge di Nati per raccontare

Schegge di Nati per raccontare, una nuova rubrica in diretta facebook riservata a tutti i nati per raccontare





Rivedi la puntata su L'insostenibile leggerezza del comunicare con Ludovica Valori


Per vedere le altre puntate clicca qui

domenica 7 giugno 2020

Finalmente è arrivata la primavera di Francesca Romana Giannetti

Finalmente è arrivata la primavera, gli uccellini cantano, il sole splende, i fiori sbocciano e il cielo è sempre più blu, la tempesta si è placata. Io, in questa quarantena, ho riscoperto molte cose, tra cui la "pace" e la mia fanciulezza spesso negata. Ho approfondito molte cose stando in casa da sola con la mia famiglia, innanzitutto che non mi devo far mettere in difficoltà da chi fa la voce grossa, perché sono troppo educata, poi che la vita è una e non te la ridà più nessuno, infine non devo aver paura delle persone che si arrabbiano o si offendono, ho formulato il mio motto: "non mi importa, se qualcosa mi infastidisce lo dico". Ho appurato che non devo permettere agli altri di trattarmi come fossi da meno di loro solo perché ho delle piccole difficoltà motorie.
Le persone possono arrivare in alto benissimo, anche io ci posso arrivare con quattro cose: determinazione, volontà, sapienza e scaltrezza. Perché come dice Corman McCartney (scrittore e drammaturgo statunitense) "è così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai". In questa quarantena ho imparato a studiare meglio di prima, grazie a mia madre e alla prof Carlini che mi hanno seguito costantemente. Ho scoperto delle qualità che non sapevo di avere grazie a me stessa, ad esempio con la tesina per l'esame di stato della terza media che sto prepando con entusiasmo e serietà, l'unico mio vero dispiacere è per matematica, dove ero arrivata in alto solo con qualche ripetizione, ma purtroppo per me ora non è più possibile farle. Non ho molta paura del virus, perché per prima cosa basta semplicemente seguire le regole costantemente, senza mai arrendersi e seconda cosa mi sono creata una teoria, cioè covid 19 è venuto al mondo per tentare di aiutarci e riallacciare la vita con l'amore facendoci stare in casa. E quindi stando dentro la propria abitazione si possono scoprire nuovi hobby o potenzialità, ad esempio ho scoperto che fare arte mi aiuta molto a scaricare e trasmettere le mie emozioni. Spero che anche altre persone si siano fermate un attimo a pensare a quanto sia bella la vita in armonia, anziché con i nostri piccoli egoismi, violenze e guerre, perché come diceva Martin Luther King "abbiamo imparato a volare come uccelli, a nuotare come pesci, ma non abbiamo imparato l'arte di vivere come fratelli".
Francesca Romana Giannetti

giovedì 28 maggio 2020

Nati per raccontare: l'approccio Lok


Mi chiamo Filomena Lok, ho 26 anni e sono, senza dubbi, una #nataperraccontare. Lettrice accanita e inguaribile ricercatrice di storie sin dalla prima infanzia (ogni notte supplicavo mamma e papà di inventare qualche storiella, ricattandoli, in caso contrario, di non andare a nanna), a 18 anni ho scoperto il meraviglioso mondo Magic BlueRay, grazie ad un regalo molto speciale da parte di un mio caro zio: il Corso di Scrittura Creativa Step by Step. Avanzando nella mia intrigante storia d’amore con libri, storie e parole, decido di intraprendere un percorso universitario che possa coniugarsi in qualche modo con questa mia indole innata. E allora perché non allargare gli orizzonti ed esplorare gli universi linguistici di altre lingue? Ecco. La Facoltà di Lingue, Letterature Straniere e Traduzione, è ciò che fa per me. Dalla Triennale alla Magistrale, i miei studi proseguono brillantemente: ogni giorno scopro qualcosa di entusiasmante, e la lingua mi seduce, mi ispira, tremendamente fascinosa, con i suoi universi inesplorati, le sue inafferrabili sfaccettature. Guardandomi attorno però, mi accorgo all’improvviso che c’è qualcosa che non va. Come mai altri studenti, colleghi, amici non se la spassano come me? Questo interrogativo diventa ancora più incombente, quando inizio la mia esperienza da insegnante. Comincio a notare che i miei alunni rabbrividiscono davanti alla parola grammatica; entrano in crisi perché non ricordano cosa abbinare alle etichette passato remoto, simple past, pretérito indefinido, pluscuamperfecto, present perfect, futuro anteriore, e così via. Mi guardano disorientati, e a tratti terrorizzati quando chiedo loro -come si racconta una storia in italiano-? Il generale sconfortante mal di lingua che mi circonda inizia a preoccuparmi, attanaglia la mia mente, irrompe nei miei sonni e nei miei sogni. Com’è possibile? Poi, all’improvviso, l'epifania. 
Stavo approfondendo alcuni risultati della mia tesi di ricerca sui Segnali Discorsivi nel parlato spontaneo Italiano e Spagnolo, quando ad un tratto mi accorgo che la risposta era in quelle righe. Gli studi sostengono che questi item linguistici sono incontrollabili e inconsapevoli; ma i miei dati parlavano chiaro: i parlanti sono in grado di usarli sistematicamente per realizzare effetti stilistici o soddisfare esigenze socio-interazionali. Mostrano cioè, di saperli usare con consapevolezza. Consapevolezza metalinguistica. Ecco, questa è la risposta che cercavo. 
La strumentalizzazione dell’apprendimento delle lingue a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni oscura e annienta gli aspetti piacevoli e motivanti di questa incredibile avventura. Quante volte ascoltiamo osservazioni come “Eh ormai senza l’inglese, non si fa più niente”, “Eh ora, se non sai almeno due lingue straniere, non sei nessuno”. Le esigenze esterne legate al mondo lavorativo e scolastico, dipingono le lingue straniere come “cose che bisogna sapere” per adempire requisiti, per ottimizzare il curriculum, per accumulare punti in graduatoria. “Devo studiare inglese o spagnolo perché devo prendere la certificazione, superare l’esame, non farmi rimandare, andare bene alla verifica.”, sono le risposte dei miei alunni al “quiz di ingresso”. In questa ottica gli apprendenti di tutte le età vivono l’esperienza di imparare una lingua, come la meccanica acquisizione (il più delle volte memoriale) di pacchetti di conoscenza pre-confezionati, senza i quali non sono conformi alle richieste esterne. È indubbio che la competenza poliglotta oggigiorno sia estremamente necessaria, ma questa visione “utilitaristica” è il primo grande ostacolo ad esperienze di apprendimento serene, rilassate e soprattutto comunicativamente di successo. Da qui nasce l’idea dell’Approccio Lok. Accanto alla motivazione proveniente dagli obiettivi esterni (o per utilizzare un tecnicismo della scuola psico-pedagogica, estrinseci), risvegliare negli apprendenti il piccolo innato linguista che giace assopito, in attesa di essere sollecitato. 
Gli studi sul plurilinguismo e l’inter-comprensione, suggeriscono che la lingua madre è il primo e più potente strumento che possediamo per imparare altre lingue, al contrario della tendenza cosiddetta nativespeakerism, che impone un distacco innaturale dalla propria lingua di partenza per raggiungere il livello ideale di competenza del parlante nativo. Il primo passo per imparare una lingua straniera è conoscere la propria lingua, in profondità. Come? Attraverso la consapevolezza metalinguistica: osservare l’uso della lingua, esplorare, andare oltre la superficie linguistica e scoprire come le parole si collegano tra di loro, e come queste relazioni, a loro volta, trovano il loro perché nel mondo circostante. Da qui muoversi in seguito verso la lingua che vogliamo imparare, creare un dialogo tra le due, sorprendersi di fronte alle differenze, incuriosirsi dinanzi alle analogie, riflettere criticamente. Non si può pretendere di imparare un’altra lingua, se facciamo un uso inconsapevole e totalmente meccanicistico della nostra. 
Arrivati a questo punto, la mia storia di insegnante e linguista si ricongiunge con quella da #nataperraccontare. Quale terreno migliore per approcciarsi alla metariflessione linguistica se non la scrittura creativa, visto che il 90% della nostra esperienza quotidiana linguistica è fatto di “racconti”? Attraverso la tecnica Step by Step di Dario Amadei, come ho sperimentato io stessa, gli apprendenti imparano a padroneggiare i processi della narrazione; allo stesso tempo, con l’Approccio Lok sono guidati nell’esplorazione consapevole dei mezzi linguistici che usano per percorrere la rampa. Risvegliano, lentamente il linguista assopito che attende impaziente. Parallelamente, procedono alla stesura di un racconto in inglese o spagnolo, mettendo in gioco le risorse riscoperte e riattivate e consolidando così i mezzi linguistici della comunicazione narrativa anche in lingua straniera. In questo modo, stimolando la creatività, la competenza interlinguistica si potenzia, e imparare una lingua diventa un’avventura tutta da scoprire e… raccontare!
Filomena Lok Locantore

lunedì 20 aprile 2020

Il potere delle conversazioni nei primi anni di vita

Chi ci conosce e segue da anni, sa quanto la scelta di intitolare il nostro libro Nati per raccontare non sia affatto casuale, perché senza alcun dubbio, crediamo da sempre nell'immenso potere della narrazione orale. Non solo, siamo sempre stati fermamente convinti che raccontare sia un'esigenza primaria di fondamentale importanza per lo sviluppo della persona. Pertanto, stimolando precocemente il pensiero narrativo nei bambini, si potenzia anche il loro pensiero logico e quello critico, come ci insegna la neuroeducazione che negli ultimi anni sta svolgendo un ruolo importantissimo in pedagogia. 
La neuroscienziata e pediatra Kimberly Noble definisce ambiente linguistico di una famiglia il numero di parole ascoltate dai bambini e il numero delle conversazioni a cui partecipano ogni giorno e ritiene che questa sia per loro l'esperienza più utile a sviluppare il connettoma e a migliorare la capacità di apprendimento. Secondo la Noble, nei primi anni di vita, i bambini avvantaggiati ascoltano in media trenta milioni di parole in più rispetto ai loro coetanei svantaggiati. I bambini, sollecitati da conversazioni attive, tendono ad avere una maggiore estensione delle aree responsabili delle abilità linguistiche e di lettura. È importantissimo, quindi, facilitarli alle conversazioni piuttosto che al solo ascolto. 
L'economista Irene Tinagli dice che il maggior divario cognitivo si ha nella fascia di età al di sotto dei cinque anni; è in questa fase che i bambini iniziano ad apprendere parole e linguaggi, a sviluppare e “organizzare” le attività cerebrali e cognitive e, soprattutto, a interagire col mondo esterno, acquisire socialità, curiosità e sicurezza in sé stessi. Ed è in questo periodo che il background familiare e le scelte educative fanno la differenza... Se dalle università escono il 15% di professionisti, dall’infanzia esce il 100% del nostro futuro. 
In Spiriti animali, Akerlof e Shiller scrivono: «La mente umana è progettata per pensare in termini narrativi: sequenze di eventi con una logica e una dinamica interna che ci appaiono come un’unità di senso compiuto. [...] La conversazione umana, come sottolineavano Schank e Abelson, tende ad assumere la forma di racconto reciproco». È capitato a tutti: quando una persona sta raccontando una storia, l’altra che ascolta pensa a una storia correlata che racconterà a sua volta e si innescherà così uno scambio di storie tra i due interlocutori, come se stessero giocando una partita di tennis. Solo in apparenza casuali, queste narrazioni reciproche, in realtà, rinforzano e sono centrali per l’intelligenza, perché hanno il potere di animare l’azione umana. Capita più spesso di quanto si pensi e a volte in maniera involontaria, di zittire i bambini nel momento in cui vogliono entrare nella conversazione con un adulto che sta parlando e questo è un errore che può causare grandi inibizioni nel bambino che possono rimanere salde nei suoi comportamenti futuri. Un esempio per noi molto bello da riferire è quando, nei nostri laboratori scolastici paragoniamo, la narrazione alla discesa lungo una scala molto ripida e i bambini, in seguito a questo stimolo, iniziano spontaneamente a raccontare le loro esperienze di scale molto ripide in una maniera meravigliosamente inarrestabile. Fermare queste conversazioni sarebbe catastrofico, non solo per la riuscita del laboratorio, ma soprattutto per l'autostima e la fiducia che i bambini in questi momenti stanno sperimentando. Purtroppo abbiamo assistito a tante situazioni, anche durante presentazioni di libri, in cui gli adulti stoppano sul nascere il dialogo che un bambino vorrebbe iniziare e su questo auspichiamo davvero un'attenzione maggiore da parte di tutti. 
Nel capitolo di Nati per raccontare che abbiamo dedicato all'educazione attraverso la narrazione, si può leggere che l’intelletto dei bambini, stimolato precocemente attraverso dalle storie, diventa più vivace e inoltre educare al racconto potenzia la personalità e genera apertura mentale. I rapporti interpersonali in ambito familiare, scolastico, professionale e sociale migliorano grazie a una narrazione condivisa che riesce a interpretare i sentimenti, i valori, i bisogni reciproci e ad attivare la fiducia, un elemento essenziale nella costruzione del proprio sé e nella percezione dell’altro. Dare fiducia alle narrazioni che ispirano renderà il mondo migliore. 
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

*Nati per raccontare, Castelvecchi editore, 2020

sabato 18 aprile 2020

Sentirsi parte di una comunità durante e dopo l'emergenza

Tra il dolore per la solitudine, l'inimmaginato che è diventato realtà e il coraggio di guardare oltre, questa emergenza mondiale che stiamo vivendo ha sicuramente messo l'accento su un dato innegabile, cioè quello del senso di appartenenza, che forse è la risposta che serve alle incertezze che si vivono nel privato e nel lavoro. Abbiamo sempre fatto parte di una comunità, ma in questo periodo la sentiamo fortemente nostra perché psicologicamente ci sostiene. In questo preciso momento storico, siamo una grande famiglia allargata, perché il singolo individuo percepisce di essere maggiormente esposto al pericolo ed invece nella comunità sente di potersi esprimere in obiettivi condivisi e di poter contare su una solidarietà spontanea. In questo particolare momento storico, l'identità comunitaria non si crea con il contatto fisico, ma virtuale e questo basta, perché come diceva lo psicologo Seymour Sarason è la percezione della similarità con gli altri che fa sentire di appartenere ad una struttura affidabile in cui riconoscersi. Ed è così che assistiamo a case editrici che adottano librerie, ad industrie della moda che riconvertono la loro produzione, a professionisti che mettono a disposizione degli altri il loro talento, a educatori ed insegnanti che si rimodellano digitali per mantenere le relazioni e il lavoro con i loro allievi, a tutta la comunità medico-scientifica che, ininterrottamente, lavora per la nostra salute, alle singole persone che si organizzano in piccoli nuclei per dare sollievo ad altri con quello che hanno, alla comunità della filiera produttiva che in questo momento non ci ha fatto mancare i bisogni primari e alla comunità delle forze dell'ordine che ci fanno sentire al sicuro. È questa autorganizzazione spontanea che ci fa essere una comunità che non lascia solo nessuno nel momento del bisogno. 
Nel nostro nuovo libro “Nati per raccontare”, uscito a febbraio di quest'anno, in un capitolo affrontiamo l'importanza di sviluppare il senso di appartenenza in ambito professionale come fonte di benessere e ora più che mai, nel pensare al dopo pandemia, è fondamentale occuparsene con costanza e impegno, perché si tornerà nei luoghi di lavoro con un carico emotivo non indifferente. La società moderna post emergenza richiede, in tutti gli ambiti, ma soprattutto in quello organizzativo, nuove strategie di adattamento e rinnovamento, nonché la capacità per chi lavora di riuscire a reinventarsi per inserirsi in situazioni che mutano continuamente.
Tutti i contesti lavorativi (fabbriche, open-space, servizi educativi per l'infanzia, scuole, ospedali, istituzioni) devono essere luoghi deputati al benessere dove ricaricarsi, comunicare, crescere e formarsi per riuscire a ottimizzare anche la produttività. Gli strumenti in cui noi crediamo, utili a instaurare questo clima organizzativo, sono naturalmente la bibliolettura interattiva e la narrazione creativa, perché stimolano e sviluppano l’intelligenza emotiva di chi ne fruisce. Concedersi il piacere di leggere, condividere ciò che si è letto e narrativizzare delle storie è salutare. Leggere sicuramente riduce lo stress, come ci spiega il neuropsicologo David Lewis: “non importa che tipo di libro si scelga di leggere, perdersi nella lettura di un qualsiasi testo coinvolgente consente di evadere dalle preoccupazioni e dallo stress quotidiano. È più di una semplice distrazione, parliamo di un’attività che coinvolge l’immaginazione perché le parole stampate sulla pagina stimolano la creatività e fanno entrare in uno stato di coscienza parallelo”. La facilità di immedesimarsi nelle storie che si leggono migliora i livelli di coinvolgimento emotivo e la capacità di ascolto e di analisi, rendendo efficaci i rapporti tra i colleghi. Chi trascorre il tempo dedicandosi ai romanzi dimostra apertura e una notevole flessibilità mentale e si sente a proprio agio con le ambiguità, perché la lettura agevola il processo di comprensione delle varie informazioni acquisite. Queste qualità, o skills, naturalmente si riflettono nell’ambiente lavorativo, dando alla persona quella sicurezza nel prendere le decisioni più utili ai fini esecutivi. Non solo nelle classi scolastiche, ma anche nei contesti lavorativi, i gruppi si trovano a vivere delle dinamiche che la narrazione creativa e la bibliolettura interattiva, andando a stimolare i punti giusti, possono aiutare ad affrontare.
Sempre attraverso i romanzi, si può ragionare sulla leadership, o si può indagare la menzogna o l’inganno per riflettere sulla scelta delle persone di fiducia, ma soprattutto i romanzi possono accendere quelle scintille che generano la creatività e fortificano l’identità. Seguendo le orme indelebili di Adriano Olivetti, ogni organizzazione dovrebbe dar vita a una biblioteca aziendale, è un investimento che tornerà utile al capitale umano oltre che ai profitti. La chiave per capire se esiste o meno una cultura, ci direbbe Edgar Schein, è cercare la presenza di esperienze condivise e di un comune bagaglio culturale.
Elena Sbaraglia


*Nati per raccontare, Castelvecchi editore, 2020