lunedì 31 agosto 2026

Biblioterapia educativa: Quando le storie costruiscono comunità

Quando le storie costruiscono comunità
La letteratura per l'infanzia come dispositivo pedagogico nel Sistema Integrato 0-6

La lettura di un albo illustrato nella scuola dell'infanzia dura pochi minuti. Eppure, in quel tempo sospeso, può accadere qualcosa di straordinario. Un bambino riconosce in un personaggio una paura che non aveva mai saputo raccontare, una bambina osserva un'immagine e la collega a un ricordo vissuto con i nonni, un compagno interviene, aggiunge la propria esperienza, l’insegnante lascia fluire quei dialoghi, donandogli significato e ponendo domande circolari per aprire nuovi spunti.
L'insegnante assume un ruolo fondamentale in questo processo, oltre al lettore della storia è anche il facilitatore del dialogo che nasce intorno ad essa. Le sue domande, i suoi silenzi, la capacità di accogliere punti di vista differenti trasformano la lettura in un'esperienza di dialogo autenticamente partecipativa.
Qualche giorno dopo quel libro entra nelle case: un genitore lo rilegge prima di dormire, un fratello più grande ascolta, una famiglia continua la conversazione iniziata a scuola.
In quei momenti si stanno costruendo relazioni, significati condivisi e senso di appartenenza. Si sta dando forma, poco alla volta, a quella comunità educante di cui tanto si parla nei documenti pedagogici e che prende vita ogni volta che adulti e bambini condividono il piacere della narrazione.
La lettura e la narrazione non contribuiscono solo allo sviluppo cognitivo dei bambini, come da sempre utilizzate, ma anche emotivo e sociale. In particolare evidenziamo l’importanza della relazione tra adulto e bambino durante la lettura, e il valore delle storie nel favorire una maggiore consapevolezza di sé e degli altri.
Tutto questo l’ho notato ed esperito negli anni di storie condivise, con i bambini e le bambine, dove anche la mia postura di lettrice ad alta voce si è trasformata, dando forma a quel ruolo di facilitatrice tra strumento e persone creando relazioni narrative.
Ogni storia è un luogo di incontro. Attraverso le parole e le immagini, i bambini e le bambine esplorano emozioni, danno significato alle proprie esperienze, formulano domande e costruiscono interpretazioni della realtà. La narrazione offre uno spazio sicuro nel quale è possibile parlare della paura, della gioia, della perdita, dell'amicizia, della diversità e della scoperta, senza sentirsi giudicati.
Gli albi illustrati, in particolare, possiedono una straordinaria capacità di mettere in dialogo linguaggi differenti. Il testo e le immagini non si limitano a raccontare una storia ma invitano il lettore a osservare, interpretare, immaginare, completare ciò che non viene esplicitamente detto. I bambini e le bambine non sono ascoltatori passivi, ma co-costruttori delle storie.
La lettura condivisa diventa così un'esperienza dialogica. Ogni domanda, ogni osservazione, ogni silenzio contribuisce alla costruzione di significati comuni. Non è il libro, da solo, a produrre questa magia ma sono le relazioni che vi nascono intorno, il libro è solo uno strumento.
Negli scritti di Jerome Bruner leggiamo spesso come il pensiero narrativo rappresenti una delle modalità fondamentali attraverso cui gli esseri umani attribuiscono significato all'esperienza, potremmo ipotizzare, quindi, che il pensiero narrativo possa essere la prima forma del pensare: attraverso le nostre narrazioni costruiamo una visione di noi stessi nel mondo.
Questo assunto assume un valore particolare nei servizi educativi per l'infanzia. I bambini piccoli costruiscono la propria identità attraverso le relazioni con gli altri e attraverso le narrazioni che condividono quotidianamente. Ogni storia ascoltata diventa una risorsa per comprendere sé stessi e gli altri, per dare forma al mondo emotivo interno, per sperimentare punti di vista differenti.
La lettura ad alta voce, la conversazione intorno a un albo illustrato, l'invenzione collettiva di una storia o la documentazione delle esperienze vissute rappresentano pratiche che alimentano il dialogo e favoriscono la partecipazione. I genitori che possono osservare i processi di lettura e dialogo dei propri figli attraverso la documentazione educativa, sono stimolati a fare altrettanto a casa.
Questa dimensione relazionale rende la letteratura per l'infanzia uno strumento prezioso per il Sistema Integrato 0-6. Le storie non appartengono esclusivamente ai libri. Appartengono alle persone che le raccontano, le ascoltano, si interrogano, le reinterpretano e le condividono.
Le sezioni dei servizi educativi sono oggi sempre più caratterizzate da diversità culturali, linguistiche, familiari e sociali. Accogliere questa pluralità significa andare oltre una logica di integrazione, per costruire contesti nei quali ogni bambino e ogni bambina possa riconoscersi e sentirsi parte della comunità.
Bambini e bambine portano con loro esperienze familiari, lingue, culture e modi diversi di guardare il mondo. La narrazione permette a queste differenze di incontrarsi.
Un albo illustrato può offrire l'occasione per parlare di una festa vissuta in famiglia, di una lingua parlata a casa, di una paura condivisa, di un viaggio, di ricette, delle routine familiari. Attraverso il racconto, ciascun bambino e ciascuna bambina trova uno spazio nel quale sentirsi riconosciuti e, nello stesso tempo, scopre qualcosa dell'esperienza degli altri.
In questo modo la lettura diventa un esercizio quotidiano di ascolto reciproco. Non perché insegni direttamente, pedagogicamente e moralmente il rispetto delle differenze, ma perché crea le condizioni e un ponte narrativo affinché le differenze possano essere raccontate, accolte e valorizzate e dove tutte e tutti possono esprimersi.
Un albo illustrato che racconta una famiglia composta da persone diverse da quella classica, un wordless picture book (silent book) che lascia spazio all'interpretazione personale, una fiaba proveniente da un'altra cultura o un racconto che affronta il tema dell’imprevisto, permettono ai bambini e alle bambine di confrontarsi con la complessità del mondo in modo rispettoso e accessibile.
La narrazione rende visibili esperienze che spesso rimangono sullo sfondo, permette di raccontare sé stessi, ma anche di ascoltare le storie degli altri. In questo modo l'inclusione smette di essere un obiettivo dichiarato e diventa un'esperienza vissuta quotidianamente.
Negli ultimi anni il concetto di comunità educante è entrato con forza nel lessico pedagogico italiano. Le Linee pedagogiche per il sistema integrato zero-sei richiamano la necessità di superare una visione della scuola e dei servizi educativi come luoghi chiusi e autosufficienti, promuovendo invece una rete di relazioni capace di coinvolgere famiglie, istituzioni, biblioteche, associazioni, realtà culturali e territorio.
La comunità educante non coincide con la semplice collaborazione tra scuola e famiglia, né con la partecipazione occasionale dei genitori alle attività educative. È, piuttosto, un modo di intendere l'educazione come responsabilità condivisa, nella quale ogni soggetto contribuisce, con le proprie competenze e la propria storia, alla crescita dei bambini e delle bambine.
In questa prospettiva, educare significa costruire legami. Significa creare connessioni con contesti nei quali ciascun bambino e ciascuna bambina possa sentirsi accolto/a, ascoltato/a e riconosciuto/a, mentre gli adulti imparano a condividere responsabilità, linguaggi e obiettivi educativi.
Ma una comunità non nasce per decreto. Non basta prevedere momenti di partecipazione o organizzare incontri con le famiglie. Una comunità educante prende forma attraverso esperienze significative, capaci di generare fiducia, dialogo e appartenenza. Ed è proprio qui che la letteratura per l'infanzia può esprimere una delle sue potenzialità meno esplorate.
Quando un albo illustrato entra in una sezione della scuola dell'infanzia, non appartiene più soltanto all'insegnante o ai bambini. Può diventare un ponte tra i diversi contesti di vita dei bambini e delle bambine.
Pensiamo, ad esempio, ai progetti di lettura condivisa in cui il libro viene portato a casa, attraverso il prestito delle biblioteche scolastiche, letto in famiglia e poi restituito alla scuola.
In queste esperienze la narrazione continua oltre le pareti della sezione, attraversa le case, coinvolge fratelli, nonni e genitori, per poi ritornare a scuola arricchita di nuovi significati.
La storia diventa così un terreno comune di incontro, non esiste più una separazione netta tra ciò che accade a scuola e ciò che accade a casa. Esiste un racconto che continua, cambia voce, si trasforma attraverso le esperienze di chi vi partecipa e può essere riletto e interpretato con nuovi sguardi e diversi punti di vista.
È in questi passaggi che si costruisce la corresponsabilità educativa. Non attraverso documenti o dichiarazioni d'intenti, ma grazie a pratiche quotidiane che permettono agli adulti di condividere un linguaggio comune e di riconoscersi parte dello stesso progetto educativo.
La lettura condivisa assume allora un significato che va ben oltre la promozione della lettura. Diventa un'esperienza di partecipazione, capace di rafforzare la fiducia reciproca tra educatori/educatrici, insegnanti e famiglie, creando continuità tra i diversi ambienti di vita dei bambini e delle bambine.
Cosa succede quando una famiglia non è abituata alla lettura? Come si fa ad “educare” anche gli adulti alla pratica della lettura ad alta voce e a fruire di quello strumento meraviglioso e trasformativo che è l’albo illustrato?
Nelle nostre sezioni non solo abbiamo fatto uscire gli albi illustrati attraverso il prestito settimanale, pratica che ha un rituale bellissimo: i bambini e le bambine passeggiano tra gli albi, precedentemente sistemati a terra dalle insegnanti e, lasciandosi “chiamare” da essi, ne scelgono uno da portare a casa. Abbiamo anche fatto entrare gli albi illustrati nelle riunioni di sezione, nei colloqui individuali, negli Open Day, così da far conoscere ed esperire il loro potenziale attraverso il coinvolgimento diretto in una pratica consolidata.
La costruzione della comunità educante non può limitarsi ai confini della scuola. I libri hanno la straordinaria capacità di uscire dalle aule e di creare connessioni con il territorio.
Ma è anche il territorio che deve entrare nelle scuole, attraverso aperture straordinarie ed eventi che hanno come attività principale quella della lettura e la possibilità di poter avere a disposizione i libri utilizzati nelle pratiche quotidiane, da poter sfogliare, leggere, esplorare e conoscere.
Quando un servizio educativo collabora con la biblioteca del quartiere per organizzare letture ad alta voce, quando invita un autore o un illustratore a incontrare i bambini, quando coinvolge le famiglie in un progetto di festa della lettura, notti degli albi illustrati, notti bianche delle fiabe, non sta promuovendo un'attività culturale, sta ampliando la rete educativa del territorio e offrendo ai bambini l'esperienza concreta di una comunità che educa insieme.
Così la letteratura per l'infanzia diventa un bene comune, le storie non appartengono più ai libri o alla scuola: appartengono alla comunità che le legge, le racconta, le custodisce e le rinnova attraverso nuove esperienze condivise.
Forse è proprio questa la sfida più significativa per il Sistema Integrato 0-6: riconoscere che ogni pratica narrativa può trasformarsi in un'occasione per rafforzare il tessuto educativo di un territorio. Ogni libro letto insieme può diventare un piccolo laboratorio di cittadinanza, di dialogo e di partecipazione.
Oggi il Sistema Integrato di educazione e istruzione dalla nascita ai sei anni, invita i servizi educativi e le scuole dell'infanzia a ripensare il proprio ruolo. Educare non significa più soltanto progettare esperienze di apprendimento, ma costruire contesti nei quali bambini, famiglie, educatori e comunità possano riconoscersi parte di un percorso di fiducia comune.
Sono le relazioni a dare forma ai contesti educativi, senza di loro non esisterebbero progetti, metodologie e strumenti educativi. La letteratura per l'infanzia ci ricorda che ogni storia letta insieme è un invito ad ascoltare, a dialogare e a costruire significati, forse è proprio qui che risiede il suo valore pedagogico più autentico, perché ogni bambino ha diritto a crescere in una comunità che sappia ascoltare le sue storie, ri-narrarle insieme e raccontare il mondo.
Luana De Quattro, insegnante, psicoterapeuta e biblioterapeuta

Per approfondire
• Amadei D.; Sbaraglia E., La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado. Castelvecchi.
• Amadei D., Sbaraglia E., Bibliotherapy in educational-scholastic contexts. The Bi.Ne. method, in V. 10 N. 1 (2025): Medical Humanities e Medicina Narrativa - MHMN
• Bruner J., La fabbrica delle storie.
• Bruner J., La cultura dell’educazione.
• Beseghi E., (a cura di), Infanzia e racconto.
• De Quattro M.L., Uno strumento della medicina narrativa: la biblioterapia, Quaderni del master in Medical Humanities: scienze umane per la cura, in appendice a “Medical Humanities & Medicina Narrativa”, n. 1, anno 4, giugno 2023.
• Dal Gobbo A., Quando i grandi leggono ai bambini.
• Linee pedagogiche per il sistema integrato zero-sei (Ministero dell'Istruzione, 2021).
• Orientamenti nazionali per i servizi educativi per l'infanzia (Ministero dell'Istruzione e del Merito, 2022).

domenica 21 giugno 2026

Biblioterapia educativa: raccontare con il mediatore immaginario

*La farfalla che faceva da ponte*
Laboratorio di biblioterapia educativa in sezione, scuola dell’infanzia

Quel giorno in una scuola dell’infanzia, è successo qualcosa di veramente magico che ci ha fatto volare lontano nello spazio e nel tempo, portandoci dove solo la fantasia dei bambini può arrivare.
Mentre tutti stavano giocando in giardino, una farfalla immaginaria, invisibile agli occhi, ma non al cuore puro di chi riusciva comunque a vederla, è entrata in sezione e ha lasciato dei regalini, ha fatto delle sorprese, a volte dei dispetti, poi se n’è andata con la promessa di tornare ogni volta che l’avremmo chiamata.
«Raccontate con un disegno quello che la farfalla ha fatto per voi» abbiamo proposto ai bambini che hanno subito iniziato a disegnare pieni di entusiasmo.
In questo caso abbiamo usato come trigger un mediatore immaginario, un pretesto fantastico, leggero come le ali della farfalla.
Il suo compito era uno solo, quello di aprire una piega nella realtà abbastanza grande da farci entrare tutti nel “facciamo finta che...”.
E da quella piega sono uscite tante storie, che solo un adulto disattento avrebbe potuto considerare piccole, perché in realtà erano grandi come il mondo dei bambini.
Ad esempio Barbara, una bambina di quattro anni, ha disegnato la farfalla con le ali spalancate che teneva tra le zampine un coniglietto di peluche.
«Me lo ha riportato lei» mi ha sussurrato seria.
Quel coniglietto Barbara lo aveva perso durante le vacanze, sul lungomare, quando era più piccola. Era caduto dal passeggino in mezzo alla folla e disperata lo aveva cercato con i suoi genitori per un bel po’ di tempo, ma poi gli adulti avevano chiuso la storia.
«Non c’è più» avevano detto, «dobbiamo farcene una ragione».
Per la farfalla però quella storia chiusa non era finita e così l’aveva riaperta riportando il coniglietto alla bambina, con un gesto semplice.
Quella mattina Barbara non stava solo disegnando, stava riparando, stava riscrivendo con l’inchiostro di quelle piccole ali magiche un ricordo triste che da sola non sapeva contenere.
Invece Charlotte, una bambina di cinque anni, con gli occhi australiani e il cuore diviso tra due continenti, ha disegnato la farfalla posata sulla testa di un uomo con i capelli grigi, seduto su una panchina.
«È mio nonno» ci ha spiegato con gli occhi un po’ lucidi, «mi manca un sacco, perché è rimasto a vivere in Australia e purtroppo non lo vedo quasi mai».
«La farfalla però lo vede tutti i giorni» ha poi aggiunto convinta, «gli porta i miei baci e gli racconta cosa faccio a scuola. Lui le dice sempre che mi aspetta sulla sua panchina preferita e che non vede l’ora di riabbracciarmi».
Charlotte non può volare dal nonno tutte le volte che vuole e così ha scovato nella sua fantasia una farfalla-corriere, un ponte di migliaia di chilometri fatto di baci, parole e attese, un mediatore immaginario che tiene in caldo quel legame così importante in attesa che il vuoto si colmi anche nella realtà.
Alla fine abbiamo messo insieme tutti i disegni e il risultato è stato un’antologia di micro-storie che in realtà era un’unica grande storia che raccontava chi erano quei bambini a cui nessuno aveva detto di “fare bene” o di “stare attenti”, ma solo di condividere in piena libertà le loro emozioni, come avevano fatto Barbara, riparando il passato e Charlotte, custodendo il futuro.
La farfalla, quel giorno, non ha avuto la pretesa di insegnare nulla, ha solo prestato le sue ali magiche e i bambini ci hanno appoggiato sopra ciò che avevano nel cuore.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia

martedì 16 giugno 2026

Biblioterapia educativa: le storie che i bambini raccontano mentre giocano con le loose parts


Ogni sasso tappo o conchiglia può diventare parole in più nel vocabolario dei bambini e delle bambine, parole che unendosi diventano storie importanti da raccontare. Le insegnanti e le educatrici devono rimanere in ascolto con grande attenzione, riflettere sulle storie raccontate durante il gioco e conservarle, perché in quei momenti i bambini e le bambine rivelano molto del loro modo di essere e dei dei loro vissuti.
Come quella mattina nel giardino di una scuola dell'infanzia dove Luca, cinque anni, spostava dei sassi avanti e indietro senza alzare lo sguardo. Li allineava, li separava, li riavvicinava, mormorando qualcosa tra sé e sé. Ci siamo fermati a guardare e quando si è accorto di noi ha sorriso.
«Questi siamo io e il mio migliore amico» ci ha sussurrato, «abitavamo vicini».
«Che bello abitare vicino» abbiamo commentato.
Luca ha preso uno dei due sassi e lo ha spostato.
«Lui adesso è andato ad abitare lontano da casa mia» ci ha spiegato. «Però non mi importa, perché posso andarci quando voglio» ha aggiunto
riportando il suo sasso accanto all'altro.
Più tardi la mamma di Luca ci ha raccontato che la famiglia di quel bambino si era trasferita per lavoro in un'altra città, e che il figlio le chiedeva spesso di andare a trovare il suo amico, ma purtroppo non era possibile.
La storia di Luca ci insegna che le loose parts non sono semplici materiali, ma sono parole.
Quando l'architetto Simon Nicholson, negli anni '70, ha formulato la “Teoria delle loose parts” diceva una cosa che quella mattina in giardino abbiamo toccato con mano: la creatività e la possibilità di invenzione di un bambino sono direttamente proporzionali al numero e alla varietà di variabili aperte nel suo ambiente.
I mattoncini a incastro hanno un modo “giusto” di stare insieme. Il castello preconfezionato ha un forma già stabilita, i sassi di quel giardino invece non significavano niente, finché Luca non ha deciso che uno era lui e l'altro era l'amico lontano.
La storia di Luca ci racconta inoltre, in maniera molto chiara, che il gioco è un linguaggio. Loris Malaguzzi parlava dei “cento linguaggi dei bambini”.
Prima di scrivere, prima di argomentare, i bambini raccontano col movimento, con gli oggetti, con le combinazioni che inventano sul momento. Luca non sapeva spiegare con le parole il vuoto lasciato in lui dalla partenza dell'amico, ma lo ha messo in scena in maniera molto efficace. Ha separato i sassi, ha provato il dolore della distanza e poi ha inventato una soluzione: “Posso andare trovarlo quando voglio”. Le loose parts non hanno dato a Luca una risposta, gli hanno dato la grammatica per formularsi la domanda e per trovare da solo una prima forma di risposta.
Il nostro ruolo, lì, era solo quello di fermarci a osservare attivando lo sguardo. Non dovevamo interrompere Luca, magari mostrandogli come si costruisce una torre di sassi. Assolutamente no, eravamo solo testimoni silenziosi, capace di comprendere che il bambino, in quel momento, stava raccontando qualcosa d'importante, perché l'adulto con le loose parts non insegna, ma documenta le storie che i bambini stanno già raccontando.
Ci preme a questo punto sottolineare che le loose parts svolgono un'importante funzione narrativa a tutte le età, anche quando vengono utilizzate dai bambini e dalle bambine del nido, solo che ovviamente il linguaggio cambia e diventa più corporeo, sensoriale e meno verbale.
Il giorno dopo l'uscita educativa sulla spiaggia, il nido di quella cittadina di mare sapeva di salsedine.
Marta due anni e mezzo, aveva svuotato il suo secchiello giallo. Ne era uscito un mondo fatto di conchiglie variegate, un pezzetto di rete da pesca, alghe secche, sassolini lisci di tutte le forme.
La bambina ha preso una conchiglia, l'ha portata all'orecchio e ha chiuso gli occhi. Poi l'ha appoggiata vicino a un sasso tondo, poi ne ha avvicinato un altro a forma di semiluna e pian piano ha messo in fila tutti i tesori che aveva raccolto sulla spiaggia, come se fossero le orme che aveva impresso sulla sabbia la mattina precedente.
«Mare?» le ha chiesto sottovoce l'educatrice.
Lei l'ha guardata, ha annuito forte e ha ripetuto il percorso con il suo ditino: conchiglia, sasso, alga, conchiglia. Stava ripercorrendo la passeggiata, stava raccontando la mattina in spiaggia, senza parole.
Accanto a Marta, Pietro, tre anni appena compiuti, aveva riempito la sua bacinella d'acqua e ci stava “lavando” le alghe, una per una. Le strizzava, le guardava gocciolare, le rimetteva dentro. Quando un'alga si è strappata, ha fatto “oh-oh” e l'ha appoggiata da parte come si fa con qualcosa di delicato che si è rotto. Marta e Pietro stavano raccontando, senza avere bisogno di parole, l'esperienza emozionante che avevano fatto. La spiaggia era entrata nel nido e loro avevano trovato il modo di tenerla lì tra le mani, condividendola con tutti.
Qui le loose parts non sono più uno strumento per elaborare un distacco, come nel caso di Luca, ma diventano memoria e linguaggio sensoriale. L'odore di sale sulla conchiglia, il peso del sasso liscio, il gocciolio dell'alga, sono tutte parole che i bambini e le bambine usano per dire “io c'ero, ho visto ho sentito, ve lo racconto”.
Alla fine di questa camminata tra sassi, conchiglie, secchielli e tappeti possiamo senza dubbio affermare che i bambini non giocano “con” le loose parts, ma giocano “attraverso” le loose parts e che ogni loose part è una parola di una storia.
Luca non stava spostando sassi, stava raccontando un distacco, una distanza, un desiderio di ricongiungimento.
Marta e Pietro non stavano riempiendo bacinelle, stavano raccontando la mattina in spiaggia con il corpo e con i sensi, perché le loro parole erano ancora poche. Le loose parts, lo abbiamo visto, non insegnano nulla, non spiegano, non correggono, ma narrano, offrono un vocabolario aperto con cui ogni bambino può dire la sua versione del mondo.
Nicholson ci ha dato la scienza: più variabili più creatività.
Malaguzzi ci ha dato la poesia: cento linguaggi , prima delle parole.
I bambini ci hanno dato la prova: basta un sasso, una conchiglia, un tappo e parte una storia. Il nostro lavoro di adulti, allora, non è riempire le storie di significati pronti, è difendere lo spazio perché quelle storie possano nascere. È tenere sgombro il tavolo, svuotare il secchiello e abbassare la voce. È avere la consapevolezza di quanto sia importante non interrompere, perché quando un bambino prende in mano una loose part, non sta scegliendo un gioco, sta scegliendo la prima parola del racconto che ha dentro. E noi se siamo fortunati possiamo solo sederci accanto e ascoltarlo.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia

mercoledì 20 maggio 2026

Il punto di vista del gamer

E poi l’uccello mamma e suo figlio che stavano appollaiati sull’ultimo pezzo di faro che muovevo, sono finalmente tornati al nido. L’hanno fatto dopo che, insieme, abbiamo riportato la luce nel loro mondo. Quella luce che vedevo dall’inizio del gioco è sempre più vicina. Ormai del faro sgarrupato dell’inizio dopo essere diventato una barca malconcia è rimasta solo la lampadina. Ma continua la sua scalata… e poi la magia: in un tripudio di colori e animazione è diventato egli stesso parte di quella luce e io ho pianto sul mio controller.
Esistono questi giochi, videogame, che per la maggior parte dei casi passano sottotraccia, lasciando spazio solo agli sparatutto, ai giochi in cui devi essere un gangster di successo, o a quelli in cui sei un calciatore o manager di una squadra di calcio.
È un po' come quando compri il libro che va di moda, lasciandoti dietro quelli più delicati, che comunque conoscono in tanti ma di cui si parla poco e quando ne parli tutti ti dicono “ma certo è bellissimo!”. Il mondo dei gamer, il mio mondo è così.
Il problema dei videogiochi è che si conoscono poco e come ogni cosa che si conosce poco, o incuriosisce tanto o fa tanta paura.
Chiedo sempre alle mie colleghe maestre, ma voi ci avete mai giocato a Super Mario? La risposta è sempre la stessa “NO” le motivazioni sono varie: non sono capace, ho altro da fare, non mi piace (poco dopo si gira verso un bambino che non vuole le verdure e gli dice “assaggia è buonissimo, come fai a dire che non ti piace se non l’hai mai provato”), oppure, queste cose sono da bambini.
Poi parte la filippica sugli sparatutto, ed io rido dentro, perché mi aspetto da un momento all’altro la frase delle frasi: “A furia di giocare a quelle cose, va a finire che poi vai in giro a sparare alla gente” e questo lo trovo esilarante. Perché non mi è mai capitato di leggere il libro della giungla ad un bambino e sentirlo dire “Oggi chiedo a mamma se mi porta allo zoo a parlare con una pantera” perché i bambini lo sanno molto bene che un animale non parla, come quando d'altronde giocano i video giochi e non si mettono a prendere a capocciate i mattoncini sperando che escano monete come fa Super Mario.
Sono semplicemente alibi, colpe che si danno a cose che non si conoscono perché fanno paura, ed invece di impegnarsi a conoscerle ed accettarle, ci si allontana, non comprendendo che si perde l’opportunità di conoscere un nuovo linguaggio, delle nuove capacità. È estremamente complicato, ad esempio, coordinare tutte le dita in corrispondenza dei comandi necessari per giocare ad un gioco, senza guardare il controller o la tastiera, perché devi guardare lo schermo. I sapienti chiamerebbero queste capacità: coordinazione oculo-manuale, memoria procedurale, attenzione visiva, tempo di reazione, funzione esecutive; le quali vengono costantemente stimolate e allenate. Senza contare che ogni gioco ha comandi diversi.
L’altra obiezione più ricorrente, dopo aver smontato la precedente è: “Sì, ma ti pare normale che passi tutto quel tempo davanti ad uno schermo, ti rincoglionisci e basta, sei solo!”
Invece no, i miei amici più cari sono proprio quelli con cui gioco, perché con un amico cosa fai? Ci giochi, oppure ci parli del gioco che hai fatto. Però ci sono vari livelli di gioco, ci puoi giocare a calcetto, ci puoi giocare a chi fa più ridere, ci puoi giocare mentre ti vai a fare una passeggiata, ci puoi giocare quando vai a comprarti un vestito, oppure ci giochi quando accendi la console o i computer. Ognuno sceglie il gioco che gli piace di più e io ed i miei amici abbiamo scelto questo. Prima dedicavamo molto più tempo al gioco, ci sentivamo di più, poi è arrivato il lavoro. Ma almeno tre volte a settimana, la sera dopo cena ci sentiamo e giochiamo, ognuno a casa sua. Mentre giochiamo pensate un po' parliamo di un sacco di cose, oltre a ridere a crepapelle o a discutere per la strategia sbagliata.
In realtà vi posso assicurare che nella vita siamo persone di successo, con famiglie e figli sereni. Quando ci incontriamo nel fine settimana, parliamo di tutto, poi ci mettiamo a giocare insieme ai più piccoli, nessun giudizio, nessuna pressione, solo divertimento condiviso.
Secondo me, ed è un punto di vista personalissimo, il problema vero è che si è smesso di giocare. Ad un certo punto si cresce e non si gioca più. Ci si prende troppo sul serio, si smette di divertirci, perché siamo grandi. Eppure, per imparare bisogna giocare, allora forse oltre ad essere grandi siamo diventati pure presuntuosi, pensiamo di aver imparato tutto.
Per questo io voglio continuare a giocare, perché la squadra di artisti che c’è dietro un gioco come quello che ho appena finito, mi sta parlando di cambiamento, che è inevitabile nella vita, di reinventarsi, di andare avanti con i propri mezzi senza pensare troppo a come si è fuori, ma perseguire lo scopo del bene, portare la luce dove non c’è.
Così poi quando il tuo viaggio è finito, anche tu sarai parte di quella luce.
Marta Reali

lunedì 9 marzo 2026

Narrazione ed emozioni: un binomio inscindibile

In questi anni stiamo sperimentando nel nostro istituto scolastico, che comprende il nido, la scuola dell’infanzia e la primaria, il valore prezioso del raccontare storie, perché ciò permette ai bambini di acquisire e sviluppare la capacità di riconoscersi in esse, ma anche di elaborare e narrare a loro volta le proprie esperienze. Stiamo scoprendo, giorno dopo giorno, che la narrazione ha un immenso valore educativo perché contribuisce a organizzare l'esperienza, genera empatia e sviluppa l’intelligenza emotiva. Incrementa e rinforza, inoltre, le competenze linguistiche, arricchendo il patrimonio lessicale dei bambini e rendendo la costruzione delle frasi sempre più ricca e strutturata, ma ancor di più promuove e stimola la creatività di ciascuno, nutrendone l’immaginazione. Essa si concretizza in idee che vengono espresse da ciascun bambino nel cerchio magico e queste idee condivise danno poi vita a nuove storie. 
Gli albi illustrati, dei quali abbiamo scoperto la ricchezza attraverso percorsi di formazione intensi e ricchi di contenuti preziosi, guidati dai nostri immancabili formatori, Dario Amadei ed Elena Sbaraglia, si sono rivelati una miniera preziosa alla quale attingere continuamente, per qualsiasi argomento e tematica da affrontare. Essi sono strumenti validi e potentissimi, che vanno molto al di là della lettura di una semplice storia. Hanno una forza comunicativa ineguagliabile, in quanto offrono immagini semplici, ma ricche di significato che si coglie a prima vista e poche parole che vanno dritte al cuore. La potenza delle immagini e la loro capacità di presentare, sinteticamente e con estrema semplicità, con pochi tratti grafici, tematiche e concetti complessi, permettono ai più piccoli e ai più grandi, adulti inclusi, di comprenderli e interiorizzarli. 
Quest’anno, in cui il tema trasversale e multidisciplinare scelto per tutti gli ordini di scuola, dal nido alla primaria, è “Un lungo viaggio sul pianeta Emozioni”, gli albi illustrati ci stanno conducendo verso mete meravigliose e inaspettate, attraverso strade e sentieri fatti di cerchi magici in cui non solo si ascoltano le storie, ma i bambini condividono tra loro esperienze vissute ed emozioni provate in varie circostanze. 
I più piccoli, dall’ultimo anno di nido all’ultimo della scuola dell’infanzia, con l’aiuto di educatrici e maestre nel loro ruolo di facilitatrici, attraverso le storie narrate e le immagini degli albi illustrati stanno imparando a dare il loro nome e riconoscere le emozioni, i più grandi di loro sono bravissimi nell’esprimere attraverso il disegno varie situazioni in cui hanno vissuto l’una o l’altra emozione. 
Il gruppo dei bambini di quattro anni sta facendo un’esperienza meravigliosa utilizzando l’albo “Il dottor Capriccio”, che offre un percorso emozionale e sensoriale allo stesso tempo e i bimbi con la loro maestra stanno creando la profumatissima bacheca del dott. Capriccio in cui ogni aroma è la “terapia” per qualsiasi tipo di capriccio. Per tutti, poi, dai due anni in su, canzoncine che abbinano un colore ad ogni emozione, balletti e giochi di gruppo rendono ancora più attraenti questi percorsi.
Alla scuola primaria per ogni classe si è realizzato un progetto strutturato in tre incontri, uno a settimana. Il punto di partenza è stato sempre un bellissimo albo illustrato, scelto ad hoc per ogni gruppo. La prima emozione provata, in ognuno dei cinque percorsi, da parte della coordinatrice e dell’insegnante responsabile della classe, è stata quella di ritrovarsi nell’aula speciale, allestita all’inizio dell’anno scolastico proprio in vista del tema che avremmo trattato, con i bambini tutti seduti in cerchio su materassini e cuscini, con gli sguardi carichi di attesa e di curiosità e col desiderio di ascoltare la storia proposta. Ogni momento di condivisione poi è sempre stato molto ricco e profondo. Ognuno ha saputo cogliere della storia i momenti più toccanti, ma anche più vicini alla propria sensibilità e al proprio vissuto. 
A volte, soprattutto da parte dei più grandi, sono emerse riflessioni e considerazioni, a voce e per iscritto, di una profondità disarmante, insieme a desideri, sogni da realizzare, aspettative, speranze, ma a volte sono emersi anche dubbi e timori relativi al futuro. Il raccontare e raccontarsi è passato anche attraverso momenti ludici molto divertenti, come la tombola delle emozioni per i più piccoli, la ruota delle emozioni per le classi di terza e quarta e il gioco dell’oca dei ragazzi di quinta. Con un gruppo si è affrontato un percorso sul peso che possono avere le parole sulle nostre emozioni e sulla nostra vita e insieme abbiamo creato il barattolo delle “parole carezza”, che fanno bene al cuore, e quello delle “parole pesanti” che, come un sasso, ci colpiscono e ci feriscono profondamente. Ogni gruppo ha rappresentato la storia ascoltata con un cartellone realizzato in gruppo e il progetto è terminato per ogni classe con un momento di condivisione da cui sono emerse cose veramente belle e toccanti e già aleggia…un alito di nostalgia e la richiesta di ritrovarci ancora in un cerchio magico attorno a un albo illustrato.
Quest’esperienza ci ha arricchito moltissimo. Per noi insegnanti è stato un continuo, piacevole sorprenderci per il mondo interiore di ogni bambino, che trapela dai suoi racconti, che si affaccia attraverso le sue emozioni ed è molto più ricco e variegato di quanto possiamo immaginare. Per i bambini è stato sicuramente un percorso narrativo ed emozionale di crescita, di empatia, di apertura nel condividere con noi adulti e con i coetanei le loro emozioni e racconti di momenti della loro vita, sentendosi serenamente a proprio agio perché «narrare un’esperienza, un’emozione dà forma e coerenza all’avvenimento e suscita, successivamente una sensazione di benessere in chi narra».1
Suor Mariapaola Campanella, Ist. San Francesco di Sales


1 Dario Amadei – Elena Sbaraglia, La biblioterapia educativa nei nidi e nelle scuole di ogni ordine e grado, Castelvecchi, 2025

martedì 24 febbraio 2026

Storie sulle Colline dell'Albegna

La formazione che da anni proponiamo è per noi un atto di dare forma alla conoscenza che si genera dall'intreccio delle storie delle persone che si incontrano, che si raccontano scambiando vissuti, emozioni, esperienze.
Quando abbiamo chiesto al gruppo delle insegnanti ed educatrici dello zerosei delle Colline dell'Albegna in formazione sulla biblioterapia educativa di portare gli “albi che sono o sono state”, non pensavamo di ricevere in cambio così tanta narrazione entusiasta di essere in quel cerchio. Un tripudio di parole, di emozioni, di bellezza, di realtà che a volte non piace ma che si cerca di trasformare, e a dircelo sono stati loro, gli albi illustratri, quel potente strumento in mano all'educatore che sceglie se usare come totem o come viatico di conforto, di accettazione, di esistenza.
Alice ci ha raccontato che nel suo nido arriva sempre un momento giusto per raccontare Il giardiniere dei sogni (Sassi Junior) (la storia di tutte le storie di bibliolettura interattiva), a volte tutto, altre volte soffermandosi su quelle illustrazioni magiche che aprono alla fantasia e alla narrazione dei bambini e delle bambine. Con Il signor Vroum (Uppa), invece, che va veloce e corre sempre, riflette anche con i genitori, perché quello che ci mostra il signor Vroum è che ciò che non si coltiva si perde e quando si inizia ad andare lentamente, ci si accorge di cosa c'è intorno. Fermarsi ogni tanto è un atto di cura per tutti.
Federica ride e fa ridere tanto i suoi bambini e le sue bambine del nido con Abbaia George (Salani), un albo che fa uscire la parte giocosa di ognuno di noi, ma che si presta anche a importanti riflessioni, come d'altronde fa La zuppa di sasso (Babalibri), soprattutto se porti nel servizio una grossa pentola e tante verdure con cui i bambini preparano zuppe appetitose.
Per rinforzare le relazioni, anche e soprattutto durante l'ambientamento, Agnese ci racconta che nel suo nido, grazie a Le cose che passano, (Topipittori), può riflettere insieme ai genitori sul rapporto di fiducia, perché anche se le cose se ne vanno, la costante che rimane è l'amore.
In Si può dire senza voce (Glifo), Valentina sa quanta dolcezza c'è nel dare e nel ricevere e che i gesti sono più importanti delle parole, sia quando quelle parole non si trovano, quando ancora non si conoscono o quando sono parole straniere.
Alice, nel suo nido, crea cerchi per rinforzare l'autostima, soprattutto quando i bambini pensano di non riuscire a fare delle cose, e allora viene in aiuto Il punto (Ape Junior) che è il qualcosa che trasmette il positivo che serve come incoraggiamento per iniziare.
Quanto si divertono i bambini e le bambine quando anticipano Yuba mentre racconta A caccia dell'Orso (Mondadori), che ci mostra come rimanere uniti davanti alle avversità, e se nel cerchio qualcuno si dovesse chiedere se i bambini alla fine rimangono male perché l'orso se ne va da solo, nessun problema, perché sono sempre i bambini a trovare il conforto in queste situazioni, grazie al loro infinito io creativo.
Eliana nel suo nido parte alla scoperta delle meraviglie del mondo senza dimenticare di ricordare ai suoi bambini e alle sue bambine che ognuno di loro è una meraviglia. Tu sei una meraviglia (Terre di mezzo) è anche per quegli adulti che non vogliono correre il rischio di tarpare le ali ai bambini e alle bambine che si affacciano al mondo con gli occhi dello stupore.
Monica sa che quando al nido la stanchezza si fa sentire, con Il mio palloncino (Babalibri) torna il sorriso e il buon umore, perché il lupo che ha paura di Cappuccetto è davvero divertente.
Carlotta scopre Olivia e le principesse (Salani) come mamma e ce lo racconta con tanto orgoglio e anche quando lo racconta in maniera diversa nel suo servizio per rinforare nei bambini e nelle bambine l'idea che possono essere ciò che vogliono e non ciò che la società ci impone.
Grazie a Serena abbiamo ricordato l'importanza de Il pentolino di Antonino (Kite) con il suo buon educatore che nel libro non insegna ma mostra ad Antonino come superare le difficoltà e mostra anche a tutti quelli che lo leggono il mondo con occhi diversi, una ricchezza per tut, grandi e piccini.
Raffaella ci racconta la storia de Il vecchio e l'albero (Nord-Sud) e quanto è importante riflettere sul fatto che le parole quando arrivano, hanno il potere di trasformare, in bene o in male e che la cura passa sempre attraverso la natura e le parole.
Caterina e Laura ci raccontano che l'albo Che cos'è un bambino (Topipittori) dovrebbe aiutare a non smarrirsi come adulti e come educatori, perché anche se il gruppo di lavoro cambia, quello che non deve cambiare mai è l'idea di bambino, aiutando anche i genitori a riconoscere le competenze dei loro figli.
Antonella ci voleva raccontare Il ciuccio di Nina (il Castoro), ma sappiamo bene che sono gli albi a sceglierci e Il momento perfetto (Glifo) è arrivato proprio al momento giusto e nel cerchio si è compreso il motivo dello scambio.
Giovanna ci racconta Sarò il tuo porto sicuro (Feltrinelli) con la bellissima metafora che rappresenta il bambino come un veliero che naviga sul mare delle emozioni.
Francesca con Piccolo buio (il Castoro) crea l'atmosfera nella sua scuola dell'infanzia mimando i gesti con i bambini e le bambine che iniziano a formarsi il pensiero che le paure si possono superare non avendo paura della paura.
Ninna nanna per una pecorella (Topipittori) e Urlo di mamma (Nord-Sud) sono le scelte di Sandra nel cerchio magico, che ci raccontano di una solitudine che si aggrappa ad ogni speranza per sentirsi accolta e quando accade la consolazione della solitudine e l'accoglienza della diversità si fanno strada negli animi delle persone, così come si possono superare i traumi e le paure quando ci sentiamo a pezzi e con un abbraccio tutto torna al suo posto.
Carmela suona una corda molto delicata, quella dell'adulto che si sostituisce al bambino, lo anticipa anche nella gestione delle sue emozioni e allora ci racconta di Albert e albero (Lapis) per ricordarci che l'ascolto del reale bisogno del bambino è fondamentale perché ogni bambino è diverso e quello che l'adulto pensa non sempre è quello di cui il bambino ha bisogno.
Non si può non parlare di tempo, e allora Susanna attraverso L'uomo che vendeva il tempo (Terre di mezzo) rallenta e ci racconta che troppo spesso vendiamo il nostro tempo senza aspettare che ci torni qualcosa indietro per recuperare energie e idee. E allora, se non siamo ancora convinti di questo, ci racconta anche Il piccolo principe (Terre di mezzo), un albo così complicato per gli adulti e così semplice per i bambini, grazie al quale possiamo iniziare ad imparare a non fare troppe cose in quel tempo che abbiamo a disposizione.
Marta ci esorta a non fare una scelta quando abbiamo la possibilità di scegliere più cose, soprattutto se sono le storie che dobbiamo scegliere e allora ci racconta Il fuoco del drago (Giunti), Edmond e Abracazebra (Nord-Sud) che ci parla di come accogliere la diversità sia sempre un arricchimento relazionale ed emotivo; Perfetta per due (Pane e sale) che ci mostra quanto portarsi dietro cose speciali sia confortevole; Zeb la scorta di baci (Babalibri) che i bambini e le bambine interiorizzano così tanto da consolarsi a vicenda con scorte di baci caramella; La compagnia delle stelle (Gallucci) perché non è solo possedere che ci rende felici, lo è di più condividere e infine A te la scelta (Franco Cosimo Panini) che esorta ad aprirsi a un mondo di possibilità.
Il cerchio magico si chiude con Carmela e con la generosità di Il pettirosso e Babbo Natale (Gribaudo), un sentimento dal quale non si può prescindere.
Ancora una volta abbiamo avuto la conferma che di una storia non esiste un'unica interpretazione e che solo raccontando e raccontandosi si può generare quel flusso di idee ed emozioni che permette a tutte le persone nel cerchio magico di conoscere meglio se stesse e gli altri, sciogliendo dei nodi e accogliendo bellezza.
Dario Amadei e Elena Sbaraglia

sabato 14 febbraio 2026