E poi l’uccello mamma e suo figlio che stavano appollaiati sull’ultimo pezzo di faro che muovevo, sono finalmente tornati al nido. L’hanno fatto dopo che, insieme, abbiamo riportato la luce nel loro mondo. Quella luce che vedevo dall’inizio del gioco è sempre più vicina. Ormai del faro sgarrupato dell’inizio dopo essere diventato una barca malconcia è rimasta solo la lampadina. Ma continua la sua scalata… e poi la magia: in un tripudio di colori e animazione è diventato egli stesso parte di quella luce e io ho pianto sul mio controller.
Esistono questi giochi, videogame, che per la maggior parte dei casi passano sottotraccia, lasciando spazio solo agli sparatutto, ai giochi in cui devi essere un gangster di successo, o a quelli in cui sei un calciatore o manager di una squadra di calcio.
È un po' come quando compri il libro che va di moda, lasciandoti dietro quelli più delicati, che comunque conoscono in tanti ma di cui si parla poco e quando ne parli tutti ti dicono “ma certo è bellissimo!”. Il mondo dei gamer, il mio mondo è così.
Il problema dei videogiochi è che si conoscono poco e come ogni cosa che si conosce poco, o incuriosisce tanto o fa tanta paura.
Chiedo sempre alle mie colleghe maestre, ma voi ci avete mai giocato a Super Mario? La risposta è sempre la stessa “NO” le motivazioni sono varie: non sono capace, ho altro da fare, non mi piace (poco dopo si gira verso un bambino che non vuole le verdure e gli dice “assaggia è buonissimo, come fai a dire che non ti piace se non l’hai mai provato”), oppure, queste cose sono da bambini.
Poi parte la filippica sugli sparatutto, ed io rido dentro, perché mi aspetto da un momento all’altro la frase delle frasi: “A furia di giocare a quelle cose, va a finire che poi vai in giro a sparare alla gente” e questo lo trovo esilarante. Perché non mi è mai capitato di leggere il libro della giungla ad un bambino e sentirlo dire “Oggi chiedo a mamma se mi porta allo zoo a parlare con una pantera” perché i bambini lo sanno molto bene che un animale non parla, come quando d'altronde giocano i video giochi e non si mettono a prendere a capocciate i mattoncini sperando che escano monete come fa Super Mario.
Sono semplicemente alibi, colpe che si danno a cose che non si conoscono perché fanno paura, ed invece di impegnarsi a conoscerle ed accettarle, ci si allontana, non comprendendo che si perde l’opportunità di conoscere un nuovo linguaggio, delle nuove capacità. È estremamente complicato, ad esempio, coordinare tutte le dita in corrispondenza dei comandi necessari per giocare ad un gioco, senza guardare il controller o la tastiera, perché devi guardare lo schermo. I sapienti chiamerebbero queste capacità: coordinazione oculo-manuale, memoria procedurale, attenzione visiva, tempo di reazione, funzione esecutive; le quali vengono costantemente stimolate e allenate. Senza contare che ogni gioco ha comandi diversi.
L’altra obiezione più ricorrente, dopo aver smontato la precedente è: “Sì, ma ti pare normale che passi tutto quel tempo davanti ad uno schermo, ti rincoglionisci e basta, sei solo!”
Invece no, i miei amici più cari sono proprio quelli con cui gioco, perché con un amico cosa fai? Ci giochi, oppure ci parli del gioco che hai fatto. Però ci sono vari livelli di gioco, ci puoi giocare a calcetto, ci puoi giocare a chi fa più ridere, ci puoi giocare mentre ti vai a fare una passeggiata, ci puoi giocare quando vai a comprarti un vestito, oppure ci giochi quando accendi la console o i computer. Ognuno sceglie il gioco che gli piace di più e io ed i miei amici abbiamo scelto questo. Prima dedicavamo molto più tempo al gioco, ci sentivamo di più, poi è arrivato il lavoro. Ma almeno tre volte a settimana, la sera dopo cena ci sentiamo e giochiamo, ognuno a casa sua. Mentre giochiamo pensate un po' parliamo di un sacco di cose, oltre a ridere a crepapelle o a discutere per la strategia sbagliata.
In realtà vi posso assicurare che nella vita siamo persone di successo, con famiglie e figli sereni. Quando ci incontriamo nel fine settimana, parliamo di tutto, poi ci mettiamo a giocare insieme ai più piccoli, nessun giudizio, nessuna pressione, solo divertimento condiviso.
Secondo me, ed è un punto di vista personalissimo, il problema vero è che si è smesso di giocare. Ad un certo punto si cresce e non si gioca più. Ci si prende troppo sul serio, si smette di divertirci, perché siamo grandi. Eppure, per imparare bisogna giocare, allora forse oltre ad essere grandi siamo diventati pure presuntuosi, pensiamo di aver imparato tutto.
Per questo io voglio continuare a giocare, perché la squadra di artisti che c’è dietro un gioco come quello che ho appena finito, mi sta parlando di cambiamento, che è inevitabile nella vita, di reinventarsi, di andare avanti con i propri mezzi senza pensare troppo a come si è fuori, ma perseguire lo scopo del bene, portare la luce dove non c’è.
Così poi quando il tuo viaggio è finito, anche tu sarai parte di quella luce.
Marta Reali











