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lunedì 14 settembre 2026

Alla scoperta del Ceis, Centro Educativo Italo Svizzero

Abbiamo un legame con Rimini e la Romagna più in generale che affonda in radici lontane, storie familiari che nutrono anche le nostre storie e nel tempo, grazie a delle insegnanti interessate, siamo riusciti a portare un po' di Magic BlueRay in riviera. Quest'anno, in più, abbiamo espresso un desiderio che siamo riusciti a realizzare: visitare il Ceis, Centro Educativo Italo Svizzero, il villaggio di Margherita Zoebeli.
A Roma, un paio di anni fa, i municipi hanno avviato il cambio dei nomi dei nidi e delle scuole pubbliche e in particolare, uno zerosei è stato intitolato alla pedagogista Margherita Zoebeli. Ora, chi ci conosce sa quanto il nostro amore per le storie è sconfinato e non conoscere la storia di questa grande educatrice ci lasciava un po' incompleti, così dallo scoprire il suo lavoro a Rimini subito dopo la guerra al chiedere di poter visitare il Centro il passo è stato breve e, ciliegina sulla torta, siamo andati, a maggio, nella settimana dell'ottantesimo anniversario.
Il Centro Educativo Italo-Svizzero (CEIS) di Rimini, fondato da Margherita Zoebeli nel secondo dopoguerra, rappresenta un modello d'avanguardia di pedagogia attiva e inclusione sociale che mantiene intatta la sua forte attualità educativa. Quando l'educatrice svizzera arrivò a Rimini, una città devastata dalla guerra, comprese subito che per ripartire c'era bisogno di portare educazione e così, quelle semplici "baracche", ancora oggi presenti, divennero un centro di accoglienza per l'infanzia e un laboratorio per la rinascita morale, civile e sociale del Paese.
Lo fu allora, e continua ad esserlo, un esempio di pedagogia attiva: in questo spazio, il gioco, la cura della persona, il senso di responsabilità e l'innovazione didattica si fondono per dare vita a un'idea di comunità aperta e proiettata verso il futuro.
A distanza di ottant'anni, l'asilo svizzero, ora CEIS, non è un semplice ricordo del passato, ma è un'eredità viva e quello che abbiamo potuto osservare è che il suo modello dimostra come lo sviluppo sociale e urbano comincia proprio dalla tutela dei bambini e dei più fragili.
L'inclusione non è una dichiarazione di intenti, ma un processo collettivo e concreto, in cui l'istruzione è il pilastro per ricostruire la società.
Quello che più ci ha affascinato entrando, sono stati gli spazi aperti: non a caso è pensato come un villaggio all'aperto e la sensazione, quando si entra da uno dei tre cancelletti della struttura, è proprio quello di trovarsi in una comunità. Anche l'ospitalità e la gentilezza della coordinatrice, che ci ha accompagnato durante la visita e ci ha raccontato di quel luogo, non sono casuali, ma sentite, perché il senso di appartenenza è molto forte e si respira in ogni “vicolo” del villaggio.
Rapporto con la natura e laboratori creativi e artigianali sono basi imprenscindibili per la loro visione educativa e sociale che è ben definita: dal primo anno di vita ai dieci anni tutti collaborano e crescono avendo come fine ultimo il bene comune.
La pratica di outdoor education lì non è uno slogan, ma rappresenta l'identità costitutiva della scuola fin dal 1946 e loro stessi si definiscono una scuola "naturalmente" outdoor. Le baracche sono collegate tra loro da percorsi pedonali, giardini e alberi e quindi già solo per spostarsi da un'attività all'altra, per andare in mensa, o in biblioteca o nei laboratori, i bambini devono necessariamente camminare all'aperto, vivendo lo spazio esterno come parte integrante della loro quotidianità scolastica. Quello che più ci ha colpito, oltre alle varie attività e ai giochi in cui erano impegnati i bambini, sempre sotto l'osservazione attenta, ma mai direzionale, degli educatori e degli insegnanti, è stato il vedere due o tre bambini di diverse età svolgere compiti per la comunità (spingere ad esempio dei carrelli con oggetti della cucina, o libri) accompagnati da un adulto di riferimento.
La continuità dentro – fuori è costante: il giardino non è lo “sfogatoio”, ma l'estensione delle aule. Si esce all'aperto in tutte le stagioni e con qualsiasi condizione meteorologica e la natura è realmente il "terzo educatore" che fornisce stimoli scientifici, geografici e fantasiosi nell'immediato. Tutti si prendono cura degli spazi verdi e dei giochi, bambini e bambine partono all'esplorazione libera, consapevoli delle proprie capacità fisiche e motorie e con un senso del rischio calcolato (si arrampicano, saltano, hanno una casa sull'albero) e soprattutto con il rispetto delle strutture all'aperto a seconda dell'età di utilizzo.
Da non sottovalutare è l'aspetto inclusivo che si vive nelle aree all'aperto del Ceis dove bambini con disabilità o con diverse esigenze possono muoversi liberamente e trovare il proprio modo di interagire con il gruppo, riducendo lo stress e l'ansia da prestazione.
Nella scuola primaria la cooperazione educativa come metodo d'insegnamento è realmente tangibile, sia nella formazione delle classi aperte sia nel mettere il bambino al centro del proprio processo di crescita.
Ci sono isole e non file di banchi, in cui vengono proposti lavori in gruppi e sottogruppi, che favoriscono lo scambio e l'aiuto reciproco e in cui le insegnanti cooperano con i bambini, si “mimetizzano” come abbiamo felicemente visto e quello che ti resta dentro è l'aver assistito a lezioni in cui emergono gli interessi reali, concreti e spontanei dei bambini.
L'inclusione e il supporto ai minori in condizioni di marginalità, devianza o disabilità sono risorse collettive, e non ostacoli, per il centro, in cui i bambini sperimentano concretamente i valori della solidarietà, dell'amicizia e della cittadinanza democratica.
Cosa ci siamo portati a casa? Bambini e bambine dai 2 agli 11 anni che sono cittadini consapevoli, un centro che ha compiuto ottant'anni ma ha lo sguardo sempre sul futuro, e l'aver toccato con tutti i sensi l'apprendimento emotivo e quello cooperativo, con adulti che guidano, osservano e facilitano e un ecosistema relazionale attivo e rispettoso di tutti i ruoli, in piena autonomia e responsabilità che si vivono quotidianamente.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia

venerdì 18 maggio 2018

Astutillo a Rimini

Eccoci di ritorno da un viaggio di due giorni carico di emozioni! 


Astutillo ci ha portato a Rimini e ci ha fatto conoscere delle maestre splendide e i loro bambini che, con un entusiasmo straripante, hanno sommerso Dario Amadei di domande importanti, quelle che fanno crescere, che aprono il cuore, la mente e spingono lo sguardo molto lontano. La gioia che ha contraddistinto questo incontro, la si può solo in parte cogliere dalle foto che seguono, perché davvero non ci sono parole ed immagini che possano spiegare quanto, Dario ed io, siamo carichi di emozioni.
Per vedere le foto clicca qui