domenica 21 giugno 2026

Biblioterapia educativa: raccontare con il mediatore immaginario

*La farfalla che faceva da ponte*
Laboratorio di biblioterapia educativa in sezione, scuola dell’infanzia

Quel giorno in una scuola dell’infanzia, è successo qualcosa di veramente magico che ci ha fatto volare lontano nello spazio e nel tempo, portandoci dove solo la fantasia dei bambini può arrivare.
Mentre tutti stavano giocando in giardino, una farfalla immaginaria, invisibile agli occhi, ma non al cuore puro di chi riusciva comunque a vederla, è entrata in sezione e ha lasciato dei regalini, ha fatto delle sorprese, a volte dei dispetti, poi se n’è andata con la promessa di tornare ogni volta che l’avremmo chiamata.
«Raccontate con un disegno quello che la farfalla ha fatto per voi» abbiamo proposto ai bambini che hanno subito iniziato a disegnare pieni di entusiasmo.
In questo caso abbiamo usato come trigger un mediatore immaginario, un pretesto fantastico, leggero come le ali della farfalla.
Il suo compito era uno solo, quello di aprire una piega nella realtà abbastanza grande da farci entrare tutti nel “facciamo finta che...”.
E da quella piega sono uscite tante storie, che solo un adulto disattento avrebbe potuto considerare piccole, perché in realtà erano grandi come il mondo dei bambini.
Ad esempio Barbara, una bambina di quattro anni, ha disegnato la farfalla con le ali spalancate che teneva tra le zampine un coniglietto di peluche.
«Me lo ha riportato lei» mi ha sussurrato seria.
Quel coniglietto Barbara lo aveva perso durante le vacanze, sul lungomare, quando era più piccola. Era caduto dal passeggino in mezzo alla folla e disperata lo aveva cercato con i suoi genitori per un bel po’ di tempo, ma poi gli adulti avevano chiuso la storia.
«Non c’è più» avevano detto, «dobbiamo farcene una ragione».
Per la farfalla però quella storia chiusa non era finita e così l’aveva riaperta riportando il coniglietto alla bambina, con un gesto semplice.
Quella mattina Barbara non stava solo disegnando, stava riparando, stava riscrivendo con l’inchiostro di quelle piccole ali magiche un ricordo triste che da sola non sapeva contenere.
Invece Charlotte, una bambina di cinque anni, con gli occhi australiani e il cuore diviso tra due continenti, ha disegnato la farfalla posata sulla testa di un uomo con i capelli grigi, seduto su una panchina.
«È mio nonno» ci ha spiegato con gli occhi un po’ lucidi, «mi manca un sacco, perché è rimasto a vivere in Australia e purtroppo non lo vedo quasi mai».
«La farfalla però lo vede tutti i giorni» ha poi aggiunto convinta, «gli porta i miei baci e gli racconta cosa faccio a scuola. Lui le dice sempre che mi aspetta sulla sua panchina preferita e che non vede l’ora di riabbracciarmi».
Charlotte non può volare dal nonno tutte le volte che vuole e così ha scovato nella sua fantasia una farfalla-corriere, un ponte di migliaia di chilometri fatto di baci, parole e attese, un mediatore immaginario che tiene in caldo quel legame così importante in attesa che il vuoto si colmi anche nella realtà.
Alla fine abbiamo messo insieme tutti i disegni e il risultato è stato un’antologia di micro-storie che in realtà era un’unica grande storia che raccontava chi erano quei bambini a cui nessuno aveva detto di “fare bene” o di “stare attenti”, ma solo di condividere in piena libertà le loro emozioni, come avevano fatto Barbara, riparando il passato e Charlotte, custodendo il futuro.
La farfalla, quel giorno, non ha avuto la pretesa di insegnare nulla, ha solo prestato le sue ali magiche e i bambini ci hanno appoggiato sopra ciò che avevano nel cuore.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia

martedì 16 giugno 2026

Biblioterapia educativa: le storie che i bambini raccontano mentre giocano con le loose parts


Ogni sasso tappo o conchiglia può diventare parole in più nel vocabolario dei bambini e delle bambine, parole che unendosi diventano storie importanti da raccontare. Le insegnanti e le educatrici devono rimanere in ascolto con grande attenzione, riflettere sulle storie raccontate durante il gioco e conservarle, perché in quei momenti i bambini e le bambine rivelano molto del loro modo di essere e dei dei loro vissuti.
Come quella mattina nel giardino di una scuola dell'infanzia dove Luca, cinque anni, spostava dei sassi avanti e indietro senza alzare lo sguardo. Li allineava, li separava, li riavvicinava, mormorando qualcosa tra sé e sé. Ci siamo fermati a guardare e quando si è accorto di noi ha sorriso.
«Questi siamo io e il mio migliore amico» ci ha sussurrato, «abitavamo vicini».
«Che bello abitare vicino» abbiamo commentato.
Luca ha preso uno dei due sassi e lo ha spostato.
«Lui adesso è andato ad abitare lontano da casa mia» ci ha spiegato. «Però non mi importa, perché posso andarci quando voglio» ha aggiunto
riportando il suo sasso accanto all'altro.
Più tardi la mamma di Luca ci ha raccontato che la famiglia di quel bambino si era trasferita per lavoro in un'altra città, e che il figlio le chiedeva spesso di andare a trovare il suo amico, ma purtroppo non era possibile.
La storia di Luca ci insegna che le loose parts non sono semplici materiali, ma sono parole.
Quando l'architetto Simon Nicholson, negli anni '70, ha formulato la “Teoria delle loose parts” diceva una cosa che quella mattina in giardino abbiamo toccato con mano: la creatività e la possibilità di invenzione di un bambino sono direttamente proporzionali al numero e alla varietà di variabili aperte nel suo ambiente.
I mattoncini a incastro hanno un modo “giusto” di stare insieme. Il castello preconfezionato ha un forma già stabilita, i sassi di quel giardino invece non significavano niente, finché Luca non ha deciso che uno era lui e l'altro era l'amico lontano.
La storia di Luca ci racconta inoltre, in maniera molto chiara, che il gioco è un linguaggio. Loris Malaguzzi parlava dei “cento linguaggi dei bambini”.
Prima di scrivere, prima di argomentare, i bambini raccontano col movimento, con gli oggetti, con le combinazioni che inventano sul momento. Luca non sapeva spiegare con le parole il vuoto lasciato in lui dalla partenza dell'amico, ma lo ha messo in scena in maniera molto efficace. Ha separato i sassi, ha provato il dolore della distanza e poi ha inventato una soluzione: “Posso andare trovarlo quando voglio”. Le loose parts non hanno dato a Luca una risposta, gli hanno dato la grammatica per formularsi la domanda e per trovare da solo una prima forma di risposta.
Il nostro ruolo, lì, era solo quello di fermarci a osservare attivando lo sguardo. Non dovevamo interrompere Luca, magari mostrandogli come si costruisce una torre di sassi. Assolutamente no, eravamo solo testimoni silenziosi, capace di comprendere che il bambino, in quel momento, stava raccontando qualcosa d'importante, perché l'adulto con le loose parts non insegna, ma documenta le storie che i bambini stanno già raccontando.
Ci preme a questo punto sottolineare che le loose parts svolgono un'importante funzione narrativa a tutte le età, anche quando vengono utilizzate dai bambini e dalle bambine del nido, solo che ovviamente il linguaggio cambia e diventa più corporeo, sensoriale e meno verbale.
Il giorno dopo l'uscita educativa sulla spiaggia, il nido di quella cittadina di mare sapeva di salsedine.
Marta due anni e mezzo, aveva svuotato il suo secchiello giallo. Ne era uscito un mondo fatto di conchiglie variegate, un pezzetto di rete da pesca, alghe secche, sassolini lisci di tutte le forme.
La bambina ha preso una conchiglia, l'ha portata all'orecchio e ha chiuso gli occhi. Poi l'ha appoggiata vicino a un sasso tondo, poi ne ha avvicinato un altro a forma di semiluna e pian piano ha messo in fila tutti i tesori che aveva raccolto sulla spiaggia, come se fossero le orme che aveva impresso sulla sabbia la mattina precedente.
«Mare?» le ha chiesto sottovoce l'educatrice.
Lei l'ha guardata, ha annuito forte e ha ripetuto il percorso con il suo ditino: conchiglia, sasso, alga, conchiglia. Stava ripercorrendo la passeggiata, stava raccontando la mattina in spiaggia, senza parole.
Accanto a Marta, Pietro, tre anni appena compiuti, aveva riempito la sua bacinella d'acqua e ci stava “lavando” le alghe, una per una. Le strizzava, le guardava gocciolare, le rimetteva dentro. Quando un'alga si è strappata, ha fatto “oh-oh” e l'ha appoggiata da parte come si fa con qualcosa di delicato che si è rotto. Marta e Pietro stavano raccontando, senza avere bisogno di parole, l'esperienza emozionante che avevano fatto. La spiaggia era entrata nel nido e loro avevano trovato il modo di tenerla lì tra le mani, condividendola con tutti.
Qui le loose parts non sono più uno strumento per elaborare un distacco, come nel caso di Luca, ma diventano memoria e linguaggio sensoriale. L'odore di sale sulla conchiglia, il peso del sasso liscio, il gocciolio dell'alga, sono tutte parole che i bambini e le bambine usano per dire “io c'ero, ho visto ho sentito, ve lo racconto”.
Alla fine di questa camminata tra sassi, conchiglie, secchielli e tappeti possiamo senza dubbio affermare che i bambini non giocano “con” le loose parts, ma giocano “attraverso” le loose parts e che ogni loose part è una parola di una storia.
Luca non stava spostando sassi, stava raccontando un distacco, una distanza, un desiderio di ricongiungimento.
Marta e Pietro non stavano riempiendo bacinelle, stavano raccontando la mattina in spiaggia con il corpo e con i sensi, perché le loro parole erano ancora poche. Le loose parts, lo abbiamo visto, non insegnano nulla, non spiegano, non correggono, ma narrano, offrono un vocabolario aperto con cui ogni bambino può dire la sua versione del mondo.
Nicholson ci ha dato la scienza: più variabili più creatività.
Malaguzzi ci ha dato la poesia: cento linguaggi , prima delle parole.
I bambini ci hanno dato la prova: basta un sasso, una conchiglia, un tappo e parte una storia. Il nostro lavoro di adulti, allora, non è riempire le storie di significati pronti, è difendere lo spazio perché quelle storie possano nascere. È tenere sgombro il tavolo, svuotare il secchiello e abbassare la voce. È avere la consapevolezza di quanto sia importante non interrompere, perché quando un bambino prende in mano una loose part, non sta scegliendo un gioco, sta scegliendo la prima parola del racconto che ha dentro. E noi se siamo fortunati possiamo solo sederci accanto e ascoltarlo.
Dario Amadei, Elena Sbaraglia