sabato 29 marzo 2025

Decostruire gli stereotipi di genere al nido: il potere trasformativo degli albi illustrati

Nel contesto educativo del nido, ogni esperienza, relazione o oggetto comunicativo contribuisce alla costruzione dell’identità del bambino. In questo delicato e potente processo, anche i libri assumono un ruolo fondamentale. In particolare, gli albi illustrati rappresentano uno strumento pedagogico prezioso per accompagnare bambine e bambini in una crescita libera da stereotipi, offrendo nuove narrazioni, immagini e modelli possibili di sé e dell’altro.
Infanzia e identità di genere: un processo in divenire
La costruzione dell’identità di genere ha inizio già nei primi anni di vita, attraverso un insieme complesso di esperienze, osservazioni e interiorizzazioni. I bambini, fin dalla più tenera età, ricevono messaggi più o meno espliciti su ciò che “è da maschio” o “da femmina”. Questi messaggi possono essere veicolati da parole, gesti, giochi, vestiti, ma anche – e forse soprattutto – dalle storie che ascoltano e dalle immagini che vedono.
La ripetizione di ruoli convenzionali – la principessa da salvare, il cavaliere coraggioso, la mamma premurosa, il papà lavoratore – contribuisce a costruire un immaginario rigido e limitante. L’educazione al nido ha il compito, e l’opportunità, di spezzare questa catena, offrendo contesti narrativi e relazionali aperti, plurali e non stereotipati.
Albi illustrati: strumenti educativi per l’equità
Gli albi illustrati, per loro natura, parlano al bambino attraverso due linguaggi fondamentali: quello visivo e quello narrativo. Le illustrazioni colpiscono direttamente l’immaginazione e creano mondi possibili; le parole accompagnano, amplificano o contrastano il messaggio visivo, aprendo spazi di riflessione.
Scegliere albi illustrati che rappresentano personaggi fuori dagli schemi tradizionali – bambine avventurose, bambini sensibili, famiglie variopinte, ruoli fluidi – significa seminare nel bambino la possibilità di riconoscersi in modalità differenti da quelle imposte dalla cultura dominante. È un gesto educativo di responsabilità e cura.
La lettura condivisa come spazio pedagogico
La lettura ad alta voce, soprattutto in contesti come il nido, non è mai un atto neutro. È un incontro tra adulti e bambini, mediato dalla narrazione. Quando un’educatrice legge un albo con attenzione, intonazione e partecipazione, crea uno spazio di relazione che stimola l’ascolto, l’identificazione e la scoperta.
In questo spazio, le storie diventano strumenti per esplorare emozioni, ruoli, relazioni e desideri. L’adulto può fare domande, stimolare osservazioni, accogliere interpretazioni: “Che cosa pensi di questo personaggio?”, “Ti è mai capitato qualcosa di simile?”, “Avresti fatto la stessa scelta?”.
Scegliere con cura: una responsabilità pedagogica
Non tutti gli albi sono adatti a un’educazione libera da stereotipi. Alcuni, anzi, perpetuano modelli rigidi, con ruoli e comportamenti legati al genere in modo implicito o esplicito. Per questo, è importante che le educatrici e gli educatori si formino in modo critico, imparino a leggere anche tra le righe e si dotino di strumenti per selezionare albi coerenti con una prospettiva di genere inclusiva.
Tra i criteri utili per la scelta:
• Protagonisti/e non convenzionali
• Rottura degli schemi familiari tradizionali
• Linguaggio non sessista e inclusivo
• Storie che valorizzano diversità, collaborazione, empatia.
All’interno del Nido Peter Pan il gioco simbolico si è rivelato una potente chiave educativa per promuovere lo sviluppo dell’identità, delle relazioni affettive e della libertà di espressione nei bambini e nelle bambine. Il progetto documentato, frutto di osservazioni quotidiane e riflessioni pedagogiche, affronta in modo concreto e sensibile il tema degli stereotipi di genere nella prima infanzia, mostrando come già dai primi anni di vita sia possibile costruire contesti educativi accoglienti, liberi da pregiudizi e capaci di stimolare il pensiero critico.
Il potere delle storie: la maglietta rosa
Tutto ha preso forma a partire da un episodio reale e spontaneo: un bambino,si bagna la maglietta durante un’attività e l’educatrice gli fa indossare una maglietta rosa, l’unica asciutta disponibile. Alla vista del padre, questo semplice gesto diventa oggetto di stupore e imbarazzo. La risposta del bambino, però, è disarmante: “Ma papà, è rosa come l’amore!”.
Un’affermazione tanto semplice quanto potente, che racchiude il senso più profondo dell’intero progetto: educare alla libertà significa permettere ai bambini e alle bambine di essere ciò che sono, senza vincoli imposti da aspettative sociali o culturali.
Il gioco simbolico come specchio dell’esperienza vissuta:
Attraverso l’osservazione sistematica del gioco simbolico nelle varie sezioni del nido (Piccoli, Medi e Grandi), gli educatori e le educatrici hanno potuto rilevare come i bambini, indistintamente dal genere, utilizzino gli oggetti e gli spazi messi a disposizione per esplorare il mondo e le relazioni.
Cucine, bambole, culle, travestimenti, macchinine, trenini: ogni oggetto diventa strumento per rielaborare esperienze, affetti, ruoli. I bambini allattano le bambole, le mettono a dormire, si travestono, si prendono cura degli altri. Lo fanno con naturalezza, senza preconcetti, imitando i gesti degli adulti in un gioco che è al tempo stesso scoperta e costruzione di sé.


L’importanza dell’atteggiamento educativo
Uno degli elementi centrali di questo percorso è stata la riflessione sul ruolo dell’adulto. Le educatrici, osservando i bambini, hanno osservato anche sé stesse. Accogliere significa mettersi in ascolto autentico, rinunciare a giudizi preconfezionati e creare uno spazio in cui ogni bambina e ogni bambino possa esprimersi liberamente.
Il nido, quindi, non è solo un luogo di cura e apprendimento, ma diventa terreno fertile per un’educazione affettiva, sociale e culturale. Un luogo in cui si leggono storie che parlano di emozioni, di uguaglianza, di diversità. Un luogo in cui si impara che i colori non hanno genere, e che ogni gesto di cura è universale.
Educare alla parità: un atto politico e culturale
Questo progetto ci ricorda che l’educazione alla parità non è un obiettivo da rimandare alla scuola primaria o all’adolescenza, ma una semina quotidiana che inizia fin dai primi anni di vita. Attraverso il gioco, le relazioni, le parole, gli sguardi.
Come recita una delle citazioni conclusive del documento:
“Stimolare i desideri delle bambine e dei bambini, educare al rispetto e alla libertà di poter essere ciò che si sceglie è importante già dal nido.”
In un mondo ancora attraversato da disuguaglianze e stereotipi, esperienze come questa ci indicano una direzione chiara: educare alla libertà significa educare al rispetto, all’empatia, all’autenticità. E questo comincia proprio lì, dove tutto ha inizio: nel gioco.
Gli albi condivisi e utilizzati durante il progetto:
1. Una bambola per Alberto – C. Zolotow, C. Delacroix – Ed. Giralangolo
Un albo che mostra come la cura e la dolcezza non abbiano genere: un bambino desidera una bambola per allenarsi a diventare un buon papà.
2. Il trattore della nonna – A. Roveda, P. Domeniconi – Ed. Giralangolo
La nonna è esperta di trattori e crostate: una figura femminile fuori dagli stereotipi.
3. Anche i papà piangono – C. Ravizza, S. Covelli – Ed. Sassi
Un albo che valorizza l’espressione emotiva nei papà: “Anche i papà hanno un cuore colmo di emozioni!”
4. Uno di questi non è come gli altri – Barney Saltzberg – Ed. Salani
Un inno all’inclusione e alla bellezza delle differenze.
5. Ci sono bambini e bambine – Cristina Petit – Ed. Valentina
Un invito a mescolarsi e scoprirsi uguali e diversi allo stesso tempo.
6. Evviva le unghie colorate – Alicia Acosta – Ed. Nube Ocho
Un bambino ama mettersi lo smalto: il piacere dei colori va oltre il genere.
7. Nei panni di Zaff – M. Salvi, F. Cavallaro – Ed. Fatatrac
Zaff gioca con bambole e sogna di fare il ballerino: un racconto sulla libertà di espressione.
8. Tea e Marcello carota e pisello – M. Hood – Emme Edizioni
Due bambini diversi che si completano: Tea non è un pisello, Marcello non è una carota.
9. Chi sono? – Caroline Dell’Ava – Ed. Terre di Mezzo
Un albo poetico sull’identità mutevole, legata al momento e alle emozioni.
10. Io sono foglia – A. Mozzillo, M. Balducci – Ed. Bacchilega
Ogni giorno possiamo essere diversi: accettarsi e accogliere le emozioni.
11. I cinque malfatti – B. Alemagna – Ed. Topipittori
Essere imperfetti può renderci unici e felici.
12. La prima volta che sono nata – V. Cuveillière, C. Dutertre – Ed. Sinnos
Una riflessione poetica sulle tappe della crescita e dell’identità.
13. Piccolo uovo – F. Pardi – Ed. Lo Stampatello
Alla scoperta delle diverse tipologie di famiglia, tutte felici e valide.
Angela Melillo 

sabato 22 marzo 2025

IMPARANDO A RACCONTARE E RACCONTARSI

“Nella Scuola sulla Collinetta bambine e bambini hanno appena finito di fare merenda; se una persona entrasse in classe in quel momento, potrebbe facilmente intuirlo già solo dalle briciole di crackers che colorano di pallini gialli il marmo secolare del pavimento. E non c’è nulla da fare; questi pallini sono proprio impertinenti, perché, per quanto la maestra tenti di spazzarli via, ecco che spuntano nuovamente. Sembra proprio che abbiano delle zampette agili e veloci che si prendono beffa della scopa!
Finalmente è tempo di giocare e, mentre si conclude il ripristino, c’è già qualcuna e qualcuno pronta e pronto a scegliere quale avventura inventare, o in quale storia partecipare.
Nei cinque minuti che precedono i numerosi inizi, inutile dire che frastuoni e schiamazzi fanno da accompagnamento sonoro all’allegra atmosfera, ma poi, dal momento in cui tutti i giochi prendono forma, quel disordine rumoroso si acquieta e ad un ascolto attento e ad uno sguardo curioso e perspicace non possono certo sfuggire quelle sfumature e quei dettagli che rendono la fantasia uno spettacolo irresistibile. C’è chi costruisce sulla pedana un palazzo di dieci piani con le costruzioni; chi schiera su un tavolo due file di dinosauri e li prepara ad uno scontro preistorico all’ultimo grido; chi invece, al tavolo di fronte, si diletta con la tombola delle stagioni; chi, nell’angolo sotto la finestra dalla quale si vede passare il treno (quello vero!), sta costruendo una ferrovia sui cui binari viaggiano delfini, squali e balene, e chi si è nascosto dietro ad alcune sedie e si sta raccontando un segreto.
Luna tiene tra le mani il libro che ha portato questa mattina, gliel’ha regalato ieri suo padre e non riesce a separarsene. Eva e Lorenzo le chiedono di poterlo leggere insieme sulla panchetta; lei da subito sembra restia, poi, però, acconsente a patto che a sfogliare le pagine sia solo lei. La maestra, dopo essersi arresa alla resistenza dei pallini gialli, si è seduta al tavolo rotondo per aiutare Alessio che sta provando a fare l’incastro della fattoria, quello che proprio non riesce a completare e, mentre lo incoraggia a scrutare le estremità dei tasselli, non può fare a meno di ascoltare come Luna racconti il libro alla sua amica e al suo amico, come moduli la sua voce per imitare la bambina protagonista e come si impegni a ricordare quelle frasi e quelle parole apprese solo da un paio di giorni. La lettura di Luna è veramente suggestiva, tanto che le si avvicinano anche Paolo, Elisa, Fabian e Stella, e senza dire nulla, si mettono per terra vicino alla panchetta e, seduti a gambe incrociate, ascoltano Luna che narra la “storia di Priscilla”.
Elisa è entusiasta e, appena la sua compagna chiude il libro, si precipita dalla maestra per chiederle di leggere Priscilla quando faranno il ‘cerchio’. La maestra, però, ha capito che questo libro ha un valore speciale per Luna e risponde ad Elisa affermando che, se la sua compagna vorrà, avrà piacere di leggerlo alla classe, anzi potrebbero farlo anche insieme, dal momento che ne ha imparato quasi tutte le frasi. Elisa, allora, torna da Luna e le chiede se le va di leggere la storia di Priscilla insieme alla maestra durante il Cerchio Magico. Luna, quindi, si gira subito verso la maestra con aria titubante, ma, ricevendo nello stesso istante il suo sorriso rassicurante, le mostra il libro e le dice: “Che lo puoi leggere dopo, quando ci mettiamo ‘sedie a cerchio’ e io mi siedo vicino a te?”


Quella maestra potrei essere io, e come me, tutte quelle educatrici, educatori ed insegnanti convinte e convinti che le storie e i racconti siano la chiave per intessere una rete pedagogica funzionale e significativa.
Io sono Maestra Giulia e mi piace pensare che dove finiscono la mia voce, i miei occhi, le mie orecchie e i miei gesti, iniziano le parole di un racconto, quelle scritte in oggetti magici come gli albi illustrati, ma anche e soprattutto quelle che narrano le storie dell’affascinante mondo che è l’io individuale di bambine e bambini. Non mi riferisco, però, solo alle parole che si presentano nei ruscelli cristallini di chi ha l’irrefrenabile voglia di farle scorrere libere in una trasparenza disarmante; esistono storie anche in quelle parole che si nascondono nelle ombre di una voce acerba, in una pausa prolungata e accompagnata da profondi sospiri, in un sorriso che riempie un intero viso, nelle goccioline salate che rendono liquidi due occhi che sbattono le palpebre per mandarle via.
Il Racconto è un orizzonte di senso, è un luogo non luogo della conoscenza, un Iperuranio di possibilità che si districano in un processo continuo di scoperta, immaginazione e confronto, perché è nel Raccontare e nel Raccontarsi che l’essere umano ed in particolar modo bambine e bambini fanno esperienza di sé e di chi orbita intorno la loro persona. Attraverso la narrazione si aprono stanze illuminate da accecanti significati che non possono essere oscurati dalla frenesia di un fare compulsivo caratteristico dell’agire adulto; i significati dei racconti vanno accolti, presi per mano, alcune volte persino presi in braccio, vanno stretti in un contatto di ascolto e fiducia, vanno protetti dalle intemperie della superficialità e dall’esigenza data dall’uniformare, dal semplificare, dal dover tradurre ogni pensiero in concetti omologamente riconosciuti.
La narrazione è un potente strumento di esplorazione emotiva, è un canale in cui si mescolano affluenti di segreti, confidenze, aneddoti, dolori, traumi, che non sempre sono espressi in una versione manifesta e chi, come me, decide di essere un custode emotivo, non può non fare i conti con un senso di responsabilità che pulsa ogni qual volta una bambina e un bambino si mette a bordo di una zattera e attraversa quel canale, il suo canale, dove può imbattersi in una cascata o, anche solo in una piccola rapida, e scopre di aver bisogno di un giubbotto di salvataggio. Non è detto, però, che debba necessariamente navigare su acque impetuose, potrebbe aver bisogno di aiuto per riflettere la sua immagine nella limpidezza di un fiume amico. Essere custodi emotivi significa sapersi muovere con leggerezza, dinamicità e destrezza nello sfondo di esperienze possibili che si delineano nella dimensione cognitivo-sensoriale del Racconto; significa essere libere e liberi da fardelli stereotipati, da ostacoli pregiudizievoli, da aspettative inopportune che minano la sincerità di Storie autentiche e spontanee.
Sono un’insegnante di Scuola dell’Infanzia del Comune di Roma da circa dieci anni, ma mi esercito ad essere una custode emotiva sufficientemente buona da diversi anni; ho iniziato ascoltando le storie che mi raccontavano le bambine e i bambini nelle case-famiglia e nei centri di accoglienza, quando ancora non sapevo mettere filtri e mi facevo spugna della tristezza e della speranza di ciascuna e ciascuno di loro. Poi, però, ho deciso di cambiare rotta e di intraprendere un viaggio di crescita professionale e personale, percorrendo i sentieri policromi che la dimensione scolastica mi avrebbe destinato ed imparando a riservare uno spazio inevitabile e puntuale al Racconto, al mio racconto individuale, al racconto delle parole scritte e a tutti quei racconti espressi e celati dalle bambine e dai bambini.
Tra i cinque campi d’esperienza delle Indicazioni Nazionali per la Scuola dell’Infanzia sono presenti due sfere d’indagine che legittimano la continua attenzione pedagogica dedicata al Racconto, ovvero, I Discorsi e le Parole e Il Sé e l’Altro, sfere d’indagine che si estendono nell’ampia finalità educativa rivolta allo sviluppo dell’Identità, che a sua volta si esprime all’interno di un orizzonte di senso affine, di un caleidoscopico sfondo di condizioni ed esperienze possibili rappresentato dalla Relazione. Come educatrice d’infanzia ed insegnante il mio obiettivo educativo è di creare un movimento dialettico tra questi elementi, di tracciare un itinerario che metta in comunicazione aspetti le cui entità rivelino la propria efficacia in una connessione reciproca e continuativa e credo di poter affermare che il contesto che si presta in modo più congeniale a questa comunione di intenti sia inevitabilmente il Racconto.
Luna chiede alla maestra di poter leggere la storia di Priscilla quando si fossero messe/i sedie a cerchio, ovvero quando sarebbe giunto il momento della routine, buona pratica, strategia educativa, metodologia didattica, tutte definizioni corrette per descrivere quello che a me ed altre esploratrici ed altri esploratori narrativi piace chiamare Cerchio Magico.
Bambine e bambini sono invitati a fare il Cerchio, e questo termine è, appunto, la metafora educativa per rappresentare la circolarità che caratterizza le relazioni: il legame individuale che ciascuna bambina e ciascun bambino stringono con l’insegnante, il rapporto della classe con la figura educativa di riferimento, le relazioni che intercorrono tra bambine e bambini, non necessariamente piacevoli ed esclusive, anzi, spesso dinamiche conflittuali tendono ad evidenziare maggiormente il loro carattere circolare. Nel cerchio si assorbono gli spigoli e si allungano le braccia, poggiandosi sulle spalle della propria vicina o del proprio vicino vicendevolmente, dove potersi sentire sicure e sicuri e riconoscersi come parte indivisibile e unica di un Tutto leale e protettivo.
Ho avuto la fortuna di imparare a condurre il Cerchio Magico da degli esperti della narrazione emotiva, due professionisti che trasformano questo strumento in un’occasione di scoperta, immaginazione e confronto per accogliere con entusiasmo e delicatezza il pensiero e la creatività delle bambine e dei bambini, invitandoli a prendere posto al ricevimento delle loro emozioni.
Elena Sbaraglia e Dario Amadei non sono solo due tra i più coinvolgenti ed appassionati Formatori di Roma Capitale, sono due pionieri della narrativa emotiva ed i loro insegnamenti, nonché il loro esempio, costituiscono per me e per numerose educatrici e insegnanti il vero stimolo a considerare il Racconto la più redditizia delle opportunità educative in termini di identità, relazione ed autostima.
Ecco perché ogni giorno non siamo solo educatrici, educatori ed insegnanti; nei nostri Cerchi Magici, infatti, siamo anche e soprattutto Cacciatrici e Cacciatori di Storie, dove le Storie non sono altro che spazi privilegiati in cui stare e da cui poter risalire per spingersi il più possibile alla ricerca del proprio discorso interiore e, nello stesso tempo, del discorso dell’io altrui.

“La maestra invita le bambine e i bambini a sedersi, mentre Luna continua a stringere il suo libro a sé.
-Maestra, che ci leggi il libro di Luna?- afferma euforica Elisa.
-Se Luna è d’accordo, mi farebbe molto piacere!-risponde cauta la maestra. Luna, allora, posiziona la sedia vicina a quella dell’insegnante e appoggia l’albo sulle gambe. Dopo numerosi solleciti a prendere posto, finalmente l’inevitabile cigolio delle sedie e l’esuberante vocio insistente iniziano a placarsi; è allora che le compagne e i compagni orientano la loro curiosa attenzione su Luna che, cercando lo sguardo complice della maestra, si rivolge alla classe e pronuncia l’inesorabile frase: - cosa vediamo nella copertina di questo libro?
Lorenzo: c’è una bambina con un cespuglio in testa tutto rosso fuoco.
Eva: sembra ‘Ribelle’.
Elisa: macchè ‘Ribelle’, quella c’ha i capelli più lunghi e più arancioni!
Alessio: e poi mica è la storia del cartone, quella era di cavalieri, questa invece mi pare una bambina.
Stella: a me Ribelle non mi sta simpatica, però neanche questa, a me mi sembra che è arrabbiatissima.
Paolo: è arrabbiata perché gli hanno bruciato i capelli, guarda come vanno a fuoco!
Manuel: forse chiamano i pompieri!
Stella: sì sì è arrabbiata, forse perché hanno scarabocchiato il suo disegno.
Elisa: sembra che ha una nuvola di rabbia in testa.
Paolo: gli si vede pure la gola.
Eva: no quella è la tonsilla.
Luna, allora, afferma - Questa è Priscilla e sì, è molto arrabbiata perché deve andare alla festa di Carnevale e non riesce a trovare il suo scettro perché è una regina, e siccome non lo trova, non può essere una vera regina e quindi si arrabbia tantissimo e i capelli iniziano a bruciarsi!-
La maestra aggiunge: - Vi ricordate Roberto che era così arrabbiato da sputare fuori quella cosa grossa grossa e tutta rossa, A Priscilla invece si bruciano i capelli… E invece la vostra rabbia come è fatta?-
Il libro non è ancora stato letto, ma i pensieri di bambine e bambini hanno iniziato a danzare in un libero gioco con la loro immaginazione e le loro emozioni.”

Giulia Iuliano, insegnante scuola dell'infanzia








venerdì 14 marzo 2025

La sfida dell’inclusione attraverso gli albi illustrati

L’unicità dell’inclusione...
Il potenziale inclusivo degli albi illustrati!
La sfida dell’inclusione attraverso gli albi illustrati.
L’inclusione è un principio fondamentale dell’educazione contemporanea, che mira a garantire a ogni bambino e bambina pari opportunità di apprendimento, indipendentemente dalle proprie caratteristiche personali, sociali o culturali. Nella scuola dell’infanzia, questo principio si traduce nella creazione di ambienti accoglienti e stimolanti, in cui ciascun bambino possa sentirsi valorizzato e parte integrante della comunità.
Uno degli strumenti più efficaci per promuovere l’inclusione a questa età è l’albo illustrato. Grazie alla combinazione di immagini evocative e testi semplici, gli albi illustrati rappresentano un potente mezzo per affrontare temi legati alla diversità, all’empatia e all’accettazione dell’altro.
Gli albi illustrati pertanto offrono molteplici vantaggi per favorire l’inclusione nella scuola dell’infanzia:
1. Accessibilità linguistica e cognitiva
Le immagini giocano un ruolo fondamentale nell’accesso alla narrazione, permettendo anche ai bambini con difficoltà linguistiche o bisogni educativi speciali di comprendere e partecipare attivamente alla lettura. Questo rende l’albo illustrato uno strumento adatto a classi eterogenee, in cui la padronanza della lingua può variare.
2. Rappresentazione della diversità
Gli albi illustrati possono offrire modelli positivi di diversità, presentando protagonisti con disabilità, appartenenti a culture diverse o con famiglie non tradizionali. Questo aiuta i bambini a riconoscere e accettare le differenze come parte naturale della società.
3. Sviluppo dell’empatia
Le storie illustrate permettono ai bambini di immedesimarsi nei personaggi e nelle loro emozioni. Attraverso la narrazione, i piccoli lettori imparano a comprendere le esperienze degli altri e a sviluppare atteggiamenti di rispetto e solidarietà.
4. Promozione del dialogo e della condivisione
La lettura condivisa di un albo illustrato stimola la discussione e la riflessione. Gli insegnanti possono utilizzare i libri come punto di partenza per affrontare temi importanti, incoraggiando i bambini a esprimere le proprie opinioni e a confrontarsi con punti di vista diversi.
Per sfruttare al meglio il potenziale inclusivo degli albi illustrati, gli insegnanti possono adottare alcune strategie:
• Selezionare libri che rispecchino la diversità della classe, in modo che ogni bambino possa riconoscersi nelle storie e sentirsi rappresentato.
• Leggere ad alta voce con espressività, per coinvolgere i bambini e facilitare la comprensione del testo.
• Porre domande aperte e stimolare la riflessione, chiedendo ai bambini cosa pensano dei personaggi e delle loro esperienze.
• Utilizzare attività creative collegate al libro, come disegni, giochi di ruolo o drammatizzazioni, per approfondire i temi trattati.
Gli albi illustrati sono strumenti preziosi per affrontare la sfida dell’inclusione nella scuola dell’infanzia. Attraverso storie coinvolgenti e immagini suggestive, aiutano i bambini a sviluppare empatia, rispetto e consapevolezza della diversità. L’uso consapevole di questi libri da parte degli insegnanti può contribuire a creare un ambiente scolastico più accogliente e inclusivo, in cui ogni bambino si senta valorizzato e parte della comunità.
Alla scuola infanzia Montarsiccio si è sperimentato che l’utilizzo di un albo illustrato non è solo una semplice lettura ma una pratica educativa che utilizza la lettura e il confronto sui libri per favorire lo sviluppo emotivo, cognitivo e sociale dei bambini nella scuola dell’infanzia. Questa metodologia non si limita alla semplice lettura di storie, ma coinvolge i bambini in un dialogo attivo con il testo, stimolando riflessioni, emozioni e interazioni significative. Attraverso la lettura di storie che affrontano temi come la paura, la rabbia, la tristezza o la gioia, i bambini imparano a riconoscere e comprendere le proprie emozioni. L’interazione con i personaggi e le situazioni narrative aiuta i piccoli a identificarsi con le esperienze raccontate e a trovare strategie per affrontare le difficoltà della vita quotidiana. Inoltre, attraverso domande aperte e attività legate alla lettura, si sviluppa il pensiero critico e la capacità di fare collegamenti tra la storia e le proprie esperienze. Attraverso la magia dei libri e il confronto con gli altri, i piccoli imparano ad affrontare le proprie emozioni, a costruire relazioni significative e a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé e del mondo che li circonda.
Angela Melillo


mercoledì 4 dicembre 2024

Dal mattino si vede il buongiorno

Dal mattino si vede il buongiorno: i proverbi racchiudono nello spazio di poche parole ciò che l’esperienza ha consolidato nel tempo. Osservare le condizioni atmosferiche mattutine consente di fare una buona previsione per la giornata, perché quando prevale un tempo stabile è segno che la giornata promette bene. Viceversa, se vi sono turbolenze climatiche si potrebbe andare incontro a una giornata uggiosa o addirittura tempestosa.
L’accoglienza nell’ambiente scolastico è il mattino dell’esperienza formativa: mostrare ai genitori uno spazio a dimensione dei bambini è un passaggio fondamentale per rassicurarli sull’adeguatezza delle persone cui vengono affidati i loro figli per iniziare il cammino al di fuori del contesto familiare. È la più potente delega che un padre e una madre danno nella loro funzione genitoriale: riconoscere ad altri la tutela e, quindi, acconsentire che venga occupato il loro ruolo in base alle regole istituzionali. Se poi consideriamo che il tempo della presenza a scuola da parte dei figli diventerà superiore a quello trascorso in qualsiasi altro ambiente di vita nel corso dell’anno scolastico, ecco che diventa prioritario il compito di chi deve fornire garanzie di adeguata accoglienza ai genitori.
Accogliere significa dare ascolto, affinché le domande che scaturiscono dai dubbi e dalle incertezze, specie in relazione alla responsabilità educativa, da parte di genitori spesso molto giovani e ancora inesperti, trovino un orecchio attento per consigli o informazioni che possano aiutare a costruire un repertorio di regole atte a favorire un buon percorso evolutivo nei bambini e nelle bambine.
Significa indurre uno spirito predisposto a fare accoglienza e a dare valore alla diversità di ciascuno.
Significa agire per la costruzione di una società attenta alle differenze e alla ricchezza insita nel reciproco rispetto.
Angela Melillo
[Festa dell'accoglienza nido Peter Pan di Monte Mario a Roma]

lunedì 2 dicembre 2024

SCIENZA E STUPORE, i bambini insegnano

“La più bella e profonda emozione che possiamo provare è il senso del mistero; sta qui il seme di ogni arte, di ogni vera scienza”. (A. Einstein). Mi piace iniziare questa riflessione sull’esperienza appena vissuta nella nostra scuola, il Polo ZeroUndici “San Francesco di Sales” di Roma, da parte di tutti i bambini che la frequentano da 1 a 11 anni, coinvolti in una settimana di full immersion nell’ambito della scienza. Come tutti siamo a conoscenza, la legge 197 del 29/12/22 e il DM 184 del 15/9/23 con le Linee Guida alle Discipline STEAM hanno sollecitato l’attenzione del mondo della scuola non tanto sulle singole discipline, che da sempre hanno il loro spazio nella programmazione e nel curricolo d’Istituto, ma sull’aspetto dell’interdisciplinarietà che ci riconduce alla vita nella sua quotidianità e al mondo del lavoro. L’esercizio di ogni professione e attività non richiede abilità ristrette a un solo ambito, bensì abilità trasversali necessarie ad ogni persona per compiere bene il proprio lavoro. Per fare un esempio pratico, un architetto deve conoscere senz’altro la matematica e possedere nozioni d’ingegneria, avere basi scientifiche ma anche estetiche, soprattutto se si occupa di edifici, restauri e quant’altro, e infine, oggi più che mai, avere solide conoscenze tecnologiche. Ma aggiungerei che non devono mancare buone capacità espositive, il saper presentare i suoi lavori, saper illustrare i suoi progetti; nel mondo globale di oggi avere ottima conoscenza delle lingue, ma qui mi fermo perché ci sarebbe da argomentare all’infinito.
Per tornare a noi, in fase di progettazione iniziale, abbiamo deciso di creare, durante l’anno scolastico, delle settimane tematiche, ognuna delle quali si focalizza su ogni disciplina STEAM e siamo partiti in novembre, dal 18 al 22, con la settimana dedicata alla scienza. Per la Scuola dell’Infanzia e i cuccioli del Nido sono state pensate dalle insegnanti ed educatrici attività laboratoriali, sempre partendo dal racconto di una storia e poi seguite dallo sperimentare fisicamente materiali diversi e reazioni differenti di vari elementi. Alla scuola dell’Infanzia, ad esempio, ci siamo spinti abbastanza in alto, presentando ai bambini ogni giorno qualche personaggio della scienza, come Galileo Galilei, Einstein, Leonardo da Vinci e passando poi alla fase degli esperimenti reali: dalle “macchine volanti” progettate da Leonardo e tradotte in aeroplanini di carta colorata che hanno sfrecciato nel giardino della scuola, al principio di Archimede sulla densità dei liquidi, sperimentando con acqua, colorante alimentare, miele olio, detergente per stoviglie, l’effetto degli strati di liquido separati fra loro. L’apice dell’esperienza è stato il tempo trascorso nel laboratorio di scienze della scuola, in cui anche i piccoli hanno potuto visualizzare, ingranditi al microscopio, vari tipi di materiale come sale grosso, foglie, piccoli sassi, conchiglie ed esprimere le loro osservazioni. Qui abbiamo potuto toccare con mano quanto i bambini, a differenza di noi adulti, siano capaci di stupore e di emozionarsi ed entusiasmarsi per ogni piccola scoperta che, fino a quel momento, era stata racchiusa in un’aria di mistero. Le loro espressioni sul volto, gli occhi sbarrati ma pieni di luce, le bocche spalancate a “O” confermano le parole di Einstein che ho citato all’inizio e la consapevolezza che nessun ambito della nostra vita possa tenere lontano le emozioni, che sono parte integrante di noi. 
La Scuola Primaria ha vissuto la settimana della scienza con tantissime belle opportunità di scoperta e di crescita, impreziosite dalla partecipazione e conduzione del Dott. Dario Amadei e della Dott.ssa Elena Sbaraglia. Il lunedì hanno aperto la “Settimana” con le classi dalla prima alla terza, presentando ai bambini il bellissimo albo illustrato digitale “Esplorando con la fantasia”, da loro creato appositamente per i piccoli uditori. Con la sua grande formazione scientifica e la capacità insuperabile di saper parlare ai bambini in modo facile di cose difficili, Dario ci ha fatto vivere due ore veramente fantastiche, colme di tanti “Ohhh!” di meraviglia, di una folla di mani alzate per porre domande, raccontare esperienze e la voglia di poter sperimentare al microscopio quanto prima, cosa che è stata realizzata nei giorni successivi. Anzi, seguendo il suo consiglio, tutti hanno disegnato ciò che hanno osservato: la realtà, l’elemento analizzato, il “com’è”, e la fantasia: “che cosa mi sembra”, cioè a che cosa associavano l’immagine vista al microscopio. L’incontro con le classi di quarta e quinta, qualche giorno dopo, ha condotto i bambini in un “Viaggio nella storia della medicina” per imparare l’importanza dell’educazione sanitaria e “acquisire la salute attraverso il proprio comportamento e i propri sforzi”, come dice l’OMS. Anche qui si è parlato del microscopio come fondamentale strumento nel campo della medicina, della differenza fra batteri e virus, dei grandi medici della storia che hanno dato importanti contributi al mondo sanitario. Inutile dire quanta attenzione, interesse, curiosità e quanto entusiasmo abbiano dimostrato gli uditori. Basta vedere che la tabella dei turni per l’accesso delle classi al laboratorio di scienze è sempre piena di…piccoli ricercatori. Mi piace concludere questa mia condivisione con chiunque vorrà leggerla sottolineando un concetto per me estremamente importante: non c’è nulla che i bambini non siano in grado di apprendere, nulla che non sia adatto. Si tratta solo di adeguare a loro il nostro linguaggio e far leva sul loro coinvolgimento, sulla curiosità e fantasia che sanno tirare fuori, che ha una parte molto importante anche nel mondo scientifico. 
Ce lo dice un “gigante” nell’ambito della scienza, Giorgio Parisi, premio Nobel per la fisica: “La fantasia è fondamentale per la scienza, perché bisogna inventarsi delle soluzioni che nessuno prima si era inventato”. A qualcuno sembrerà strano che un grande scienziato come lui non si sia limitato ad argomentare solo di temi scientifici, ma abbia pubblicato una raccolta di favole intitolata “Tre favole e altre storie” dedicata ai suoi figli e nipoti. In un’intervista a Tgcom24 ha sottolineato l’importanza di coltivare la curiosità e la fantasia nei bambini, fin dalla tenera età. Uno dei tanti compiti della scuola è proprio questo: stimolare la creatività e la fantasia dei bambini, preparandoli ad affrontare le sfide del futuro.
Suor Mariapaola Campanella, Coordinatrice Scuola S. Francesco di Sales

martedì 3 settembre 2024

Atelier di lettura

ATELIER di lettura…LEGGERE, ASCOLTARE, NARRARE, OSSERVARE, SFOGLIARE…LE PAGINE DI UN LIBRO nel nido Peter Pan di Monte Mario a Roma

La lettura di libri con immagini, nelle sue varie forme, come un silent book, è uno degli strumenti educativi più duttili e stimolanti che le educatrici possono usare con i bambini del nido. Leggere ad alta voce ai piccoli ogni giorno apporta dei benefici nello sviluppo del bambino tra cui un importante incremento del linguaggio. Non solo, aumenta il livello di attenzione, migliora la memoria e sviluppa l’amore e l’interesse verso i libri.
Leggere ad alta voce fa crescere l’intelligenza! Il progetto delle educatrici del nido Peter Pan di Monte Mario a Roma nasce dall’obiettivo di far appassionare i piccoli, alternando momenti di lettura animata a suoni collegati al testo scelto. Si tratta di un’esperienza sensoriale concreta di riproduzione di situazioni piacevoli, di sollecitazioni motivazionali, di affinamento delle competenze in una visione globale in cui aspetti emozionali e cognitivi sono strettamente intricati.
“Durante il laboratorio abbiamo notato quale interesse abbiano i bambini a guardare le immagini di un libro, aiutandoli a scoprire i diversi mondi che hanno da offrire e il modo più bello per sfogliarli ed apprezzarli. Abbiamo osservato che la magia prende corpo ogni volta che nelle pagine compaiono figure affascinanti e mondi tridimensionali". La magia della comunicazione è nelle parole e al tempo stesso nel silenzio: esse regalano storie, racconti e viaggi sollecitando la fantasia e il pensiero creativo.
L’onda di Suzy Lee... Questo silent book racconta la storia dell’incontro di una bambina con il mondo del mare: prima osservato curiosamente dall’esterno, poi sfiorato timidamente e infine “giocato” fra spruzzi e scherzi, con la compagnia di un buffo gruppo di gabbiani. Fino a quando i loro mondi si incontrano con un’onda che colora tutto di azzurro, e si possono raccogliere le conchiglie come il regalo di un nuovo amico…
La forza educativa della narrazione è rappresentata mirabilmente da un’antica tradizione delle donne del Guatemala: durante la gravidanza raccontano al nascituro i nomi delle piante e tutto ciò che appartiene all’ambiente naturale, man mano che incontrano nel cammino piante fiori animali. L’incontro con il mare è un po’ qualcosa di ancestrale, perché per nove mesi il bambino ha condiviso lo stesso ambiente di un pesciolino. Per cui quando arriva l’onda a riempire di azzurro è come un ricrearsi di un particolare equilibrio, che si può toccare con mano nelle immagini appositamente tracciate. E come se tracce mnemiche venissero a rinforzarsi e a dare spazio al gioco. Attraverso la narrazione si contribuisce alla formazione della personalità in armonia con tutto ciò che ci circonda.
Angela Melillo

lunedì 19 agosto 2024

La cura delle storie tra immagini e parole

Gli albi illustrati sono scrigni meravigliosi e trasformativi, pieni di immagini e parole, aprendoli si scoprono strade che accedono a mondi interni e paesaggi interiori di cui, spesso non possediamo le chiavi. Dove finiscono le parole e le immagini che leggiamo, ascoltiamo e guardiamo attraverso un albo illustrato? Si depositano dentro di noi, come piccoli semi, poggiando sulle nostre storie e con calma germogliano portandoci nuovi inaspettati punti di vista.
Lo sanno bene i bambini che, dopo aver usufruito della lettura ad alta voce di un albo illustrato, hanno premura di parlare, urgenza di raccontare cosa, quella storia ascoltata e ammirata, ha sollecitato in loro... ricordi del passato, intuizioni per il futuro.
I bambini sono maestri in questo, prendono avidamente tutto ciò che c’è da prendere in una lettura fatta insieme. Rimanendo in relazione con loro, durante la lettura, si scopre che sono in grado di condividere idee, soluzioni, nuove storie, la bellezza di ciò che hanno contemplato, sono generosi nel restituire e donare i loro racconti, le loro narrazioni e i ricordi vissuti.
Ma cosa succede se offriamo, come lettura, un albo illustrato ad un adulto?
L'albo illustrato viene sempre erroneamente considerato un "libro per bambini".
Questo stereotipo è duro a morire, perché l'albo è uno strumento che non si conosce ancora abbastanza, perché i libri con le "figure" fanno pensare ad una facilità di fruizione, perché mettere in gioco noi stessi non è mai facile.
Lo sa bene chi si rivolge a me come psicoterapeuta, quando nella stanza delle parole all'improvviso tiro fuori questo strumento potente e complesso.
La prima reazione è sempre scettica, incredula: "dottoressa perché un libro per bambini?". Quando poi ci immergiamo insieme nel testo e nelle illustrazioni, quello che ho tra le mani diventa un meraviglioso ponte tra me e la persona che ho di fronte, tra la persona e il suo inconscio.
Un ponte capace di portarci nelle trame della sua storia, per ri-narrarla insieme, al di là di ciò che è giusto o sbagliato, dove intrecciare nuovi vissuti, diversi punti di vista su quella stessa storia, attraverso i sentiti che quella storia e quelle immagini hanno fatto risuonare.
Lo sa bene, anche, chi partecipa ai miei gruppi di “Libroterapia illustrata”, il gruppo diventa una cassa di risonanza di vissuti “altri”, dove i membri del gruppo possono rispecchiarsi o aprirsi a nuove possibilità, all’interno del “cerchio magico” (AMADEI, SBARAGLIA, 2020).
Quando si legge insieme un albo illustrato o un silent book, e se ne condividono le impressioni, i pensieri, le emozioni provate, questo strumento diventa un ponte su cui, tutti i partecipanti al gruppo, possono salire per esprimere ciò che sentono per narrare la propria storia, per potersi concedere di ri-narrarla a sé stessi con nuovi sguardi facendosi guidare da opportunità che non avevano mai considerato prima di ascoltare gli altri.
Condurre questi gruppi (di bambini e adulti), di cui io stessa faccio parte, in cui mi metto in gioco, mi fa stare in una posizione privilegiata di “custode di storie” e portatrice di possibilità, attraverso quel meraviglioso oggetto che è l’albo illustrato.
Tornando alla metafora del ponte vorrei ricordare che, in questa prospettiva, esso diventa un collegamento tra adulto e bambino, adulto e adulto, adulto/bambino e albo illustrato.
Ciò che rende potente queste opere d’arte, quali gli albi illustrati, è la relazione che hanno con l’essere umano in ogni fase del ciclo di vita.
Se, come sostiene Jella Lepman, i libri sono “educatori silenziosi”, prendersi cura dei bambini attraverso la letteratura è il modo migliore per accompagnarli nella crescita, dargli la possibilità di imboccare quei “ponti sospesi tra immagini e parole” (TERRUSI, 2012), come luoghi aperti, tempo di ricerca, incontro, scoperta e avventura; in questa prospettiva l’albo illustrato è uno strumento con enormi potenzialità. (VECCHINI, 2019).
dr.ssa Luana De Quattro, psicoterapeuta, biblioterapeuta, insegnante


Bibliografia:
D. Amadei, E. Sbaraglia, (2020), Nati per raccontare. Castelvecchi, Roma.
J. Lepman, (2018), Un ponte di libri. Sinnos, Roma.
M. Terrusi, (2012), Albi illustrati. Leggere, guardare, nominare il mondo nei libri per l’infanzia. Carocci, Roma.
S. Vecchini, (2019), Una frescura al centro del petto. L’albo illustrato nella crescita e nella vita interiore dei bambini. Topipittori, Milano.