martedì 7 gennaio 2014

"Confidenzialmente". Le interviste di Michela Zanarella

La risata dei mostri, il libro di Alexandra Censi

Alexandra Censi è nata a Gyula, in Ungheria, ma vive a Roma da quando aveva pochi anni. Nella città di Roma studia Lettere. Ha pubblicato "La risata dei mostri" per Nottetempo, nella collana narrativa.it curata e diretta da Chiara Valerio. 
Michela Zanarella la incontra per un'intervista nella rubrica "Confidenzialmente".

D- "La risata dei mostri" segna il tuo esordio nel mondo della narrativa. Cosa ti ha portato a scrivere questo romanzo e ad avvicinarti alla scrittura?

R- Non saprei con precisione. Ho ricordi confusi sulla genesi di questo libro, nella mia testa è una specie di mostro mitologico. Iniziai a scrivere con l'intento di non scrivere niente. Volevo settanta, ottanta pagine di bella lingua e di niente di più. Volevo descrivere la mente di una persona, e la città che la ingloba, andando avanti ad allucinazioni. Non dovevano essere i piedi o una trama ben costruita a portare avanti la struttura del libro: il libro doveva essere l'avanzare di una palla di luce arancione. Così è stato, ma poi ci si affeziona ai personaggi, a quelle strane entità che conosciamo e non conosciamo. Allora mi sono domandata sull'infanzia della protagonista, Francesca, e sul suo futuro. E la sua vita mi è apparsa semplicemente, tutto si costruiva da solo. Quindi, la parte più, se mi si permette, sperimentale è andata a costituire il nucleo centrale del romanzo, “Le fascinazioni”. In cui, sostanzialmente, una donna non fa nulla se non subire costantemente fascinazioni, una parola che all'epoca mi piaceva molto perché non era né Bene né Amore, ma una via di mezzo molto più pericolosa. Scrivere di Francesca è stato emozionante, perché tutto aveva un senso senza che fossi io a darlo. Credo di essermi avvicinata alla scrittura per un patto estetico e alla lettura per un bisogno fisico.

D-La risata dei mostri è il romanzo di una donna, prima bambina, poi adolescente e infine adulta, che passa dal fuoco dell’amore dei genitori alla cenere delle molte sigarette fumate col suo ragazzo, alle braci di una vita matrimoniale stuzzicata da incontri reali con amici virtuali.
Quale messaggio vuoi dare ai lettori attraverso il tuo romanzo?

R- La mia non è una narrativa di quelle che lancia messaggi. La mia narrativa vede, e dice. Punto.
Poi ovviamente possiamo trovare vari temi che vengono affrontati nel libro, e forse queste tematiche possono indirizzare il lettore verso qualcosa o qualcuno. Non so, dal tema più grande ed evidente, ossia quello della predestinazione al male, fino a quelli più latenti, come un ritorno incessante della letteratura, dell'arte, della psicoanalisi. Non mi piacerebbe neanche mandare un messaggio ai lettori. Io non sono nessuno per fare una cosa così importante, semmai sono le parole, solo loro, che possono disturbare e piacere. Le parole, una volta scritte, non sono più mie, sono le storie che si scrivono da sole, io sono parte passiva.


D-Vivi in uno dei quartieri più affascinanti di Roma, Monteverde, dove hanno vissuto grandi personaggi come Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni, Gianni Rodari. Quali sono gli spazi del quartiere dove trovi ispirazione?

R- Non so cosa sia l'ispirazione. Dietro ad un libro c'è lavoro, precisione tecnica. Non importa dove mi trovi, ma ovunque posso osservare e, quindi, sublimare e rendere letteratura ciò che mi circonda. Anche dire “ciò che mi circonda”, però, non è corretto. E' qualcosa di più sottile, fatto di ogni piccolo incanto, ogni piccola delusione, ogni piccolo sguardo. Che poi Monteverde sia effettivamente uno dei quartieri più interessanti è innegabile. Mi piace passeggiare fino alla Stazione Trastevere, passare di fronte agli ospedali. Mi piace guardare i negozi che si danno il cambio, le persone. Il modo di vestire delle persone che cambia da strada a strada. I contenuti delle borse della spesa. Quello che mi piace davvero è come a distanza di pochi chilometri, di una ventina  di minuti a piedi, Monteverde cambi radicalmente e vada indietro nel tempo. Questo accade andando verso la Magliana, zona Trullo. Lì il tempo non è lo stesso. La borghesia non c'è, la puoi cercare quanto ti pare, ma non la troverai mai.

D-Alberto Moravia scrisse: "La storia dell'umanità non è che un lungo sbadiglio di noia." Una tua riflessione.

R-Non so in che ambito Moravia disse questo. Avrà avuto le sue ottime ragioni. Moravia mi è sempre piaciuto molto, è stato uno dei primi scrittori del Novecento che ho letto. Ma dubito fortemente che la storia dell'umanità sia uno sbadiglio. Io credo fermamente nella forza dell'uomo. Se guardiamo indietro nella storia, ci sono così tante cose fantastiche, inverosimili, impensabili. Insomma, io guardo un frigorifero e mi meraviglio, allo stesso modo in cui mi meraviglio pensando alle piramidi. La guerra è una cosa potente, la nascita delle religioni lo è ancora di più, il fatto che piccoli mammiferi come noi possano controllare la vita e negarla, organizzarla, e possano allo stesso tempo amare, trovo che questo non sia noioso. La risata può sembrare un libro pessimista, e forse lo è, ma non lo sono io. Mi meraviglio di tutto, e mi annoia solo la solitudine che, nell'umanità come essenza, non è contemplata.

D-Quali sono gli autori che sono stati determinanti per il tuo percorso di autrice?

R-Non saprei, non credo che le due cose vadino di pari passo. Se è vero che alcuni autori sono stati, in un certo modo, determinanti per la mia scrittura, direi che si è trattato di un processo nascosto, di cui io non so niente. E' vero che Svevo e Lorca compaiono in questo libro in modo insistente, così come Gozzano o Dante. Ma solo perché in quel momento erano perfetti, non perché siano le mie letture preferite. Sto mentendo: Dante è il poeta italiano preferito. Se posso aggiungere: Rowling è stata determinante per il mio percorso non di autrice, ma di vita. Il che è decisamente meglio.

D-Progetti per il futuro?


R- Questa domanda mi fa sorridere. Io ho 23 anni, quindi i miei progetti per il futuro sono facilmente individuabili. Finire gli studi, continuare a subire fascinazioni, cercare di vivere nella realtà e non chissà dove. Sto lavorando ad un nuovo libro, forse a due, forse a tre. Continuo a scrivere, ma più per obbligo morale verso me stessa. Devo sublimare quello che esiste per poterlo accettare.

Michela Zanarella

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